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297 - 14.03.06


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Minsk, democrazia sconfitta

Daniele Castellani Perelli



Delle elezioni nel mondo comunista Josef Stalin diceva: “Poco importa chi voti, importa solo chi conta i voti”. Questa semplice regola vale ancora oggi, in uno spicchio d’Europa (geografica, non politica). Se infatti l’Ucraina, dopo la rivoluzione arancione, ha imparato l’arte della democrazia e domenica 26 marzo ha dato vita a libere elezioni, una settimana prima la Bielorussia non aveva certo dato il buon esempio. A Minsk il presidente uscente Alexander Lukashenko, da 12 anni al potere, è stato nuovamente riconfermato, con una percentuale dell’82,6% e un’affluenza del 92%. Un risultato “bulgaro” che si spiega soprattutto con i brogli e l’autoritarismo del regime bielorusso, e che è stato infatti denunciato dagli osservatori Ocse (Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa), secondo cui le elezioni “non hanno rispettato gli standard internazionali per un voto libero e corretto”.

Per protestare contro Lukashenko, considerato “l’ultimo tiranno d’Europa”, nei giorni successivi sono scese in piazza migliaia di persone a Minsk, la capitale. Il 20 marzo erano in 25.000, nella prima protesta antiregime e filooccidentale di una certa rilevanza che si sia mai svolta in Bielorussia. I manifestanti, che denunciavano i brogli e chiedevano di tornare al voto, hanno cercato di rioccupare la piazza dell’Ottobre il 25 marzo, sotto la guida del leader dell’opposizione Aleksandr Milinkevic, che alle elezioni ha preso il 6% e che portava in mano un mazzo di garofani rosa. La data scelta non era casuale, perché il 25 marzo è il “Giorno dell’Indipendenza”, in ricordo di quel 25 marzo 1918 quando per la prima volta nella sua storia la Bielorussia fu per breve tempo indipendente. Gli oppositori hanno rotto un primo cordone della polizia ma non sono riusciti a entrare sulla vasta piazza, perché si sono trovati di fronte transenne metalliche e agenti dello Spetznaz (le forze speciali).

Gli oppositori, che gridavano “Zhive Belarus!” (viva la Bielorussia) e “Milinkevic è il nostro presidente”, si sono scontrati con la polizia, che alla fine ha effettuato 500 arresti. Tra questi Pavel Mazheiko, il portavoce personale di Milinkevic, e l’altro leader dell’opposizione Alexander Kozulin (2,3% dei voti), portato in caserma e poi trasferito in un centro di detenzione. Arrestati 21 stranieri, e in totale ben 26 giornalisti. Eurozine, il network europeo di riviste cui fanno parte anche Reset e Caffeeuropa, riferisce che tra i fermati c’è anche Andrei Dynko, direttore di un importante quotidiano dell’opposizione bielorussa, “Nasha Niva”, e vicedirettore di “Arche”, rivista associata a Eurozine.

La reazione dell’Occidente non si è fatta attendere. Ue e Usa hanno chiesto il rilascio di Kazulin e dei dimostranti arrestati, ma già il 20 marzo il portavoce della Casa Bianca Scott McClellan, aveva riconosciuto che il voto si era svolto in un “clima di paura”, e aveva aggiunto: “Appoggiamo l’appello per nuove elezioni”. Il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, ha condannato la Bielorussia, che ha una partnership con la Nato e che quindi deve “compiere dei passi avanti per rispettare gli standard democratici euro-atlantici”. Per il ministro degli Esteri austriaco Ursula Plassnik, presidente di turno dell’Ue, il voto è stato caratterizzato da “un clima di intimidazione e di blocco dell’opposizione”. Günther Verheugen, commissario Ue all’Industria, ha affermato la Bielorussia è “l’ultima vera dittatura in Europa. Fino a quando sarà così non potrà essere un partner dell’Ue”.

E se Washington e Bruxelles stanno valutando la possibilità di sanzioni, come misure restrittive contro più di 40 esponenti del governo e della stampa ufficiale bielorussa, tanto che secondo il New York Times la Ue avrebbe già stilato una lista di nomi, per gli osservatori della Csi (Comunità degli Stati indipendenti, filorussa) il voto è stato invece “libero e trasparente”. Dalla Russia sono arrivate le felicitazioni del presidente Vladimir Putin, e il primo ministro Mikhail Fradkov ha dichiarato che “il risultato parla da solo: riproduce il volere della gente”.

La Russia. Qui sta la questione. Mentre George Bush ha inserito la Bielorussia, da tempo e ufficialmente, nella lista degli Stati canaglia, Mosca considera strategica la sua alleanza con Minsk. Dopo le rivoluzioni di Ucraina, Georgia e Kyrgyzstan, ribellatesi agli uomini imposti da Mosca, la Bielorussia è l’ultimo alleato fedele. Lukashenko è un classico dittatore sovietico (i suoi servizi segreti si chiamano ancora Kgb, Lenin è ufficialmente celebrato, l’economia è di Stato, la corruzione e la repressione sono degni dell’Urss, i media sono controllati dal regime, la campagna elettorale si svolge in un clima di paura e intimidazione), e non nasconde il sogno di riportare Minsk sotto l’ombrello di Mosca attraverso una confederazione.

Dalla sua parte può vantare ritmi di crescita economici cinesi, che lo rendono molto popolare. I salari e le pensioni sono a livelli decenti, anche se i suoi critici attribuiscono i suoi successi ai prezzi stracciati con cui la Russia vende l’energia al suo “vassallo”. La scrittrice bielorussa Svetlana Alexeyevich, che considera Lukashenko un dittatore, ha ammesso: “A un’ampia percentuale di persone sta bene come vanno le cose. Riescono in qualche modo ad andare avanti, e gran parte del sistema educativo e sanitario è ancora gratuito”. Per questo, come ha scritto Timothy Garton Ash sul Guardian, l’impressione di molti osservatori è che anche senza brogli Lukashenko avrebbe vinto con oltre il 50% dei voti.

In Italia ci si è chiesto: “Perchè la Bielorussia non ci ha fatto sognare?” (il Riformista, 28 marzo). Garton Ash ha invece segnalato che il suo forum sulle elezioni a Minsk è stato inondato di messaggi. L’Italia magari pensa alle elezioni (ed è giusto così), ma gli europei osservano e studiano. Specialmente quelli dell’Est, i più attivi e i più duri nel condannare Lukashenko. L’oppositore Alexandre Milinkevitch, in un’intervista a Le Monde, ha chiesto all’Europa di “non trattare con questo regime”: “Il sostegno morale e finanziario dell’Ovest è fondamentale. Bisogna finirla con i discorsi diplomatici e essere più fermi e determinati. Bisogna fare come la Polonia, che accoglierà i giovani espulsi dalle proprie università in seguito alle manifestazioni”.

Lukashenko ha dichiarato che con la sua vittoria ha “fermato un piano d’espansione dell’Europa”. Garton Ash ha spiegato invece che “la cosa più importante è che offriamo alla Bielorussia una prospettiva europea di lungo termine”. Nella fredda Minsk alcuni giovani sventolavano in piazza la bandiera stellata dell’Unione Europea. L’Europa è dietro l’angolo, e sta arrivando. Ci metterà un po’, come sempre. Ma arriverà, Mr Lukashenko. E questa, per Lei, è una minaccia.


 

 

 

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