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296 - 24.03.06


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I danesi e l’Ue: meno
se ne parla, meglio è
Anne Knudsen

In più occasioni la Danimarca e i danesi si sono fatti notare, in maniera piuttosto vistosa, nell’ambito dell’Ue. L’esempio più eclatante è stato il referendum sul Trattato di Maastricht, svoltosi più di dieci anni fa, dove lo scetticismo nei confronti dell’architettura della collaborazione europea ha prodotto un “no” al Trattato. Ma anche in tempi recenti, quando i danesi hanno rifiutato di entrare a far parte dei paesi dell’eurogruppo. Inoltre, i sondaggi fatti all’inizio del 2005 hanno mostrato che c’era da dubitare che i danesi avrebbero votato a favore del Trattato Costituzionale dell’Ue. In quei casi è stato sottolineato come il popolo danese sia stato più informato sulle strutture reali, sui rapporti di potere e sulle procedure decisionali dell’Ue rispetto alla maggioranza degli altri popoli europei. Tutta una serie di governi del passato e una stampa quasi all’unisono filoeuropea hanno, nel corso degli ultimi 33 anni, compiuto un impegno colossale per informare il popolo danese su ogni possibile dettaglio della costruzione europea. Si potrebbe aggiungere che la partecipazione al voto in Danimarca ai referendum comunitari si è mostrata allo stesso livello (e a volte perfino a un livello più alto) della partecipazione alle elezioni parlamentari nazionali, il che vuol dire considerevolmente al di sopra dell’80%. In Danimarca la partecipazione al voto si basa su un concetto di volontarietà. Questo significa che quasi tutti i danesi desiderano partecipare al voto, quando c’è da esprimersi su importanti questioni comunitarie.

In base a questa premessa è lecito presupporre che in questo momento il Trattato Costituzionale dell’Ue sia oggetto di intense discussioni in Danimarca, insomma che “la pausa di riflessione” venga usata, appunto, per riflessioni, discussioni, informazioni e argomentazioni. Nulla di tutto questo. A parte le consolidate istituzioni Ue, (tra cui soprattutto la rappresentanza, che svolge un lavoro eroico per mantenerne vivo il dibattito), letteralmente nessuno discute più questioni relative all’Ue. I politici non discutono, i partiti non discutono, i giornali non discutono, le radio e la TV non discutono – e i cittadini non sognerebbero neppure di discutere né l’Ue, né il Trattato Costituzionale o altri argomenti simili durante i loro pasti. In altre parole, non si prevede, neanche minimamente, che i danesi, alla fine della “pausa di riflessione”, produrranno proposte originali, ben pensate e ampiamente discusse volte a migliorare, accettare, rifiutare, peggiorare oppure in qualche altro modo modificare la bozza per il Trattato Costituzionale. Di quest’argomento i danesi non se ne occupano. L’argomento è morto. Morto e sepolto. Le spiegazioni di tutto ciò possono essere suddivise in due categorie principali, che illustrerò qui di seguito. Infine cercherò di indicarne le conseguenze.

In primo luogo i danesi appaiono piuttosto soddisfatti dell’Ue e del modo in cui l’Unione funziona. È passato molto tempo dal primo voto nel 1972. La maggior parte dei giovani, che allora erano contro l’Ue, ha raggiunto la maggiore età ed è diventata adulta e più ragionevole, e nuove generazioni di elettori sono nate e cresciute in un mondo in cui l’Ue (e i suoi predecessori) costituisce qualcosa di naturale e scontato. Nella vita quotidiana non è che l’Ue dia più fastidio rispetto ad altri organi amministrativi con i quali bisogna convivere (lo stato, le regioni, i comuni). Si potrebbe dire che l’Ue costituisce una parte di quelle “condizioni-cornice” di una vita normale nella Danimarca di oggi. Uno lavora in un altro Paese membro, uno ha studiato in un altro Paese dell’Ue, si hanno clienti e fornitori in altri Paesi membri, si partecipa a diversi progetti che sono finanziati, parzialmente o per intero, dall’Ue, e una gran parte della legislatura che regola il proprio ambito di lavoro è costituita da direttive comunitarie. L’Ue è normale – e per questo non è una cosa che si discuta. Il clima che, come si sa, per antonomasia costituisce la cornice per la vita umana, viene discusso molto di più dell’Ue, probabilmente perché le condizioni meteorologiche della Danimarca sono molto più imprevedibili e fastidiose che in altri Paesi dell’Ue. Questa normalizzazione dell’Ue come parte integrante di un mondo scontato ha, in maniera inequivocabile, un legame con un aspetto temporale, e cioè il tempo che è passato.

È da notare che i partiti danesi più euroscettici, in maniera piuttosto sistematica si sono dichiarati grandi sostenitori del precedente trattato ogni volta che un nuovo elemento è stato presentato agli elettori europei. Quindi, i partiti si sono abituati ai trattati in vigore. In questo caso è quasi banale, ma anche veritiero, sostenere che meno si parla dell’Ue, più popolare è la collaborazione europea. Dall’altra parte, quando la questione Ue verrà di nuova messa sull’agenda perché ci saranno importanti decisioni da prendere, tutti quelli che sono piuttosto soddisfatti coglieranno un’altra volta l’opportunità di dare voce alla loro insoddisfazione. Soltanto finché non si parla dell’Ue, c’è soddisfazione. Si potrebbe fare un esempio simile, immaginandosi che cosa i cittadini voterebbero, se fosse varato un referendum sulla costruzione del sistema elettorale per il Parlamento, sul numero di sedi nei consigli comunali oppure sulla suddivisione dei dipartimenti dei ministeri nazionali. È più che probabile che anche la costruzione di queste normali strutture sarebbe stata criticata. Ciò, ovviamente, costituisce un grave potenziale problema per l’Unione che si potrebbe sintetizzare così: solo quando l’Ue non si cambia, e perciò non richiede una presa di posizione, l’Unione avrà un supporto da parte dei danesi.

In secondo luogo la maggior parte del dibattito sull’Ue in Danimarca ha avuto come argomento principale le sue strutture e i suoi sistemi, e cioè quelli che potrebbero essere definiti gli organigrammi. Questo, da una parte, è il motivo per cui tale discussione non è mai diventata veramente popolare, e, dall’altra, il motivo per cui i danesi appaiono così bene informati per quanto riguarda l’Ue. L’elevato tasso di istruzione in quel campo, però, riguarda cose che solo i pubblici funzionari ritengono interessanti. Solitamente le relazioni strutturali vengono giudicate completamente prive di interesse ed estranee alla maggioranza degli esseri umani. Essi, casomai, s’interessano agli altri essere umani, all’arte, allo spettacolo, al teatro, alla letteratura e a tutti quegli argomenti nei quali è possibile rispecchiarsi. È una specialità per pochi iniziati essere capaci di immedesimarsi in una struttura astratta, amministrativa oppure politica, e perfino trarne piacere.

In quest’ottica l’Ue è ancora meno interessante come argomento di dibattito rispetto alla recente riforma sulla struttura comunale della Danimarca e la sua successiva realizzazione nelle nuove regioni. In pratica, anche se quest’ultimo argomento coinvolge attivamente, al livello locale, un notevole numero di persone, detta riforma comunale non è in alcun modo fra gli argomenti preferiti nella vita quotidiana dei danesi. Al contrario, è un argomento che appare noioso, soporifero, senza interesse.
Ovviamente, si può sempre contribuire a una discussione su certe cose, se uno per forza deve – ma privi, però, della voglia di partecipare. Infatti, queste discussioni, solitamente, si svolgono in brutte stanze con una cattiva illuminazione, seduti su sedie scomode. Non in forme private, come quando si sceglie liberamente di cosa parlare.

Ciò costituisce un altro fastidioso e fondamentale problema nel progetto europeo. In Danimarca abbiamo sviluppato una tradizione secondo cui le questioni comunitarie importanti vengono trattate attraverso referendum popolari. In altre parole, usiamo uno strumento politico per trattare argomenti che, per natura non sono politici, bensì amministrativi e organizzativi. È quasi spaventoso che questa procedura, così poco giusta, si stia diffondendo anche ad altri paesi membri. E non è probabile che, in quei paesi, le esperienze saranno diverse rispetto alle esperienze che si stanno vivendo in Danimarca da decenni. Il referendum sul Trattato Costituzionale, svoltosi in Francia l’anno scorso, indica chiaramente come la natura umana in certi casi sia più o meno uguale in tutta Europa.
(traduzione di Jesper Storgaard Jensen)

Qesto scritto è un estratto dall’intervento che l’autrice ha tenuto a “Transeuropaespress 2006 – L’Europa alla prova del consenso” organizzato a Roma dalla Fondazione Ratti e dalla Casa delle Letterature di Roma.


 

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