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293 - 03.02.06


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La metamorfosi del
“bulldozer” vista da Parigi
Luca Sebastiani

Ora che Ariel Sharon è addormentato nella sua mezza vita, le lodi all’uomo politico si sprecano in Francia. Eppure, le buone relazioni tra l’ex falco del Likud e il mondo politico francese sono questione di qualche mese fa, quando a luglio il presidente della Repubblica Jacques Chirac ricevette il capo del governo israeliano a Parigi elogiandone il coraggio e indicandolo come una speranza per la pace.

Cambio di fronte repentino se si considera l’irritazione antica che un personaggio come Sharon ha sempre suscitato presso una politica francese tradizionalmente filoaraba e, almeno dal 1967, favorevole alla causa del popolo palestinese e dei suoi leader. Se la Francia ha sempre riconosciuto l’esistenza di una legittima dirigenza palestinese e si è sempre detta a favore della creazione di uno Stato sotto la direzione di questa, dall’altra l’ex primo ministro israeliano per anni non ha neanche preso in considerazione l’ipotesi di un’entità palestinese, figurarsi riconoscere un ruolo e una legittimazione ad un uomo come Yasser Arafat, nel migliore dei casi considerato come un sanguinario terrorista.

Nel 1982 François Mitterrand, primo tra i presidenti della V Repubblica, si reca in visita ufficiale in Israele e alla Knesset pronuncia uno storico discorso durante il quale esprime il punto di vista francese sulla questione palestinese. Qualche mese dopo, allora ministro della Difesa, Sharon lancia le truppe israeliane all’assalto del Libano dopo aver fatto credere al Presidente Mitterrand che avrebbe agito con moderazione. La tragedia di Sabra e Chatila e l’evacuazione da Beirut di Arafat grazie all’esercito francese inaspriscono le tensioni tra i due stati e segnano l’immagine del “bulldozer” israeliano.

Nel 2000, la passeggiata di Sharon sulla spianata delle Moschee, conferma l’immagine che i francesi hanno di un uomo che considerano un provocatore deprecabile. In quell’occasione l’Humanité, il quotidiano del Partito comunista titolava: “Sharon il macellaio dà fuoco alle polveri”. Divenuto capo del Governo con il Likud, in Francia Chirac e il rivale socialista in coabitazione forzata, Lionel Jospin, convergono almeno su un punto: con la sua politica di colonizzazione dei Territori e l’assedio di Arafat a Ramallah, Sharon è oggettivamente un ostacolo per la pace.

Del resto il giudizio è ricambiato dalla parte di Tel Aviv e quando Sharon, nel giugno 2004, invita pubblicamente gli ebrei francesi “a immigrare in Israele il prima possibile” per sfuggire da “un antisemitismo selvaggio” che si espande in Francia grazie alla presenza del “10% di musulmani nella popolazione”, i rapporti diplomatici tra i due Paesi crollano al loro minimo storico. “Ha perduto un’occasione per tacere” replicò per tutti il presidente dall’Assemblea nazionale Jean-Luis Debré.

Poi la morte di Arafat (avvenuta a Parigi dove era venuto a curarsi), il successivo cambio di strategia di Sharon (costruzione del Muro e ritiro dalla striscia di Gaza) e la posizione di Israele sul dossier nucleare iraniano (manifesta astensione da ogni coinvolgimento molto apprezzata dalla Francia), hanno contribuito a far evolvere positivamente i contatti tra le due diplomazie. Questo nuovo corso bilaterale è stato voluto da Chirac e il Primo ministro Dominique de Villepin, desiderosi di riorientare la propria politica mediorientale per migliorare i rapporti con l’amministrazione Bush, messi male dopo la questione irachena, e riconquistare spazio diplomatico nella zona.

Dopo questa lunga e tumultuosa storia, ora tutti parlano di Ariel Sharon come di un pragmatico uomo di pace e si preoccupano dell’incertezza che si è aperta con la sua uscita dalla scena politica. Ma veramente la politica francese si è riconciliata con la visione e l’azione politica dell’ex duro di Tel Aviv? I dubbi permangono se è vero che lo scorso luglio, nel corso del succitato incontro tra Sharon e Chirac, si è parlato di Siria, Libano e Iran mentre si è preferito soprassedere sul tema del conflitto israelo-palestinese. Paura delle divergenze?

 

 

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