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289 - 25.11.05


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Tutte le ferite
della sinistra tedesca
Christian Del Monte

Se la maggioranza degli elettori tedeschi ha votato a sinistra, perché la Germania si incammina verso un governo di destra? Questa è la paradossale domanda che ci si pone consultando i risultati delle ultime elezioni di settembre, da cui appare un elettorato in maggioranza orientato su posizioni di centro-sinistra. Con una partecipazione al voto pari al 77,7% degli aventi diritto, le preferenze espresse a favore di Spd (34,2%), Grüne (8,1%) e Linke (Pds + Wasg, 8,7%) raggiungono infatti ben il 51%, contro il 45% assegnato alla coalizione elettorale di centro-destra composta da Cdu (27,8%), Csu (7,4%) e Fdp (9,8%). Perché, quindi, non un governo rot-rot-grün invece di una Größe Koalition da stringersi con gli antagonisti di sempre, il Cdu e Csu e che sta mettendo in fibrillazione l'area di sinistra del Spd?

C'è da dire che nessuno è stato colto di sorpresa da questa decisione, già da tempo presagita e confermata più volte dalle dichiarazioni rilasciate dai dirigenti del partito socialdemocratico, prima e durante il periodo elettorale. Era lo stesso Franz Müntefering, presidente dell'Spd, a confermare questa linea di condotta in un'intervista rilasciata il 24 luglio alla Zdf (seconda emittente televisiva federale): “Non formeremo a livello federale una coalizione col Pds, in nessun caso. Né col Pds, né coi suoi 'ospiti' della Germania Ovest (riferimento a Oskar Lafontaine, originario del Saarland, ndr). Questo è certo. Così la pensa il cancelliere Gerhard Schröder e così la penso io. Se ci siano o meno altre opinioni in seno al partito, è cosa che non so. Quel che è certo è che non ci potrà essere una collaborazione (col Pds e il Wasg di Oskar Lafontaine, ndr)”.

Alcuni commentatori hanno visto in questo rifiuto una strategia volta a isolare lo scismatico Oskar Lafontaine, “ospite” del Pds: avviare trattative con quest'ultimo avrebbe significato, in primo luogo, accettare la linea politica dell'uomo che “sei anni fa tradì il partito”. Con queste parole Müntefering si riferisce a Lafontaine, richiamando alla memoria la profonda crisi interna causata nel 1999 dal “predicatore d'odio”, dall'uomo “che ha diviso la sinistra”.

Ministro delle Finanze nel primo governo Schröder (1998-2002) e presidente dell’Spd, Lafontaine si dimise nel marzo di quell'anno da entrambe le cariche, per prendere le distanze dal “mainstream neoliberista”, capitanato dal cancelliere. Emarginato, di conseguenza, da una vita partitica ormai dominata dall'area centrista di Schröder e Müntefering, decideva, quest'anno, a fine maggio, di lasciare quell'Spd, al quale si era iscritto ancora studente nel 1966 e in cui, da quel 1999, non si riconosceva più, per fondare il Wasg e stringere un patto elettorale con il Pds. Molti hanno bollato questa scelta come una vendicativa rivalsa su Schröder. Antje Vollmer, deputato dei Grüne e vicepresidente del Bundestag, si è mostrata, a riguardo, fin da subito, di tutt'altro altro avviso. “Probabilmente Lafontaine, dividendo la sinistra, vuole contribuire alla sua unificazione. Fonda il suo Uspd, per farlo festosamente ricongiungere a un rinnovato Spd tra un paio d'anni. Un'impresa spinosa.”, dichiarava sul Tageszeitung del 13 Luglio.

Ma se la ragione del rifiuto a priori di un governo rot-rot-grün, a favore di una Größe Koalition fosse il solo Lafontaine, come si giustifica il fatto che questa stessa posizione era già stata espressa da Schröder con un lapidario “Non ci sarà nessun governo, dipendente in Parlamento dal Pds”, già in occasione delle elezioni del 2002?
In realtà, le motivazioni sono ben più profonde, vanno ben al di là di facili personalismi, radicandosi, piuttosto, nella storia recente dei rapporti tra Spd e Pds.
Fino alla riunificazione delle due Germanie, l'Spd era stato di fatto l'unico partito di centro-sinistra. Questo stato di grazia dopo il 1990 mutò radicalmente con l'ingresso nella vita politica tedesca del Sed/Pds, visto come la versione riformista del partito-padrone della Repubblica democratica tedesca. L'Spd fu costretto a doversi confrontare con quella nuova realtà. In un primo momento, ci fu un atteggiamento di totale rifiuto, motivato dalla convinzione che il Pds, con appena il 2,3% dei voti ottenuto nelle elezioni del 1990, sarebbe definitivamente scomparso nell'arco di pochi anni dal quadro politico, sopravvivendo al più in un ambito regionalistico. Questa previsione fu, tuttavia, smentita dai risultati elettorali del 1994 e del 1998, in cui il Pds ottenne rispettivamente il 4,1% e l'4,9% dei voti. Invece di estinguersi, del tutto inaspettatamente, l'erede del Sed conquistava sempre più consensi, e questo anche al di fuori dei Land che formavano fino a qualche anno prima la Rdt.

In ragione di questi risultati, l’Spd si trovò costretto ad accettare il Pds, arrivando ad allearsi con esso nel governo del Land del Mecklenburg-Vorpommern; tuttavia, più questo processo di accettazione e reciproco avvicinamento si intensificava, più le tensioni nell'Spd si acuivano. In molti, avvertivano il bisogno di una maggiore Abgrenzung, di una delimitazione politica chiara, volta a preservare l'identità del partito e allontanare il rischio di derive estremiste. I timori nutriti dall'area centrista dell'Spd in questi anni sono ben riassunti dallo storico del partito socialdemotratico Heinrich August Winkler in un articolo pubblicato dalla Frankfurter Allegemeine Zeitung il 19 Ottobre 1999. Secondo Winkler, “fosse il Pds soltanto il Sed con un nuovo nome, esso non potrebbe porre in imbarazzo e in pericolo l'Spd. Esso è tuttavia qualcos'altro: è, esattamente come l'Spd, erede della vecchia, ancora non divisa, socialdemocrazia marxista risalente a prima del 1914. È da rinvenire in ciò la causa profonda dell'attrattiva che il Pds esercita su parte della socialdemocrazia e del suo elettorato – e questo non solo nella Germania dell'Est e a Berlino Est”.

Appena pochi mesi dopo, la tesi di Winkler sembrava essere avvalorata dalla presentazione della Carta dei 12 punti, documento programmatico con cui il partito di Lothar Bysky e Gregor Gysi si opponeva alla Carta Schröder-Blair (un documento sulla socialdemocrazia europea siglato a Londra l'8 Giugno 1999) e adombrava la pretesa di essere l'unico, autentico custode della tradizione socialista. In un'intervista con Regina General, André Brie (tra i padri della Reform che trasformò il Sed in Pds) affermava sul settimanale Freitag del 6 Ottobre 1999: “La Carta Schröder-Blair, a parere mio e, credo, di Gysi, rappresenta un taglio profondo nel programma socialdemocratico, mette a riposo tradizioni, che valsero per un secolo intero”.

Oltre a ciò, esiste anche un'altra questione che Franz Müntefering, pochi mesi dopo la presentazione della Carta dei 12 punti, avrebbe introdotto nel dibattito interno al partito con un articolo dal titolo “Il Pds ha fallito” (Die Welt, 17 Aprile 2000) e che, già prima di allora, era stata spesso avanzata dal centro-destra come ragione di non “affidabilità” del Pds: quanto del Sed è rimasto nel Pds? E, in che misura, l'ideologia di cui è portavoce è conforme alla democrazia tedesca?
Queste domande che possono sembrare pretestuose, hanno sempre avuto larga eco tra l'elettorato dei Grüne e di centro-destra e un recente caso di cronaca politica ha dato loro ancor più peso. Lutz Heilmann, eletto deputato in queste ultime elezioni, è stato accusato, in un'inchiesta apparsa sulla rivista Der Spiegel, di essere stato nel 1989 collaboratore del Ministero per la Sicurezza dello Stato della Germania orientale, più noto come Stasi, e di aver intenzionalmente nascosto questo suo trascorso agli elettori. Heilmann ha confermato le accuse a lui mosse dal giornale sottolineando, tuttavia, come avesse informato del fatto i “compagni” prima di proporre la propria candidatura. Di certo, agli elettori non ne è giunta voce. Riguardo alla vicenda, un portavoce del Pds avrebbe dichiarato di non vedere nella faccenda “nessun grosso problema” e così oggi Heilmann ha l'onore di essere il primo collaboratore della Stasi a sedere tra i banchi del parlamento tedesco.

 

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