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287 - 28.10.05


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Uno schiaffo al
popolo armeno
Harout Mardirossian
con Luca Sebastiani

Il 3 ottobre scorso, in Lussemburgo, mentre i rappresentanti dei venticinque paesi dell’Ue cercavano una mediazione con l’Austria per dare l’avvio ai negoziati di adesione con la Turchia, sotto le loro finestre, per le strade, era in corso una manifestazione di europei di origine armena arrivati fin lì per ribadire il loro no all’adesione del Paese che nel 1915 ha sterminato il loro popolo e che da allora si rifiuta di riconoscere il genocidio perpetrato ai danni degli armeni.
Abbiamo incontrato Harout Mardirossian, presidente del Comitato per la difesa della causa armena (Cdca), che da anni con la sua organizzazione si batte in Francia e in Europa affinché la verità storica venga ristabilita e la Turchia si assuma la responsabilità dei crimini contro l’umanità che ha commesso nel passato.

In vista di una sua futura adesione all’Ue, i Venticinque hanno preso all’unanimità la decisione di avviare i negoziati con la Turchia. Molte riserve e da più parti sono state espresse su questo processo. Tra i dossier caldi ci sono il riconoscimento di Cipro, la questione kurda, il rispetto dei diritti umani e, ovviamente, il dibattito sulla storia armena. Cosa pensa di questa decisione?

Ci vedo il fallimento dei valori europei, di chi accetta di avviare dei negoziati con un paese genocida e negazionista, senza rendere giustizia alle vittime e alla loro memoria. Ora l’Ue deve far intendere le sue ragioni alla Turchia. Noi non possiamo accettare che i negoziati si facciano sulle spalle del popolo armeno: la realtà del genocidio non può essere negoziabile. Nel 1987 l’Unione Europea diceva che non avrebbe accettato candidature senza il riconoscimento del genocidio armeno e nel 1999 l’ha accettata. Poi ci ha detto che nessun negoziato sarebbe stato avviato senza il riconoscimento e i negoziati sono iniziati il 3 ottobre 2005. Ora ci dice che non ci sarà adesione senza riconoscimento del genocidio armeno, ma come possiamo darle ancora fiducia? La credibilità dell’Europa è morta il 3 ottobre 2005.

Molti, tra questi Chirac, sostengono che se l’Ue avesse rifiutato di avviare i negoziati, la Turchia si sarebbe chiusa su posizioni “integraliste”. Non crede che la prospettiva dell’adesione possa servire alla Turchia anche per intraprendere un processo di rinnovamento culturale, oltre che istituzionale, che la porti ad abbandonare la sua posizione negazionista sul genocidio?

Nel caso della Turchia noi rifiutiamo tutti gli argomenti volti a fare di questa candidatura un problema di “choc di civiltà” o di “integrazione dell’islam in Europa”. Certo che un paese musulmano può legittimamente aspirare a essere integrato nell’Ue, ma non un paese che ha commesso un crimine contro l’umanità e si rifiuta di riconoscerlo e di ripararlo come fa la Turchia attualmente.
Noi crediamo che la volontà di adesione dei turchi debba portarli a compiere dei necessari gesti di pace. C’è da constatare che su questo terreno la Turchia non ha compiuto nessuno sforzo né sull’evacuazione dell’isola di Cipro occupata illegalmente dal 1974, né sui diritti delle minoranze kurde, né sul riconoscimento del genocidio armeno.

Quali sono, rispetto alla questione armena, le condizioni minime che la Turchia deve rispettare prima di poter raggiungere l’Ue?

Sono semplici e sono indicate dai criteri fissati dal Parlamento europeo il 18 giugno 1987 e ribadite nell’ottobre 2001, nel novembre 2002, nell’ottobre 2003, il 16 dicembre 2004 e il 28 settembre 2005: evacuazione dell’isola di Cipro, liberazione dei prigionieri politici e instaurazione di uno stato di diritto che garantisca i diritti dell’uomo, dare alla minoranza kurda uno statuto, garantire i diritti di tutte le minoranze compresa quella cattolica, riconoscere e condannare il crimine di genocidio degli armeni e levare l’embargo all’Armenia che dura dal 1991.

Molti in Europa non vedono di buon occhio l’adesione turca. I francesi, ad esempio, secondo un recente sondaggio, sarebbero in maggioranza contrari, tanto che il presidente della Repubblica, Jacques Chirac, si è visto costretto a promettere che alla fine del negoziato, tra dieci o quindici anni, saranno i cittadini stessi a decidere con un referendum; per questo ha fatto modificare la Costituzione. Quanto la questione armena ha pesato nell’influenzare l’opinione pubblica, soprattutto in Francia dove si trova la comunità armena più grande d’Europa?

Tre anni fa, nel corso delle manifestazioni che abbiamo organizzato prima del summit di Copenaghen, nessun partito aveva preso impegni formali. Oggi tutti i partiti politici rappresentati al Parlamento si sono allineati dietro il nostro slogan: “Niente Turchia in Europa senza riconoscimento del genocidio del popolo armeno”.
Questi successi sono stati possibili grazie alla mobilitazione del Cdca presso i dirigenti politici e grazie alle iniziative che ha lanciato: un appello firmato da più di 400 personalità e pubblicato sulla stampa internazionale, una petizione sottoscritta da 28.500 cittadini circa e trasmessa al presidente della Repubblica, incontri e riunioni pubbliche d’informazione attraverso tutta la Francia. Ma soprattutto, la mobilitazione è stata possibile perché i nostri interlocutori sapevano che eravamo nella verità, che lottiamo per la giustizia e contro la real politik.

Perché secondo lei la questione armena ha così faticato ad assumere visibilità presso l’opinione pubblica europea e perché proprio ora si comincia a parlarne?

La questione armena risale al 1965 e da allora è perfettamente conosciuta da tutte le cancellerie occidentali. Il Parlamento europeo ha espresso il suo parere sulla questione nel 1987. Bisogna comprendere che c’è attualmente in Europa una campagna negazionista portata avanti dalla Turchia, volta a sotterrare la questione armena. Tutti i mezzi di ricatto sono utilizzati, comprese le rappresaglie finanziarie verso gli Stati o i giornali o le televisioni che parlano del genocidio.
Sul fondo, però, tutti conoscono il problema. Basta vedere come più della metà dei paesi membri dell’Ue hanno già riconosciuto il Crimine contro gli armeni, tra i quali, lo scorso anno, la Polonia e la Slovacchia, membri dell’Unione, e la Svizzera.

Non c’è il rischio che detrattori dell’adesione turca all’Ue come i sovranisti nazionalisti alla Le Pen usino strumentalmente il genocidio degli armeni?

Certo che questo rischio esiste e lo teniamo in conto. Allo stesso tempo bisogna dire che la Turchia non ci aiuta molto con la sua arroganza, il suo ricatto permanente e le sue posizioni negazioniste. Un sondaggio realizzato nel 2004 mostra come ci sia un 23% dei francesi contrari l’adesione turca pronto a cambiare parere qualora i turchi riconoscessero il genocidio degli armeni. La Turchia sa cosa deve fare per conquistare il cuore degli europei.

Perché, a vostro avviso, la Turchia mantiene ancora questa posizione di chiusura assoluta, completamente negazionista, anche quando moltissimi governi hanno già riconosciuto il genocidio e persino il papa Giovanni Paolo II ne ha denunciato “l’aberrazione disumana”?

La Turchia moderna si è costruita sul genocidio armeno e il potere dell’esercito. Riconoscere che nel 1915 l’Esercito agli ordini dei Giovani turchi ha deliberatamente sterminato un popolo vuol dire per i turchi erodere le fondamenta della Repubblica. Senza contare le eventuali riparazioni morali e finanziarie che un processo di riconoscimento richiederebbero.

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