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286 - 14.10.05


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Partita a due
all’ombra di Chirac
Luca Sebastiani

Abbronzati, sorridenti, cordiali. L’immagine dell’idillio. Anzi, della complementarità concorde, dell’affiatamento sereno: il Governo marcia unito verso traguardi comuni insieme alla sua maggioranza. I due timonieri sono alla guida, sicuri ed ognuno al suo posto.

Era un sabato mattina assolato a La Baule, località turistica sulla costa atlantica dove all’inizio di settembre si è svolta “l’università estiva” dell’Ump, quando il capo del governo, Dominique de Villepin, e il suo ministro dell’Interno, nonché numero due dell’esecutivo e presidente del partito, Nicolas Sarkozy, hanno messo in scena un’amichevole colazione di lavoro ad uso e consumo del gran numero di telecamere presenti. Tutto molto mediatico.

Al di là delle divisioni, al di sopra di tutte le voci e le rappresentazioni giornalistiche, il messaggio da far passare era solo uno: unità. Del resto alle elezioni presidenziali del 2007 manca ancora un anno e mezzo, diciannove mesi che rischiano di trasformarsi in una guerra logorante per il governo, per la maggioranza, per la destra, per il Presidente.

Ma il duello tra i due presidenziabili della destra francese, iniziato in sordina mesi fa, assume la sua “ufficializzazione” solo qualche ora dopo quei convenevoli in riva all’Atlantico, quando giunge inattesa la notizia del ricovero di Jacques Chirac per un problema vascolare.

Indebolito dalle ripetute sconfitte elettorali alle amministrative e alle europee, ai minimi storici di consenso dopo la débâcle al referendum sulla Costituzione europea, il monarca repubblicano, il protagonista di cinquant’anni di vita politica francese è ormai sul viale del tramonto, e quasi sicuramente non potrà ricandidarsi.

Lo scenario politico francese,
improvvisamente, cambia.

Sarkozy rimane orfano del suo “miglior nemico” e dovrà rivedere la sua strategia. Per anni si è definito in contrapposizione a Chirac, fino ad impersonarne l’oppositore principale e il naturale erede. Il giovane contro il vecchio, la dinamicità contro l’immobilismo, il cambiamento contro lo status quo. Laicità, discriminazione positiva, fisco, riforme, ogni tema è stato valido per contraddire le posizioni del Presidente e differenziarsene. Fino alla presa del partito, la creatura di Chirac, di cui Sarko si è impadronito facendone la propria truppa lanciata alla conquista della massima carica della Repubblica. “Abbiamo bisogno della sua leggendaria vitalità”, ha detto il ministro dell’Interno davanti alla platea de La Baule rivolgendosi all’avversario malato. Abbastanza rivelatore.

D’ora in poi, dunque, la sfida sarà tra Sarkozy e un De Villepin che in poco più di cento giorni alla guida dell’esecutivo è riuscito ad acquistare visibilità e gradimento differenziandosi dal suo contendente e posizionandosi alla sua sinistra.
L’americano contro il gollista, il liberale-liberale contro il liberale-sociale. Due progetti differenti per la Francia impersonati da due stili opposti.

Sarko rappresenta il dinamico teorico della “strategia della rottura”, dello “choc salutare”, colui che, riferendosi esplicitamente ai socialisti e implicitamente agli chirachiani, non ha paura di dirsi “esasperato di fronte ai discorsi interminabili che evocano invariabilmente la giustizia sociale, il progresso sociale, la politica sociale”. Colui che vuole farla finita con il modello francese “quando questo conta ancora così tanti disoccupati, poveri ed esclusi”. Il presidente dell’Ump vuole piuttosto ispirarsi a “quello che nel mondo funziona”. Vedi liberismo anglosassone.

De Villepin, il fine intellettuale, il poeta, si mostra più pacato nei toni del suo ministro. Come Chirac crede che la Francia sia un Paese profondamente conservatore, che sia difficile da riformare. La sua è allora la politica delle riforme graduali, dei piccoli passi e della messa a punto di un modello sociale comunque da difendere. Critico verso “chi vuole adottarne un altro”, è impegnato nella “difesa dell’interesse nazionale” attraverso la tutela dei legami che il sistema francese garantisce.
Se Sarko giudica ineluttabili le fratture sociali, il comunitarismo e l’individualismo e cerca di integrarli in una politica che possa costruire un sistema differente per una società diversa, il primo ministro poeta si erge a rappresentante di tutti i francesi e della loro unità. Puro gollismo.

Eppure i due presidenziabili sono più vicini di quanto le loro dichiarazioni lascino intendere. Basta considerare l’atto politico caratterizzante dei primi cento giorni di De Villepin alla testa dell’esecutivo; quel Contratto nuovo impiego che, introducendo la libertà di licenziamento nel corso dei primi due anni dall’assunzione, costituisce un duro colpo al diritto del lavoro. Neanche la Medef (la Confindustria francese) si sarebbe mai attesa un tale regalo.

Nel ’95 Chirac denunciò la “frattura sociale” e promise di ricucirla. Gli elettori gli credettero e vinse le elezioni. Nel 2007 De Villepin giocherà la carta del “modello sociale” da rabberciare?
Quello del delfino del Presidente è solo tatticismo elettorale come lo fu alla prova dei fatti quello del suo monarca?
Quel che è certo è che i duellanti oggi in lizza si contenderanno lo stesso elettorato e la stessa cassa, quella dell’Ump, per finanziare la propria campagna elettorale e, forse, l’esperienza delle recenti elezioni tedesche ha insegnato a De Villepin che la strategia della rottura, là impersonata dalla Merkel, non sempre rima con consenso. Molto di più, in Germania come in Francia, con sicurezza.

 

 

 

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