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285 - 28.09.05


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Welfare d’Europa
Carla Pagani

Come deve essere la nuova Europa? Cultura della cittadinanza o sperequazione sociale? Welfare state o liberismo assoluto? Sono queste alcune delle domande a cui hanno cercato di rispondere esperti del mondo economico-sindacale durante il seminario dal titolo Welfare in Europa, che si è tenuto venerdì 9 settembre nella sede della Cgil nazionale e durante il quale è stato presentato il primo volume degli Annali della Fondazione Di Vittorio (casa editrice Ediesse): un’iniziativa editoriale nata per fornire agli iscritti della Cgil, ai lavoratori e a tutti coloro che si occupano di diritti sociali, un agile strumento per l’analisi del mondo del lavoro.

I seminari della Fondazione guidata da Adolfo Pepe, che si tengono regolarmente da anni, si caratterizzano per una spiccata volontà di approfondimento che mescola l’approccio scientifico con una prospettiva storica e socio-economica fortemente ancorata alla realtà dei problemi: “una giusta mediazione – come dice Ornella Bianchi, docente dell’Università di Bari intervenuta al seminario – tra analisi storica e progettualità politica”. Altrettanto caratteristico è l’approccio internazionale, perché solo una visione d’insieme ad ampio raggio può fornire adeguate chiavi di lettura per comprendere lo stato dei diritti. E il tema al centro di questo primo numero degli Annali è proprio il welfare, lo stato sociale, in Italia e in Europa.

La comparazione tra le differenti esperienze nazionali risulta particolarmente illuminante per capire a che punto è la difesa dei diritti nella nuova Europa allargata. Il caso della Gran Bretagna sembra aver confermato l’ipotesi secondo cui ridefinire lo stato sociale attraverso aggiustamenti e ridimensionamenti non vuol dire semplicemente ristrutturare il sistema dei diritti ma significa, di fatto, aumentare i livelli di sperequazione sociale. Uno stato sociale che non è più in grado di offrire un adeguato pacchetto di garanzie non è più uno stato sociale. Come ha spiegato Gloria Chianese, dell’Insmli (Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia), “stato sociale e democrazia sono due concetti che vanno e devono andare di pari passo. Non è un caso che in Spagna, per esempio, lo stato sociale sia nato proprio con la fine del franchismo”.

Parlare di stato sociale in Europa vuol dire, innanzitutto, restituire popolarità all’Unione e dimostrare i pericoli della “Non Europa”, ovvero della deriva anti-democratica e anti-sociale insita nei processi di indebolimento dello stato sociale che stanno investendo anche molti Paesi dell’Unione. La possibile vittoria della CDU in Germania ne è una chiara dimostrazione. Come ha spiegato Michael Braun, direttore della Fondazione Friederich Ebert, che collabora da anni con la Fondazione Di Vittorio, “il voto che la Germania si prepara ad esprimere è chiaramente un voto sullo stato sociale. Schröder potrebbe essere punito per i tagli ai sussidi di disoccupazione e per le riforme del mercato del lavoro. I cittadini non sanno che è stata la CDU ad aver imposto molti dei tagli voluti dal governo eppure il partito cattolico di Angela Merkel ha guadagnato popolarità. E non è un caso – conclude Braun – che in Germania stia nascendo una nuova sinistra attenta ai diritti sociali più di quanto lo fosse stata quella che può essere definita la sinistra ‘post-moderna’ dei Verdi, che puntava soprattutto sui diritti umani e ambientali”.

Cinque gli obiettivi che l’Europa è chiamata a perseguire. Il primo, fondamentale, passo che si deve compiere è valorizzare in ambito globale l’esperienza europea dello stato sociale e far sì che esso venga esportato altrove e non, come sta accadendo, indebolito all’interno degli stessi Paesi membri. Poi, la costruzione della pace, dentro e fuori l’Europa. E ancora, il cambiamento radicale della politica della sicurezza, la riforma degli organismi sovranazionali e la promozione, con ogni strumento, della libertà e dei diritti di cittadinanza. Infine sarà necessario ostacolare qualunque pratica di prevaricazione dei diritti sociali e individuali. “La sfida è impegnativa”, commenta Gloria Chianese: “Ci troviamo di fronte a dilemmi di difficile soluzione che richiedono una riflessione attenta. Il welfare state non può essere ridimensionato ma deve essere in grado di rispondere alle sfide della globalizzazione e fornire delle garanzie a tutti i lavoratori”.

 

 

 

 

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