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285 - 28.09.05


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Destra o sinistra?
La Germania in bilico

David Bidussa



L’articolo che segue è stato pubblicato su Il Secolo XIX

La Germania che esce dal voto di ieri eredita un conflitto mediatico, che i numeri non risolvono. La coalizione di destra supera la coalizione rosso-verde ma non vince. La socialdemocrazia di Schröder, perde, ma tiene. I numeri indicano un pareggio. Il confronto politico dice che la sconfitta travolgente non c’è stata Eppure questo non significa che le elezioni di ieri segnino un pareggio, nonostante i numeri diano quest’immagine.

Vincono i socialisti di sinistra da una parte e i liberali dall’altra. L’operazione tentata da Lafontaine indica la crescita numerica della sinistra radicale, ma senza catturare i voti degli incerti, sottraendo, invece, consensi ai socialdemocratici, che tuttavia recuperano al centro. La tenuta dei verdi dice anche che forse un voto di sinistra radicale pur punitivo nei confronti di Schröder, lo salva come cancelliere dando il consenso a un suo alleato. In fondo questo era uno dei messaggi di Joschka Fischer nell’ultima settimana di campagna elettorale.

Il vero sconfitto alla fine, tuttavia, è proprio chi era dato per vincente nella lunga vigilia elettorale, ovvero Angela Merkel che non ha avuto il flusso di consensi sufficienti per amministrare interamente il suo progetto. Questo aspetto e questo particolare sono da trattenere anche qui in Italia da parte di chi pensa di avere già vinto prima ancora della competizione elettorale.

Quello che esce dal voto di ieri non è tanto un quadro incerto, quanto un paese che ha la consapevolezza di doversi rimettere sapendo, tuttavia, che le scelte radicali si fanno solo sulla scorta di un orizzonte condiviso Il tema non è il timore o la diffidenza. Nel quadro europeo la Repubblica federale tedesca è certo il paese che negli ultimi quindici anni ha vissuto e affrontato le trasformazioni più profonde e radicali all’interno della Unione europea.

La Repubblica federale, infatti, è un paese che negli ultimi quindici anni ha dovuto radicalmente rinnovarsi per due volte: la prima alla fine degli anni ’80; la seconda all’inizio del XXI secolo con il processo di allargamento a Est dell’Unione europea e, soprattutto, con la nuova geografia della Nato. I volti che hanno rappresentato queste due diverse stagioni sono stati Helmut Kohl nel primo caso e Gerhard Schröder/Joska Fischer nel secondo.

All’indomani del crollo dell’“Est-Europa”, la Repubblica federale doveva trasformarsi da marca di confine, da paese modello e sfidante dell’Impero opposto, in realtà capace di integrare. Bisognava modernizzare e includere. Ovvero accelerare il processo di sviluppo superando la possibile crisi di sacche di disagio, di conflittualità sociali interne. Non è stato un percorso facile. La corsa a ovest sorretta dal sogno della nuova libertà è stata il progetto di tutti, non è divenuta la realtà di molti. E tuttavia quella sfida è stata complessivamente vinta. E’ il processo che è stato interamente guidato e costruito da Kohl.

Il secondo processo di trasformazione inizia a delinearsi con la costruzione dell’Europa dell’Euro, ma soprattutto con l’allargamento a Est della Nato prima e della Ue poi. Se fino agli anni Novanta la Repubblica Federale costituisce l’interlocutore continentale con cui gli Stati Uniti definiscono la propria partnership economica e di investimento, questa linea di confine lentamente si sposta. Ora sono i nuovi partner est europei ad attrarre nuove forme di investimenti, ma anche i luoghi della delocalizzazione industriale ad influire negativamente sugli standard di crescita della Repubblica federale. Lo sviluppo in Europa non passa più per il crocevia di Berlino.

Schröder diviene cancelliere nella curva mediana di questi due flussi. E’ il progetto della crescita dei nuovi attori sociali e culturali su cui la Germania della seconda metà degli anni ’90 pensa di stabilire una nuova fisionomia di Stato sociale. Dentro ci sono i nuovi flussi di investimento, l’affermazione politica della generazione degli anni ’60, l’idea che si possa andare oltre il modello industriale classico, la capacità di assorbimento dei flussi migratori che giungono dal sud del mondo.

Negli ultimi due anni in quadro muta decisamente e l’avvio della crisi economica, l’abbassamento del tasso di crescita industriale obbligano a favorire un nuovo processo di accumulazione.

E’ in questo scenario che si iscrivono le elezioni di ieri. Da una parte l’opposizione cristiano-sociale ritiene non più recuperabile il divario della crisi se non al prezzo di una cura radicale. La ricetta è quella delle politiche liberiste, dell’abbassamento delle aliquote fiscali, dell’attrazione degli investimenti. Dall’altra c’è la proposta di una riscrittura delle politiche sociali, senza per questo perdere la coesione sociale interna. Sullo sfondo il tema è la ripresa di un nuovo ciclo economico e industriale.
Il voto non ha deciso una ricetta piuttosto che un’altra. Sarà la politica, dunque, che dovrà cercare di ricomporre e di far convivere un paese che esce diviso dalla competizione elettorale e senza una precisa maggioranza di coalizione.

 

 

 

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