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281 - 13.07.05


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Cronaca di una seduzione
Daniele Castellani Perelli

BRUXELLES. Il corpo dell’Europa è il corpo di Joschka Fischer. Il ministro degli Esteri tedesco, l’ex maratoneta, il politico che nel maggio 2000 lanciò il progetto di una Costituzione per l’Ue, ora, a Consiglio europeo appena fallito, tossisce al fianco del Cancelliere Schroeder. La giacca si gonfia come una vela, e il suo corpo affaticato e terribilmente ingrassato è il simbolo della grave crisi del sogno europeo. E’ venerdì 17 giugno. Dopo aver deciso che è salutare “una pausa di riflessione” nel processo di ratifica della Costituzione, i capi di Stato e di governo non raggiungono un accordo sul bilancio dell’Unione. “E’ colpa della Gran Bretagna – si indignano i franco-tedeschi – Per difendere il vecchio ‘sconto’ ottenuto nel 1984 dalla Thatcher, Blair non ha accettato il compromesso”. Ma la faccenda è molto più complicata.

Alla conferenza stampa della Germania, attorno a noi ci sono solo giornalisti tedeschi. L’ex locomotiva del continente non tira più. Schroeder esibisce un broncio depresso, e non esita a dare le colpa del fallimento a quel Tony Blair che “vuole solo un mercato, e non una politica europea”. In presunta polemica col britannico, il Cancelliere difende a spada tratta “la solidarietà dello Stato sociale europeo”, anche se in Germania un bel gruppetto di deputati della sinistra della Spd, per protesta contro le sue riforme “liberiste”, ha appena fondato un altro partito.

Nella stanza affianco, stracolma, è appena cominciato lo show di Jacques Chirac. Il Presidente è da mesi sulla via del tramonto, eppure è ancora un gigante. Come un monarca solitario, dà lui la parola ai giornalisti (“Madame…, Monsieur…”), risponde energico, e usa un linguaggio d’altri tempi (“Voi avete sottolineato a giusto titolo”). Non ha peli sulla lingua, Jacques Chirac: definisce la politica agricola “una politica moderna e del futuro”, e chi non lo capisce, come Blair, “dà prova d’ignoranza”. Quando il cronista del Financial Times prende parola, un brusio malizioso serpeggia nella sala, e Monsieur le President lo cavalca: risponde secco e ironico, come parlasse a un emissario di Blair. Francia e Germania hanno coordinato la strategia: ambedue esaltano il presidente di turno dell’Ue Juncker, danno la colpa del fallimento a Blair, sottolineano con toni patetici l’ultimo generoso tentativo dei paesi dell’Est, che pur di trovare un accordo si sono offerti all’ultimo di pagare di tasca propria. Per Chirac, come per Schroeder, con Blair vince una “visione indebolita dell’Europa”. Ma i due sono leader a tempo: prima o poi Nicolas Sarkozy e Angela Merkel li spazzeranno via dalla scena.

Quando Blair comincia a parlare non c’è più nemmeno un posto in piedi. Ha lo stesso piglio vigoroso di Chirac. Ma è molto più convincente e perfino più appassionato, e non usa un linguaggio tratto da Stendhal. “Non siamo sulla via di diventare l’economia più dinamica del mondo, come voleva l’agenda di Lisbona”, e poi vola alto ed elegante, anche se quando esce dalla sala con lo scudiero Straw ha sulle labbra un sorriso quasi macabro, fuori luogo. Davanti al suo apparente atteggiamento thatcheriano, si ha la tentazione di urlargli il grido degli operai britannici, che gli rimproverano di essere diventato un ‘blue’, un conservatore (“Tony Blair, shame on you, shame on you for turning blue”). Ma il pensiero si spegne davanti al dilemma: e se Blair avesse ragione?

Se credergli fino in fondo è un esercizio estremo di ingenuità, banalizzare la sua posizione è ancora più sbagliato. Se ne accorge sette giorni dopo anche l’ultimo bastione istituzionale dell’europeismo, il Parlamento europeo. Dopo essersi spellato le mani per Juncker (che un quotidiano ha definito “l’ultimo federalista”), l’emiciclo di Bruxelles tributa un identico scroscio di applausi allo stesso Blair, il Presidente di turno entrante, sulle cui spalle il giorno prima anche Juncker ha addossato la colpa del fallimento del vertice. E’ in questo doppio applauso, apparentemente contraddittorio, che sta la chiave per capire l’Europa di oggi. Il Parlamento ha sentito che finalmente l’Europa è percepita degna di una vera battaglia d’idee tra veri leader continentali. Non importa se abbia ragione Juncker o Blair. Importa che, sulla scia dell’ampio dibattito che in Francia ha accompagnato il referendum sulla Costituzione, l’Europa abbia la volontà di mettersi in discussione, pronta a ripartire.

Daniel Cohn-Bendit e Graham Watson incalzano Blair con stile e grinta. Il leader dei Verdi non crede al suo presunto europeismo, e il capo dei liberali lo invita a passare ai fatti (“Se vuole davvero cambiare l’Europa, lo dimostri. Show it!”). La democrazia europea è in cammino. Blair replica alternando una contagiosa simpatia a argomenti inoppugnabili. Secondo Juncker, Chirac e Schroder, le due visioni d’Europa in campo sarebbero quella meramente liberoscambista di Blair e quella più profondamente politica dell’Europa continentale. Ma Blair non ci sta, e ribatte che in ballo sono due visioni diverse dell’economia, forse nemmeno così distanti. Blair si definisce un “europeista appassionato, da sempre”: “Io credo in una Europa come progetto politico. Credo in una Europa con una forte e solidale dimensione sociale. Non accetterei mai una Europa che sia solo un mercato economico”.
Poi il premier laburista attacca il modello sociale europeo tradizionale: “Ditemi: che tipo di modello sociale è quello che ha 20 milioni di disoccupati in Europa, tassi di produttività inferiori a quelli americani, meno laureati dell’India in materie scientifiche, e indietreggia in ricerca e sviluppo, brevetti e tecnologie delle comunicazioni?”. Rivendica i suoi successi sociali interni, dal programma contro la disoccupazione agli investimenti per i servizi pubblici, dal salario minimo alla lotta alla povertà infantile. Altro che “visione indebolita dell’Europa”, altro che modello ultraliberista. Blair parla di “futuro”, “opportunità”, di “idee che sopravvivono attraverso il cambiamento”, di un’Europa più vicina ai cittadini. “In ogni crisi c’è un’occasione. Ce ne è una qui per l’Europa, ora, se abbiamo il coraggio di coglierla”, aggiunge Blair, e poi lancia l’ultima sfida: “C’è una crisi di leadership politica. Viviamo in un’era di profondi sconvolgimenti. Il popolo europeo è preoccupato dalla globalizzazione, dalla sicurezza del lavoro, dalle pensioni e dagli standard di vita. Questo è un momento di decisioni per l’Europa. Il popolo ci parla, ci pone domande, chiede una leadership. E’ tempo di dargliela”.

La Commissione europea, come spiega in privato un autorevole eurodeputato italiano, è inesistente. L’asse franco-tedesco è a pezzi. Oggi sulla scena continentale si staglia solo lui, Tony Blair. Dall’applauso che gli riserva il Parlamento, si capisce che la sua opera di seduzione è riuscita. Sarà in grado ora di spingere il Continente verso le riforme, perché l’economia traini il consenso dei cittadini verso il progetto comunitario e la Costituzione? Riuscirà a far approvare un budget europeo più moderno, a portare dalla propria parte i paesi dell’Est e l’asse franco-tedesco? Gli sta davvero così a cuore l’Europa, o Bruxelles è solo l’ennesimo strumento della sua ambizione?

Forse Blair ci ha preso in giro, ha solo voluto strappare qualche applauso prima delle vacanze: “E’ il solito vecchio affascinante e scaltro Tony – avrà pensato qualcuno – Il vecchio ‘Phony Tony’, ‘Tony B-liar’, forse non proprio bugiardo o falso, ma perlomeno un po’ troppo furbetto, come sulle armi di distruzione di massa in Iraq”. Ma non è da escludere, invece, che l’Europa abbia trovato il leader del suo futuro, un leader mai visto. Vive a Londra, ha un sorriso smagliante, una moglie in carriera e quattro figli. Gioca a tennis, va in piscina la domenica dopo la messa, ed è un ragazzo molto ambizioso. Sogna di portare la democrazia in Iraq e di salvare l’Africa dalla povertà. Anche se non tutti gli credono, tra i suoi personali millenium goals ne ha appena aggiunto uno: secondo semestre 2005, salvare l’Europa da se stessa.

 

 

 

 

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