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280 - 29.06.05


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Il fattore B e
il sogno europeo
Luca Sebastiani

L’Unione europea è in panne. Il no al progetto di Trattato costituzionale pronunciato forte e chiaro dai francesi – seguito da quello degli olandesi – ha sortito gli effetti prevedibili e auspicati dai becchini della Carta: tumulazione del testo e crisi politica. Il progetto dei militanti del no di sinistra si è realizzato però solo sin qui: nessuna Costituzione “più sociale” sarà negoziata e uno spazio economico di libero scambio continuerà, invece, ad esistere a tempo indeterminato con le regole vigenti. Del resto erano in pochi a credere all’esistenza di un piano B.

La crisi aperta dal no francese è una crisi di prospettive che lascia un vuoto politico che sarà riempito dall’esistente e di cui profitterà non il piano B, ma mister B, Blair. Del resto il premier inglese ha già cominciato ad attivarsi per trarre il massimo vantaggio dalla situazione. Ha seppellito il referendum interno sulla Costituzione – che avrebbe probabilmente perso – accelerando la morte del comatoso Testo e ha voltato pagina candidandosi alla carica di capofila di una nuova stagione della costruzione europea, più inglese, più anglosassone. Lo si è capito dalle parole usate da Gordon Brown, ministro inglese dell’economia, che nel presentare il programma della presidenza britannica dell’Unione ha spiegato che “solo un’Europa che leghi flessibilità ed equità sul mercato del lavoro, che incoraggi impresa e innovazione e apertura al commercio può trovare una nuova via verso la giustizia sociale nell’epoca della mondializzazione”.

Dopo il 29 maggio le condizioni sembrano più che favorevoli a mister B per espandere sul continente l’egemonia del suo modello. Il mitico nocciolo duro, l’unico avversario credibile, l’asse franco-tedesco promotore di un’Europa politicamente integrata e di un’economia sociale di mercato attenta alla protezione del lavoro, sembra infatti entrata in una fase nettamente declinante. Il referendum ha indebolito enormemente i francesi, mentre a Schroeder ci hanno pensato gli elettori dei lander della Renania e Westfalia che il 22 maggio scorso gli hanno inflitto la bruciante sconfitta elettorale che lo ha indotto a convocare le elezioni anticipate di ottobre che probabilmente perderà.

La Vecchia Europa ha perso e la giovane, anglosassone e atlantista, ha vinto? I giochi non sono chiusi, ma di certo i secondi godono di migliore salute dei primi, da tutti i punti di vista. Il modello renano sembra inceppato da tempo e il referendum in Francia ne ha solo disvelato, se ancora ce n’era bisogno, tutte le contraddizioni.
Tutti gli analisti sono concordi nel ritenere quel voto una manifestazione di protesta contro la disoccupazione di massa e le crescenti disuguaglianze, le responsabilità delle quali i francesi – confortati dai discorsi dei partigiani del no - hanno attributo all’Europa. Da qui il rifiuto della Costituzione “liberale” per difendere il modello “sociale” francese.

Ma è l’Ue che produce disoccupazione? A guardare i dati non si direbbe affatto, dato che non in tutti i paesi europei sembra essere il male maggiore. Se la Francia è piazzata al ventunesimo posto nella classifica dei tassi di disoccupazione dell’Unione con il suo 10% – seguita da Spagna, Grecia, Polonia e Slovacchia – altri Stati, come Irlanda, Danimarca, Gran Bretagna, Austria e Svezia, sono in una situazione di quasi pieno impiego.
Lo stesso dicasi per la crescita. Se la Francia nel 2004 ha avuto un +2,3% e ben cinque paesi se la sono passata male con una crescita inferiore al 2% (Italia, Germania, Malta, Portogallo, Olanda), dall’altra parte ci sono state quindici performance che hanno superato un buon 3%.

Certo, con questi risultati sarà difficile convincere i cittadini europei ad accettare il modello francese. In un certo senso i francesi stessi lo hanno rifiutato credendo di difenderlo.

La vecchia Europa, però, è ancora in grado di suscitare grandi speranze e mobilitare la coscienza e l’identità del continente, lo si è visto durante la vicenda irachena e si avrà modo di costatarlo in futuro. Forse quello che manca al sogno europeo – come lo chiama Rifkin - per diventare una realtà attraente e espansiva, è un’efficace politica di crescita e occupazione.

 

 

 

 

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