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280 - 29.06.05


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“Povera Europa maltrattata”
Elena Paciotti con
Mauro Buonocore

“Una grande delusione”. Bastano queste parole a Elena Paciotti per raccontare quello che ha provato di fronte al doppio rifiuto di Francia e Olanda al trattato costituzionale europeo. Un boccone amarissimo da ingoiare per lei che, parlamentare europeo dal ‘99 al 2004, è una europeista convinta, per lei che ha scritto una parte importante di quel testo quando fece parte della Convenzione per la Carta dei diritti fondamentali, poi diventata la parte centrale del trattato oggi tanto discusso; per lei che ha partecipato ai lavori della seconda Convenzione e quindi ha seguito questo trattato sin dal momento in cui non era che un’idea da realizzare.

“La delusione è grande – ci dice Elena Paciotti – perché so bene che la nascita di una Europa politica è oggi una necessità; credo anche che questa mia convinzione sia così diffusa che vederla svanire è un vera e propria tragedia”. Il dramma sta tutto nel vedere vacillare il progetto europeo colpito dall’uno-due referendario, un doppio schiaffo che rischia di dissolvere l’idea politica dell’Unione, o almeno il tentativo di costruirla, in una chimera impalpabile e distante anni luce dagli interessi, dalla curiosità e dai problemi delle persone comuni.
Ma l’amarezza non basta a capire quello che è successo a Parigi e ad Amsterdam, e per rendersi conto di come mai le minacce “dell’idraulico polacco” abbiano potuto di più di qualsiasi prospettiva politica bisogna affondare lo sguardo là dove l’Unione, politicamente, è stata più debole, carente, addirittura assente. Bisogna guardare cioè alla distanza che corre tra i cittadini e questa Europa vissuta sempre più come una questione da politici di professione, sempre meno come un futuro da mettere in piedi.

Uno dei motivi principali di questa bocciatura referendaria al trattato costituzionale sta proprio lì: c’è un abisso tra le élites politiche e gli elettori, e l’Unione è sempre più vissuta come un problema minaccioso. Perché?

Questa percezione dell’Europa che hanno i cittadini ha giocato un ruolo molto rilevante nei referendum. A mio parere la causa di tutto ciò si può riassumere in una definizione: si è trattato di una cattiva politica. Così si spiega il fatto che si possa costantemente strumentalizzare l’Europa.
L’ha fatto Fabius, che ha accettato i trattati di Maastricht, di Amsterdam e di Nizza, per poi rifiutare questo trattato costituzionale e accusarlo di non contenere sufficienti tutele sociali mentre, invece, ve ne sono assai più di quante ce ne fossero negli accordi che l’hanno preceduto.
L’Europa è stata poi costantemente strumentalizzata dai governi che, da una parte, sono sempre stati chiamati a prendere decisioni sul futuro dell’Unione, dall’altra, nelle questioni politiche nazionali, hanno sempre additato l’Ue come prima responsabile di ogni tipo di problema, come se quanto detto dall’Unione non fosse stato stabilito da loro stessi.

Insomma, il dramma dell’Europa è che manca una politica europeista, pensata e realizzata per l’Europa, che sappia individuarne e promuoverne il ruolo. All’origine di questo vuoto c’è l’inadeguatezza delle classi politiche dirigenti, un’inadeguatezza drammatica in Italia, ma che certo da questo punto di vista non è molto diversa, negli altri paesi europei.

Uno sguardo che non fa ben sperare per l’avvenire…

Noi abbiamo bisogno di un vero progetto dell’Europa sull’avvenire, abbiamo bisogno di disegnare il suo ruolo nel mondo, far valere le ragioni dell’allargamento, parlare delle difficoltà che questo comporta ma allo stesso tempo dobbiamo essere in grado di affermare che è una fatica necessaria per tutelare le generazioni future, per avere un peso reale nella politica internazionale, per garantire nel mondo il nostro modello sociale. E invece di queste cose, abbiamo avuto una cattiva politica che ha strumentalizzato le paure fino a farle prevalere.

A questo punto, guardando al futuro, o ci si lascia andare alla prospettiva di un declino definitivo dell’Europa, oppure è necessario impegnarsi nell’approfondimento dell’integrazione per trovare quella dimensione politica che è mancata. Ha ragione Ulrich Beck: chi sostiene la visione neoliberista di un’Unione che sia solo integrazione economica, insegue una chimera. L’integrazione sociale e politica non sono né dannose né inutili, ma semplicemente necessarie, perché l’Europa non può essere un semplice mercato.

Una politica europeista non esiste, manca e se ne sente la mancanza, ma quando il testo del trattato è stato scritto, non si è pensato di promuoverlo, di parlarne, di colmare l’abisso tra le élites politiche e i cittadini?

Uno sforzo in questa direzione c’ è stato. Ma il fatto è che questa buona volontà si esprime nelle sedi del Consiglio europeo, delle istituzioni unitarie: quando i capi di stato e di governo si riuniscono in sede europea, capiscono benissimo qual è la direzione da prendere. E così sono nate le decisioni importanti come a Colonia, dove si stabilì di scrivere la Carta dei diritti fondamentali, come a Laeken dove si decise di dare una costituzione all’Ue e come a Lisbona dove è nata la strategia sul processo di sviluppo economico. Vede allora che esiste la consapevolezza dell’Europa politica, così come c’è la costante preoccupazione della Commissione europea di avvicinare i cittadini.
Ma non basta la buona volontà delle istituzioni europee, tutto questo deve essere fatto dalle forze politiche di ogni singolo paese. Come sarebbe mai possibile raggiungere milioni di cittadini? È un compito che spetta a delle forze politiche che, all’interno di ogni singola realtà nazionale, pensino con un respiro europeo.

E invece le nostre forze politiche, anche quando astrattamente e teoricamente affrontano questi temi, si lasciano guidare da ragioni contingenti, dalla loro inadeguatezza culturale e politica, e soprattutto dagli interessi politici. Eccoli allora sfruttare paure e sentimenti, cavalcare le preoccupazioni anziché indicare i progetti. E questo è quello che è successo. D’altra parte coloro che sostenevano il “no”, hanno forse disegnato un’altra Europa, alternativa a quella proposta dal trattato? Nel rifiuto si sono sommati, da una parte, i sentimenti nazional-xenofobi dell’estrema destra, la chimera nostalgica di tornare a uno stato che viva nella sua esclusiva dimensione nazionale, dall’altro le accuse a un‘Europa troppo liberista.

Nessuno però ha spiegato che al referendum non si poneva una scelta tra questo trattato costituzionale e un testo migliore, nessuno ha chiarito che l’unica alternativa attuale è il trattato di Nizza che dà all’Europa un’impronta assai più liberista di quanto non faccia il testo sul quale si sta decidendo, che contiene la Carta dei diritti e più solide garanzie dal punto di vista sociale.
Nessuno ha proposto una nuova idea di Europa.

E adesso, dopo i no di Francia e Olanda qual è il futuro del trattato costituzionale?

La situazione è difficile, ma da un punto di vista giuridico non c’è altro da fare che andare avanti. I governi dei paesi membri, sottoscrivendo il trattato e la dichiarazione allegata, si sono impegnati ad avviare i procedimenti di ratifica in modo che siano compiuti entro il 2006; e poi tutti i popoli hanno diritto di esprimersi, non possiamo dire che l’Europa ha parlato, e ha bocciato il trattato costituzionale perché così hanno deciso i cittadini francesi e olandesi. Il procedimento deve andare avanti e potrebbe bloccarsi solo se più di cinque stati membri dicessero no; solo al sesto rifiuto si potrebbero interrompere le ratifiche.

Lei teme un effetto domino? È possibile che sulla scia dei risultati di Francia e Olanda si alzi in tutta Europa un vento contrario al trattato?

È una cosa possibile. Ma bisogna tenere conto del fatto che nei trattati internazionali nessuno è pienamente soddisfatto, tanto meno in una Unione a 25 membri. L’Ue è per definizione unità nella diversità, quindi è impossibile che una costituzione rappresenti esattamente i desideri di tutti. È chiaramente il frutto di un compromesso. La necessità di accettare un testo che, dal proprio individuale punto di vista, non si ritiene perfetto è raggiungibile solo se c’è la consapevolezza di un disegno superiore. Quando gli italiani sono stati chiamati a fare sacrifici per entrare nell’euro, non lo hanno certo fatto per semplice piacere, ma il fine era tale da giustificare la fatica di qualche rinuncia.
Se si riesce a comunicare l’idea di una politica che si fa portatrice di valori alti, che si propone come un progetto concreto, come sforzo per costruire un futuro migliore per le nuove generazioni, allora si comprenderà anche quanto l’Europa sia necessaria, agli europei e al mondo intero. Se si riesce a spiegare che abbiamo bisogno di una nuova democrazia sovranazionale, allora si potrà superare l’impasse.
Ma il problema è che questa politica oggi non c’è, e tra i nostri leader non se ne vede traccia.

 

 

 

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