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280 - 29.06.05


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Un abisso tra
politica e cittadini
Joseph LaPalombara

Il motivo di maggior interesse offerto dai referendum di Francia e Olanda sul trattato costituzionale dell’Unione europea, sta nel fatto che essi dimostrano che esiste un abisso tra i cittadini e le élites politiche. Questo abisso si costruisce intorno all’idea, paurosamente arrogante, che l’Europa debba andare avanti così come queste élites l’hanno pensata, senza tenere conto della loro espressione; un’idea che, mi accorgo ora, non si trova soltanto tra le leadership politiche di Washington D.C.
Probabilmente uno degli errori principali compiuti dall’Unione è stato quello di voler a tutti i costi espandere l’Ue attraverso l’adesione di nuovi paesi. Un modo di fare politica, questo, che mi ha fatto tornare alla mente una
battuta di Douglas Jay, vecchio laburista inglese e convinto avversario della partecipazione della Gran Bretagna all’Ue; egli mi disse nel 1977, a proposito del numero dei membri dell’Unione: "The more the merrier!  The bigger it gets, the sooner it will fail" (“Più siamo meglio stiamo! Quanto più estesa diventerà l’Ue, tanto più presto fallirà”). E aveva ragione.

Dunque, mi sembra poco attendibile l'idea secondo la quale il processo di ratifica di ciascun paese debba andare avanti, per via parlamentare o referendaria, mentre due membri hanno già posto il loro giudizio negativo, sancendo così di fatto il fallimento della nuova costituzione la cui approvazione ha bisogno del voto unanime di tutti i paesi dell’Unione.

Andare avanti su questa linea, non farebbe altro che rendere ancora più profondi i divari tra i membri dell’Ue. Anche perché, ne possiamo
essere sicuri, tutti coloro che, alla vigilia dei referendum di Francia e Olanda, hanno previsto crisi insuperabili nel caso di voto contrario, si faranno in quattro nel prevedere catastrofi ben peggiori se lo stesso rifiuto verrà anche dalla Gran Bretagna, dalla Repubblica Ceca, dalla Polonia, ecc.

Credo che, dal punto di vista dei valori democratici e politici, sia molto più sano e responsabile raccogliere l’invito promosso in questi giorni dal Financial Times, e cioè sedersi a un tavolo per analizzare giudiziosamente la questione e porsi una domanda: quale Europa sarà compatibile con la volontà e con i desideri dei popoli europei?
È una domanda che vale la pena porsi e impegnarsi per trovare una risposta, soprattutto in Italia, dove forse l’abisso tra cittadini ed élites politiche è più profondo che altrove.
Non basta lo sforzo che si sta compiendo ora. Non basta impegnarsi a dimostrare che i no di Francia e Olanda non sono altro che risposte a problemi politici interni. Essi hanno a che fare, anche, con i giudizi che i cittadini hanno dell’Unione europea.

 

 

 

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