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280 - 29.06.05


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Tutti i no di Francia
Luca Sebastiani

“L’idraulico polacco” e il “piano B” sono stati in Francia gli strumenti vincenti della campagna del “no di sinistra” al progetto di Trattato costituzionale. Congiuntamente, infatti, lo spauracchio del primo – che sarebbe dovuto arrivare a contendere il lavoro ai francesi in virtù del suo basso costo – e la fiducia nel secondo – la rinegoziazione di una Carta più sociale – hanno spinto i cittadini francesi a votare no.

Sullo sfondo di una situazione economico sociale disastrosa, con una disoccupazione che ha superato da mesi il 10% e una crescita dell’esclusione e dell’incertezza, il referendum è stato lo strumento per dire no alla classe politica nazionale e ad un’Europa rappresentata come minacciosa e foriera di ulteriori pene per i cittadini.

Secondo un sondaggio Tns-Sofres e Unilog commissionato da Le Monde, il 46% degli elettori che hanno votato no, lo hanno fatto perché il “trattato aggraverà la disoccupazione in Francia”. Questo argomento è stato addotto dalla maggioranza degli operai e delle donne che hanno votato contro (percentuale del 51% per entrambe), ma anche dalle professioni intermedie e dagli impiegati (42%), come dagli elettori prossimi al Ps (42%).
La volontà di “esprimere la propria stanchezza di fronte alla situazione attuale” è stata la seconda motivazione degli elettori che hanno rifiutato il Trattato. L’argomento è stato usato il 40% delle volte, 48% tra gli operai.
Al terzo posto il “piano B”. Infatti il 35% di quelli che hanno voluto affossare il testo, lo hanno fatto perché “il no permetterà di rinegoziare il Trattato”. Con il 34% ognuno, si sono piazzate a pari merito “il trattato è troppo liberale” e “il trattato è particolarmente difficile da comprendere”.

La questione dell’entrata della Turchia nell’Ue non sembra invece essere stato un fattore determinante nelle scelte del no. Almeno tra quelli di sinistra, perché invece ha portato al no il 35% degli elettori di destra.
E se le spinte maggiori al no sono legate alla paura della perdita del lavoro, naturalmente a subirne di più la pressione sono state le categorie sociali più inquiete: più il lavoratore era precario e più ha votato no.

Secondo un sondaggio dell’istituto Csa per La Tribune, hanno votato contro il 71% dei lavoratori ad interim seguiti dal 69% di quelli che hanno contratti a tempo determinato e dal 58% di quelli con contratto a tempo indeterminato.
Stessa tendenza se si analizzano i redditi mensili. Tra quelli le cui entrate arrivano fino a 1500 euro, hanno votato no il 66%. Percentuale che precipita al 55% tra 1500 e 3000, al 40% fino a 4500 e al 26% al di sopra.
Un vero e proprio voto di protesta che ha voluto colpire nell’Europa, il Governo nazionale in particolare e la mondializzazione in generale.

 

 

 

 

 

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