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279 - 31.05.05


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Europa?
No grazie
Luca Sebastiani

Et voilà! 54,68% non, 45,32% oui.
Il risultato è servito. Atteso da settimane, previsto da sondaggi ed evocato da cinici profeti di sventura, alla fine si è materializzato con tutta la sua evidenza, squassando di colpo il fragile corpaccione del Trattato europeo che custodiva il perfettibile compromesso di un'Europa soggetto politico.

Sull’arte della politica - e la razionalità che le dovrebbe essere propria – ha prevalso la paura, che le si è abbattuta contro con la rabbia di una nazione smarrita nel turbinio di una modernizzazione mondializzata, di una cittadinanza che ha trovato nel primo strumento a tiro, il referendum sul progetto di Costituzione, l’unico canale per affermare la propria esistenza di fronte ad una classe politica da tempo sorda.

Sorda di fronte al malcontento espresso dai francesi nelle scorse elezioni regionali ed europee che hanno sanzionato Jacques Chirac e il suo primo ministro Jean-Pierre Raffarin. Ceca nello scegliere lo strumento del referendum come mezzo di legittimazione politica interna quando spesso, invece, questo si presta alla strumentalizzazione populistica - che del resto, nella situazione data, era facile prevedere. Sorda e cieca, questa classe politica, infine, quando ha inteso scommettere la propria sopravvivenza con il futuro dell’Europa.

Ecco fatto, la Francia esiste, o crede di esistere, perché ha ribaltato il tavolo europeo. I francesi esistono, nonostante la cecità dei loro responsabili politici, che da oggi forse saranno costretti a vederli, a prendere le misure del loro malcontento e delle proprie responsabilità. A questo punto anche di fronte ai cittadini europei.

Perché a perdere è stata la costruzione di un’entità politica che ha bisogno degli strumenti per esistere e operare, di un’entità che senza quei mezzi rischia di essere veramente quello contro cui hanno votato i francesi: uno spazio di libero scambio economico.

I cinici hanno avuto facile gioco a scaricare la responsabilità del degrado sociale ed economico del Paese sulla Costituzione, facendo passare, allo stesso tempo, l’utopica prospettiva di una rinegoziazione palingenetica che avrebbe permesso di improntare una nuova Carta a non si sa quale socialismo. Forse a quello in un solo paese dato che l’Ue è composta da 25 stati.

Sono riusciti ad agire, quei cinici, un conservatorismo sociale e un corporativismo nazionale attraverso lo strumento del populismo. Hanno fatto manbassa di ogni genere di semplificazione, da quella della Francia dell’alto contro quella del basso a quella dei capitalisti contro quella degli anticapitalisti. Hanno evocato il pericolo dell’ormai proverbiale idraulico polacco che in virtù della Costituzione sarebbe arrivato nella campagna francese per fregare il lavoro a quei pochi che ancora ce l’hanno.
Hanno, insomma, prima scientemente suscitato e poi cimentato il senso del Nostro contro quello dell’Altro. La difesa delle nostre imprese contro quelle orientali, la difesa del nostro sistema pubblico contro quello degli anglosassoni, la difesa dei nostri lavoratori contro quelli dell’Europa dell’Est, la difesa, in sintesi, del nostro modello contro quello del mondo rappresentato dalle élites tecnocratiche e ultraliberaliste che operano minacciose da Bruxelles.

La sinistra del no ha saputo cavalcare il malcontento contingente e agire su uno strato profondo della francesità gollista: quello universalista, ma poco cosmopolita, quello che vuole l’Europa ma a propria immagine e somiglianza, quella, cioè, che diffida di ogni cessione di sovranità. Lo si è visto nella storia della Francia e nel suo rapporto difficile con la costruzione europea.

Ora nessun allarmismo, certo. Ma l’impasse è grande e durerà. L’integrazione economica e monetaria è forte, i cittadini vivono una realtà europea esistente e l’Ue continuerà a funzionare come ha fatto sin qui, cioè a dire con i trattati in vigore. Ma se prima si era in 15, ora si è in 25 e prendere una decisione qualsiasi cercando l’unanimità di tutti richiederà tempo, tanto tempo. Il tempo necessario ad una diplomazia defatigante di trovare una mediazione tra 25, per conseguire un compromesso finale che, ad essere ottimisti, avrà ogni volta una fisionomia alquanto fiacca e instabile.

I dirigenti europei, dopo la costernazione a caldo, ora si sforzano d’essere ottimisti e dichiarano che comunque il processo di ratifica andrà avanti; ma molto realisticamente riceverà altri colpi sull’esempio francese e di fondazioni costituzionali se ne riparlerà più avanti e molto a fatica.

Quello che resta, oltre a un’Europa spuntata e senza voce per parlare in un mondo dove gli equilibri mutano a gran velocità, è invece il movimento di ricomposizione del quadro politico nazionale francese terremotato dallo choc del referendum.

La sinistra del no, vincitrice, ha subito battuto cassa chiedendo le dimissioni di Chirac, il quale ha fatto sapere che rimarrà al suo posto fino alla scadenza naturale del mandato e che rimpiazzerà il fido Raffarin con l’altrettanto fido Dominique de Villepin.
Nicolas Sarkozy, pretendente al titolo presidenziale contro l’attuale titolare e leader liberista dell’Ump, partito di maggioranza, si frega le mani e si accredita sempre più come unico candidato della destra per il 2007. Ci lavora da tempo con buoni risultati e con il discorso che domenica sera ha tenuto dopo i risultati del referendum, ha ribadito le sue intenzioni e dettato il programma.
Il Ps è completamente spaccato e bisognerà attendere un congresso anticipato per la resa dei conti e i lunghi coltelli. Non si erano ancora ripresi dalla batosta del 21 aprile 2002 i socialisti, da quando Lionel Jospin era stato battuto al primo turno delle presidenziali dal neo fascista Jean-Marie Le Pen, che si ritrovano in una condizione peggiore di quella d’allora.

Dalla parte dei vincitori di sinistra? Intanto si festeggia e si fanno proclami. Ma maggioranza aritmetica – oltretutto quando un afflusso importante di no è venuto dall’estrema destra e dai sovranisti conservatori – dicevamo, maggioranza aritmetica non rima affatto con maggioranza politica. Si fa veramente fatica a capire e scorgere le misteriose vie che potranno portare ad un progetto politico comune il Partito comunista con i gruppi trotzkisti, con gli altermondialisti, con una parte dei socialisti e una dei verdi. Certo sono loro i vincitori del referendum poiché sono stati gli elettori di sinistra che hanno segnato l’affermazione del no guidati dai loro stregoni utopisti. Ma dove li guideranno ora?

Chirac ha perso e l’Ue ha perso. Ma i francesi hanno vinto? Il loro futuro, insieme a quello degli europei, sembra ancora più incerto a questo punto. Anche se hanno un nuovo primo ministro.

 

 

 

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