Cittadinanza, rappresentanza, processo
decisionale e costituzione. In queste parole sembra
racchiusa la chiave per il processo di integrazione
dell’Unione europea; processo che da una parte
procede e guarda a nuovi stati (Bulgaria e Romania
su tutti), ma dall’altra pare concedersi ampie
pause di riflessione. Insomma, trovata la chiave rimane
il difficile compito di studiare dosi e formule corrette.
Non si può più parlare d’Europa,
e soprattutto del suo futuro, senza tenere conto di
chi le sta accanto, ovvero delle popolazioni che si
trovano alle sue frange o quelle d’oltre limes.
Un nuovo ruolo per l’Unione, infatti, si estrinsecherà
proprio a partire da queste culture “marginali”,
che gradualmente le conferiranno, di rimando, quella
coscienza e quell’identità tanto a lungo
sperate. Ne abbiamo parlato con Emilio Colombo che,
più volte Ministro degli Esteri, tre volte
Presidente del Parlamento Europeo e Senatore a vita,
ha incentrato la sua lungha attività politica
sull’idea di partecipazione che parte dal dialogo
e ha contribuito in maniera decisiva al processo di
integrazione comunitaria (nel 1979 veniva insignito
ad Aquisgrana del Premio
Carlomagno , recentemente conferito a Carlo Azeglio
Ciampi e in passato ad Alcide De Gasperi e Antonio
Segni) e all’approvazione del Trattato di Maastricht.
Secondo Timothy G. Ash, storia e religione
rappresentavano i fulcri della “Vecchia Europa”,
davano vita a identità e differenza rispetto
al resto del mondo differenza; i fulcri della “Nuova
Europa”, continua lo studioso inglese, sono
invece la democrazia e la libertà, grazie alle
quali identità e storia assumono sempre più
segno positivo. Lei pensa che i paesi nuovi entrati
e gli aspiranti potrebbero rallentare questo processo?
L’identità non è soltanto definita
dall’elemento geografico, è definita
anche dai caratteri culturali complessivi, entro i
quali, secondo me, entra anche un elemento religioso
che, secondo me, va inteso non come una identificazione
tra istituzioni e religione, ma come un’integrazione
con il carattere della laicità, da non confondere
con il laicismo, che Peguy definiva la peggiore delle
ideologie. Posta così la questione religiosa,
e definiti i valori etici nell’ambito istituzionale,
allora la laicità non si tocca, però
si giunge al significato che devono avere gli elementi,
i valori e le tradizioni religiose. D’altra
parte Federico II veniva a fare la caccia nella mia
regione in Basilicata, a Castellara, e poi studiava
Averroè, filosofo ispano-arabo; non dimentichiamo,
per fare un altro esempio, che Carlo Magno era molto
amico del califfo di Bagdad. Questo per dire che le
integrazioni che oggi ci sembrano così difficili,
sono state molto più facili in tempi passati.
L’Ue è al centro di molte attenzioni,
è l’oggetto delle aspirazioni di molti.
Sembra che ci siano paesi che guardino questa nuova
Europa con un telescopio, tutti affascinati dalle
sue stelle. Qual è secondo lei il “nostro”
punto di forza?
L’Unione Europea è prima di tutto libertà
di parola e discussione. Dovunque e con chiunque la
discussione ordinatamente si può fare.
Questa discussione di cui parla può
essere un antidoto al terrorismo?
Al terrorismo dobbiamo essere in grado di sostituire
il dialogo, la capacità di discutere, di comprenderci
reciprocamente, senza rinunciare ciascuno alle idee
forti su cui è fondata la propria cultura.
Il dialogo è l’arma migliore per una
taumaturgia del terrorismo. E anche la collaborazione.
Ha ragione Frattini quando dice che non si può
pensare a una reazione emergenziale: di fronte a un
terrorismo divenuto internazionale, che ormai non
conosce più neanche le barriere dei continenti,
uno Stato membro dell’Unione non è in
grado, da solo, di elaborare una politica efficace.
La reazione sta nella preparazione, ovvero nell’elaborazione
di una strategia europea. Sono d’accordo con
il Vice Presidente quando si dice favorevole a considerare
il terrorismo internazionale come un crimine contro
l’umanità.
Rosenau sostiene che il continuo aumento
del numero e delle identità degli attori nel
sistema-mondo ha già dato il via a un superamento
del concetto di “relazioni internazionali”,
per inaugurare la fase della “politica post
internazionale”. Che sorta di scenario vede
lei in relazione al ruolo dello Stato, o meglio, dell’Unione,
in un mondo multicentrico?
Uno scenario in cui l’Unione promuova un’unione
di Nazioni, più che di Stati. Solo così
si può raggiungere una visione comune, ci vuole
un’intelligenza ordinatrice. Tuttavia,
perché agisca bene, i tempi non sono ancora
maturi in tutti i campi. Per esempio le nozioni di
terrorismo sono diverse da un Paese all’altro,
e qui l’Ue può già vantare una
visione comune, grazie alla decisione quadro del 2002.
Questa è un’ottima base per il raggiungimento
di un accordo istituzionale e per rafforzare il ruolo
della Corte Penale Internazionale. E ancora, la costituzionalizzazione
della Carta Europea dei diritti fondamentali è
stato un altro passo di notevole rilievo, e Frattini
ha evidenziato come nell’arco di pochi mesi
dovrebbe nascere, nell’ambito della Commissione,
un’Agenzia Europea per i diritti fondamentali.
Questa avrà il compito di coordinare e indirizzare,
non sostituire o custodire, la promozione e la protezione
dei diritti fondamentali. Dall’altra parte non
c’è ancora una politica comune per l’immigrazione,
e anche questo aggrava la componente internazionale
della sicurezza e del dialogo.
Si parla spesso di puntare alla triangolazione
istituzionale, ma il dibattito sulla dialettica fra
le istituzioni europee si risolve spesso in un confronto
sul ruolo cardine tra Commissione e Consiglio. Qual
è per lei l’essenza di queste istituzioni?
Abbiamo sempre definito la Commissione come il “motore
della Comunità”. Appartiene agli organi
cosiddetti federali delle istituzioni comunitarie;
il Consiglio avrebbe l’obbligo governativo ma
questo ha conferito ai ministri uno spazio eccessivo,
laddove hanno dimenticato che è un organo della
Comunità e non dei singoli governi. E quando
la Commissione vuol fare, è capace di intervenire
in maniera forte, tant’è vero che nella
storia dell’Europa è molto ben visibile
il ruolo della Commissione rispetto a quello dei ministri.
De Gaulle, ad esempio, se ne preoccupò al punto
che, alla vigilia del passaggio dal sistema di voto
unanime a quello maggioritario, ritirò la delegazione
francese dal Consiglio dei ministri. Dico questo perché
dobbiamo valutare la Commissione quale organo centrale
dell’Unione.
È d’accordo con l’ingresso
della Turchia nell’Ue?
Sono d’accordo, per diversi motivi. Uno di questi
è che io stesso ho negoziato e firmato come
ministro italiano il Trattato di Associazione della
Turchia all’Europa. L’associazione è
una cosa diversa dalla membership, naturalmente,
però sono d’accordo sul fatto che la
Turchia debba dare dimostrazione concreta di avere
realizzato quel rispetto dei diritti umani che è
tipico della cultura europea. Ricordo che quando in
Turchia i successori di Atatürk hanno abbandonato
la democrazia per una dittatura militare, noi abbiamo
sospeso l’Associazione. E l’abbiamo ripresa
quando è ritornata una visione democratica.
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