CaffèEuropa.it si è trasferito su Reset.it

Caffe' Europa
278 - 31.05.05


Cerca nel sito
Cerca WWW
Il dialogo è la nostra
arma migliore
Emilio Colombo con
Ilaria La Commare

Cittadinanza, rappresentanza, processo decisionale e costituzione. In queste parole sembra racchiusa la chiave per il processo di integrazione dell’Unione europea; processo che da una parte procede e guarda a nuovi stati (Bulgaria e Romania su tutti), ma dall’altra pare concedersi ampie pause di riflessione. Insomma, trovata la chiave rimane il difficile compito di studiare dosi e formule corrette.

Non si può più parlare d’Europa, e soprattutto del suo futuro, senza tenere conto di chi le sta accanto, ovvero delle popolazioni che si trovano alle sue frange o quelle d’oltre limes. Un nuovo ruolo per l’Unione, infatti, si estrinsecherà proprio a partire da queste culture “marginali”, che gradualmente le conferiranno, di rimando, quella coscienza e quell’identità tanto a lungo sperate. Ne abbiamo parlato con Emilio Colombo che, più volte Ministro degli Esteri, tre volte Presidente del Parlamento Europeo e Senatore a vita, ha incentrato la sua lungha attività politica sull’idea di partecipazione che parte dal dialogo e ha contribuito in maniera decisiva al processo di integrazione comunitaria (nel 1979 veniva insignito ad Aquisgrana del Premio Carlomagno , recentemente conferito a Carlo Azeglio Ciampi e in passato ad Alcide De Gasperi e Antonio Segni) e all’approvazione del Trattato di Maastricht.

Secondo Timothy G. Ash, storia e religione rappresentavano i fulcri della “Vecchia Europa”, davano vita a identità e differenza rispetto al resto del mondo differenza; i fulcri della “Nuova Europa”, continua lo studioso inglese, sono invece la democrazia e la libertà, grazie alle quali identità e storia assumono sempre più segno positivo. Lei pensa che i paesi nuovi entrati e gli aspiranti potrebbero rallentare questo processo?

L’identità non è soltanto definita dall’elemento geografico, è definita anche dai caratteri culturali complessivi, entro i quali, secondo me, entra anche un elemento religioso che, secondo me, va inteso non come una identificazione tra istituzioni e religione, ma come un’integrazione con il carattere della laicità, da non confondere con il laicismo, che Peguy definiva la peggiore delle ideologie. Posta così la questione religiosa, e definiti i valori etici nell’ambito istituzionale, allora la laicità non si tocca, però si giunge al significato che devono avere gli elementi, i valori e le tradizioni religiose. D’altra parte Federico II veniva a fare la caccia nella mia regione in Basilicata, a Castellara, e poi studiava Averroè, filosofo ispano-arabo; non dimentichiamo, per fare un altro esempio, che Carlo Magno era molto amico del califfo di Bagdad. Questo per dire che le integrazioni che oggi ci sembrano così difficili, sono state molto più facili in tempi passati.

L’Ue è al centro di molte attenzioni, è l’oggetto delle aspirazioni di molti. Sembra che ci siano paesi che guardino questa nuova Europa con un telescopio, tutti affascinati dalle sue stelle. Qual è secondo lei il “nostro” punto di forza?

L’Unione Europea è prima di tutto libertà di parola e discussione. Dovunque e con chiunque la discussione ordinatamente si può fare.

Questa discussione di cui parla può essere un antidoto al terrorismo?

Al terrorismo dobbiamo essere in grado di sostituire il dialogo, la capacità di discutere, di comprenderci reciprocamente, senza rinunciare ciascuno alle idee forti su cui è fondata la propria cultura. Il dialogo è l’arma migliore per una taumaturgia del terrorismo. E anche la collaborazione. Ha ragione Frattini quando dice che non si può pensare a una reazione emergenziale: di fronte a un terrorismo divenuto internazionale, che ormai non conosce più neanche le barriere dei continenti, uno Stato membro dell’Unione non è in grado, da solo, di elaborare una politica efficace. La reazione sta nella preparazione, ovvero nell’elaborazione di una strategia europea. Sono d’accordo con il Vice Presidente quando si dice favorevole a considerare il terrorismo internazionale come un crimine contro l’umanità.

Rosenau sostiene che il continuo aumento del numero e delle identità degli attori nel sistema-mondo ha già dato il via a un superamento del concetto di “relazioni internazionali”, per inaugurare la fase della “politica post internazionale”. Che sorta di scenario vede lei in relazione al ruolo dello Stato, o meglio, dell’Unione, in un mondo multicentrico?

Uno scenario in cui l’Unione promuova un’unione di Nazioni, più che di Stati. Solo così si può raggiungere una visione comune, ci vuole un’intelligenza ordinatrice. Tuttavia, perché agisca bene, i tempi non sono ancora maturi in tutti i campi. Per esempio le nozioni di terrorismo sono diverse da un Paese all’altro, e qui l’Ue può già vantare una visione comune, grazie alla decisione quadro del 2002. Questa è un’ottima base per il raggiungimento di un accordo istituzionale e per rafforzare il ruolo della Corte Penale Internazionale. E ancora, la costituzionalizzazione della Carta Europea dei diritti fondamentali è stato un altro passo di notevole rilievo, e Frattini ha evidenziato come nell’arco di pochi mesi dovrebbe nascere, nell’ambito della Commissione, un’Agenzia Europea per i diritti fondamentali. Questa avrà il compito di coordinare e indirizzare, non sostituire o custodire, la promozione e la protezione dei diritti fondamentali. Dall’altra parte non c’è ancora una politica comune per l’immigrazione, e anche questo aggrava la componente internazionale della sicurezza e del dialogo.

Si parla spesso di puntare alla triangolazione istituzionale, ma il dibattito sulla dialettica fra le istituzioni europee si risolve spesso in un confronto sul ruolo cardine tra Commissione e Consiglio. Qual è per lei l’essenza di queste istituzioni?

Abbiamo sempre definito la Commissione come il “motore della Comunità”. Appartiene agli organi cosiddetti federali delle istituzioni comunitarie; il Consiglio avrebbe l’obbligo governativo ma questo ha conferito ai ministri uno spazio eccessivo, laddove hanno dimenticato che è un organo della Comunità e non dei singoli governi. E quando la Commissione vuol fare, è capace di intervenire in maniera forte, tant’è vero che nella storia dell’Europa è molto ben visibile il ruolo della Commissione rispetto a quello dei ministri. De Gaulle, ad esempio, se ne preoccupò al punto che, alla vigilia del passaggio dal sistema di voto unanime a quello maggioritario, ritirò la delegazione francese dal Consiglio dei ministri. Dico questo perché dobbiamo valutare la Commissione quale organo centrale dell’Unione.

È d’accordo con l’ingresso della Turchia nell’Ue?

Sono d’accordo, per diversi motivi. Uno di questi è che io stesso ho negoziato e firmato come ministro italiano il Trattato di Associazione della Turchia all’Europa. L’associazione è una cosa diversa dalla membership, naturalmente, però sono d’accordo sul fatto che la Turchia debba dare dimostrazione concreta di avere realizzato quel rispetto dei diritti umani che è tipico della cultura europea. Ricordo che quando in Turchia i successori di Atatürk hanno abbandonato la democrazia per una dittatura militare, noi abbiamo sospeso l’Associazione. E l’abbiamo ripresa quando è ritornata una visione democratica.

 

 

Vi e' piaciuto questo articolo? Avete dei commenti da fare? Scriveteci il vostro punto di vista a
redazione@caffeeuropa.it