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278 - 31.05.05


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Parigi: l’inizio del declino di Blair?
Luca Sebastiani

Tony Blair, come ampiamente previsto, alla fine è riuscito a farsi rieleggere e a varcare il traguardo storico del terzo mandato consecutivo, sfida che nella storia recente della Gran Bretagna era riuscita solo a Margaret Thatcher. Ma, pur rinnovando la fiducia al premier, gli elettori non gli hanno affatto consegnato carta bianca per il governo del Paese. L’entusiasmo per la storica rielezione è stato infatti abbondantemente ridimensionato da un calo sostanzioso di consensi per il partito labourista, che ha scontato l’avversione degli elettori per la politica estera del suo leader. Blair, con una maggioranza di 66 seggi alla Camera dei Comuni, avrà più difficoltà a condurre la sua azione e dovrà mediare con i Liberal-democratici e la sinistra interna al Labour che non ha dimenticato la scelta della guerra.

“Terzo mandato senza gloria per Tony Blair” titolava Liberation il giorno seguente lo scrutinio, mentre Le Monde apriva con: “L’Iraq sbiadisce la vittoria storica di Tony Blair”. I giornali francesi sono concordi nell’interpretazione da dare ai risultati usciti dalle urne inglesi: la guerra in Iraq, fortemente voluta da Blair - e le “menzogne” che l’hanno circondata - hanno determinato la fuga di voti dalla sinistra verso i lib-dem, mentre la politica economica, che può vantare un tasso di disoccupazione tra i più bassi del mondo e una crescita sostenuta, è stata quella che ha consentito la vittoria.

“La questione irachena e le menzogne di Blair hanno occupato la maggior parte della campagna elettorale. Il rancore dei pacifisti si è aggiunto alla disaffezione di una parte delle classi popolari. Di colpo, malgrado la prosperità, Blair rischia di doversi accontentare di una vittoria striminzita”, prevedeva l’editoriale di Libé il 5 maggio, e il rischio si è concretizzato. “I labouristi pagano un pesante tributo alla guerra – spiega Le Monde – Soprattutto in certe circoscrizioni abitate da forti minoranze musulmane”.

L’inizio dell’ascesa di Brown

E se il voto ha sanzionato la politica estera di Blair e premiato quella economica, allora il vero vincitore della tornata elettorale sarà chi ha condotto quest’ultima, cioè il ministro delle Finanze Gordon Brown.
Chiamato in soccorso dal premier durante una campagna elettorale che stava incartandosi sulla guerra, l’amico-nemico di Blair e artefice del miracolo economico inglese, ha finalmente visto riconosciuto il proprio prestigio ed è riuscito a spostare a proprio vantaggio i rapporti di forza interni al Labour. Al punto che per Le Monde si è assistito, nelle elezioni, ad un vero e proprio “trasferimento d’autorità… La vittoria del Labour si deve più a Brown che a Blair. Essa ha avuto luogo in parte grazie al primo e largamente a scapito del secondo…Nel corso di questa campagna Blair ha contratto un nuovo debito verso il suo ministro. Quando si sdebiterà? In quale momento deciderà di lasciare il posto all’uomo che attende da tempo di succedergli?”. Se per Liberation Blair sarà costretto molto prima del previsto a cedere il testimone a Brown, Le Monde fa una serie d’ipotesi: “Sceglierà uno scenario a lungo termine, con un’uscita di scena nell’autunno 2008, sei mesi prima delle prossime elezioni? O uno scenario con tempi corti, a metà mandato? Preferirà andarsene in bellezza nel 2006 dopo una sconfitta al referendum sulla Costituzione europea, se avrà luogo?”.

Intanto la stampa francese dà rilievo alla figura di Brown, dando per scontata la sua prossima ascesa alla guida del governo inglese. Politico più popolare presso la sinistra del partito per la sua contrarietà a certe politiche blairiane eccessivamente liberiste, “principalmente in materia di educazione e sanità” (Le Monde), e per la sua posizione defilata sulla guerra in Iraq, Le Figaro mette in risalto, in prospettiva di un futuro confronto europeo, lo sguardo critico di Brown sul Continente: “Pur non essendo fondamentalmente euroscettico, ama puntare il dito sulle sclerosi di Bruxelles, sulla sua incapacità a conformarsi alle esigenze dei tempi, alla sua stanchezza ad innovare. La vorrebbe un po’ meno Vecchia Europa, e molto più britannica nel suo approccio pragmatico della realtà”. Si prevede già, insomma, un nuovo confronto europeo tra il modello sociale, essenzialmente franco-tedesco, e quello, più liberista e meno egualitario, anglosassone.

Ma dalle politiche di B&B, Blair e Brown, i francesi devono pur trarre qualche insegnamento se in Gran Bretagna la disoccupazione è al 4,6% e in Francia e Germania viaggia da tempo ben oltre il 10%. “La ricetta Blair è il successo della lotta contro la disoccupazione, problema numero uno delle società moderne – scrive Le Monde – Gerhard Schröder, che vede la sua base elettorale deteriorarsi ad ogni scrutinio, sta fallendo sull’occupazione. Stessa cosa in Francia, dove la sinistra potrebbe trarre una lezione e, più che copiare, ispirarsi alle ricette labouriste”.

 

 

 

 

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