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278 - 31.05.05


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Il declino laburista
oltre la guerra
Roberto Bertinetti con
Massimiliano Panarari

Tra i migliori specialisti e conoscitori italiani della realtà britannica, Roberto Bertinetti è docente di Letteratura inglese all’università di Trieste, editorialista e commentatore per Il Messaggero, Il Piccolo, il Gr3 della Rai, oltre che membro della redazione della rivista “il Mulino”. Il suo ultimo libro, uscito per i tipi di Carocci, è Dai Beatles a Blair. La cultura inglese contemporanea. Con lui analizziamo i risultati delle recenti elezioni nel Regno Unito.

Professor Bertinetti, commentando gli esiti del voto Tony Blair ha ammesso il ridimensionamento del suo schieramento. La formula del New Labour è dunque entrata in crisi?

Il dato che emerge con maggiore evidenza dal voto del 5 maggio è la vistosa diminuzione del consenso a favore del New Labour, che supera di poco il trentacinque per cento, solo tre punti in più dei conservatori. Rispetto al trionfo del 1997 si registra un saldo negativo di quasi quattro milioni di voti e di otto punti percentuali. La perdita è invece più contenuta rispetto al 2001, ma il significato politico del voto non cambia: il New Labour esce senza dubbio indebolito dalle urne e deve registrare un vero e proprio crollo nei collegi di Londra. Anche se non si può dimenticare il risultato storico raggiunto: per la prima volta nella loro storia i laburisti ottengono un terzo mandato consecutivo. Sulla flessione - che deriva da un incremento dell’astensione nel tradizionale elettorato del partito, da un consistente passaggio di voti verso i liberaldemocratici e, in misura minore, verso i tories – ha pesato soprattutto un’ostilità crescente verso Tony Blair, in particolare a causa della guerra in Iraq e di alcune controverse decisioni su delicati temi di politica interna. La mattina del 6 maggio, insomma, la Gran Bretagna si è svegliata ancora laburista ma certamente meno blairiana.

Blair è, dunque, ormai un’anatra zoppa, un peso per il New Labour?

Credo che, sia pure indebolito, il primo ministro possa comunque tirare un sospiro di sollievo per un risultato che all’inizio della campagna elettorale non appariva certo scontato e iniziare un terzo mandato durante il quale dovrà gestire il delicato passaggio dell’inevitabile successione alla guida del governo dopo aver chiarito che non si ricandiderà al termine di questa legislatura. Sarebbe comunque un errore cercare solo nella scelta di intervenire in Iraq o nello stretto legame con un’America a guida repubblicana i motivi della caduta del consenso per il leader laburista. Senza dubbio questi elementi hanno avuto un peso non trascurabile sulla crescita dei liberaldemocratici, contrari all’invio di soldati nel Golfo. In realtà, tuttavia, il progressivo indebolirsi dell’immagine del premier meglio si spiega facendo ricorso alla legge dei cicli della politica, al logoramento che, in epoca di trionfante postmodernità, di mutamenti continui di mode o stili di vita, trasforma rapidamente in vecchio e obsoleto ciò che in precedenza appariva nuovo e accattivante.

Come mai i conservatori non sono riusciti a trarre vantaggio dalle difficoltà laburiste?

Penso non sia piaciuta alla middle England, che da sempre determina la vittoria o la sconfitta dei candidati a Downing Street, una campagna elettorale aggressiva e populista, dagli evidenti toni razzisti, tradottasi in una serie di martellanti spot in cui i tories garantivano di avere le ricette migliori per proteggere chi si sente minacciato dagli immigrati, dalla criminalità, è ostile all’Europa o si considera vessato dal fisco. La decisione di Michael Howard di farsi da parte aggrava poi la crisi di un partito che non sembra essersi ancora messo al passo, in termini di cultura politica, con la modernità postindustriale della Gran Bretagna contemporanea. La crisi in cui versano i conservatori viene da lontano e può essere spiegata con l’incapacità di gestire l’eredità del thatcherismo. Dopo l’uscita di scena nel 1990 di Margaret Thatcher c’è stato il deserto sotto il profilo politico all’interno di un partito incapace di proporre un coerente progetto di futuro a quella classe media che aveva costituito il suo naturale bacino di consensi per gran parte del Novecento. E’ difficile che l’ennesimo cambio al vertice si dimostri una medicina adeguata per curare una malattia tanto grave. Servirebbero, invece, una nuova classe dirigente e un programma di governo davvero alternativo a quello laburista. Di cui però, almeno per ora, non c’è traccia nel dibattito politico conservatore.

Il risultato elettorale peserà sulle scelte del New Labour durante il terzo mandato di Blair?

Blair nel corso della sua prima uscita pubblica dopo il voto ha detto di aver ben compreso il messaggio inviatogli dagli elettori il 5 maggio. Tuttavia il programma appena presentato ai Comuni pare soprattutto all’insegna della continuità e, dunque, non mi aspetto passi indietro rispetto ad alcune scelte molto nette (e assai controverse) fatte nel corso degli ultimi anni. Il Blair più recente sembra mostrare in pubblico un atteggiamento decisamente diverso rispetto a quello degli anni Novanta. Se in passato andava in maniera aperta alla ricerca del consenso, ora invece - come sottolinea anche Andrea Romano nel suo The Boy. Blair e i destini della sinistra, appena uscito da Mondadori - il primo ministro ama ostentare una tempra inflessibile, si presenta come un decisore. Si tratta di un cambiamento in termini politici e di immagine che può danneggiare il New Labour, come dimostra ampiamente il voto del 5 maggio”.

In cosa potrebbe essere diverso un esecutivo con Gordon Brown al posto dell’attuale primo ministro?

Sulla miglior strategia per centrare gli obiettivi ritenuti prioritari dal governo in materia di politica interna non ci sono visibili punti di frizione tra Blair e Brown. “Occorre favorire la competitività, sostenere l’imprenditoria e proteggere la libertà di scelta dei cittadini. Noi siamo il partito moderno della flessibilità e del business”, ha infatti detto di recente il cancelliere dello Scacchiere. Per i due uomini che poco più di dieci anni fa hanno dato vita al New Labour il segreto del riformismo vincente della sinistra britannica continua a risiedere, insomma, in una brillante creatività politica che ha permesso all’esecutivo di assecondare i cambiamenti prodotti dalla globalizzazione, mantenendo competitiva l’economia e garantendo l’intervento dello Stato a sostegno delle fasce più deboli e più esposte al rischio. Credo abbia ragione chi sostiene che le politiche del New Labour rappresentino il tentativo più ambizioso messo in atto in Europa da parte di una forza di sinistra per tenere insieme due obiettivi da molti ritenuti difficilmente conciliabili: una maggiore produzione di ricchezza e una maggiore giustizia sociale. Brown, in compenso, è assai meno europeista di Blair, in particolare sul tema dell’ingresso nell’area della moneta unica. La loro rivalità, comunque, è personale e non politica. Perché entrambi hanno contribuito a definire le scelte fondamentali del New Labour in materia economica e sociale”.

Come hanno cambiato il Regno Unito otto anni di laburismo?

Sono cresciuti in misura molto sensibile gli investimenti nei servizi pubblici, è stato avviato un ambizioso programma di rilancio della sanità e dell’istruzione per adeguare questi settori agli standard europei dopo i tagli dei conservatori, è diminuita la disoccupazione e soprattutto si è avviata una profonda riforma del welfare che sta dando buoni frutti, come hanno sottolineato di recente Polly Toynbee e David Walker nel loro Better or Worse? Has Labour Delivered?, un saggio che propone un’ottima sintesi di quanto è stato fatto e di ciò che ancora resta da fare in Gran Bretagna in tema di politiche sociali. Impossibile però dimenticare che rimane troppo ampio il divario tra il reddito del segmento più ricco della popolazione e quello medio, cui si aggiunge un numero di poveri di gran lunga superiore a quello di gran parte dell’Europa più sviluppata. Secondo le ultime rilevazioni sono oltre il doppio rispetto a venti anni fa. Colpisce, in particolare, il dato relativo alla povertà infantile: circa quattro milioni di bambine e bambini, in gran parte con genitori appartenenti a minoranze etniche, concentrati per il settanta per cento nelle aree urbane di Londra, Glasgow, Liverpool e Manchester. E’ del tutto evidente, almeno in questo ambito, la distanza che separa i programmi dai risultati concreti ottenuti dal governo. Su questo punto c’è stata e continuerà ad esserci battaglia tra l’anima più tradizionale del partito e quella riformista guidata da Blair e da Brown. Anche se, per riprendere il titolo del saggio di Toynbee e Walker, nel Regno Unito a guida laburista si sta meglio rispetto agli anni in cui a Downing Street c’erano i conservatori”.

In quale direzione, secondo lei, si muoverà la politica estera del governo di Londra nel corso del terzo mandato di Blair?

Le inevitabili ripercussioni internazionali del conflitto iracheno si stanno rivelando particolarmente negative proprio per il Regno Unito, soprattutto sul versante europeo. Se, infatti, da un lato durante la fase iniziale della crisi Blair era riuscito a trascinare con sé la Spagna di Aznar, l’Italia, il Portogallo, la Danimarca e la Polonia e aveva strappato ai tedeschi la tradizionale egemonia sulle nazioni centro-orientali del continente, negli ultimi mesi è apparso evidente che Washington non ha più bisogno di Londra per ricucire i rapporti transatlantici ma preferisce il dialogo diretto con i paesi europei che non hanno inviato truppe nel Golfo o le hanno ritirate. L’antico progetto inglese di riuscire ancora ad esercitare il ruolo di perno dell’alleanza occidentale, garantendosi nel contempo consistenti vantaggi geostrategici in un ambito più vasto, sembra dunque uscire assai indebolito dalle controverse scelte compiute dal primo ministro britannico durante il suo secondo mandato. Che, non va dimenticato, stanno producendo conseguenze anche sul piano interno per quanto riguarda il ruolo del Regno Unito nella Ue. Al tradizionale euroscetticismo si è infatti venuta sommando nel corso degli ultimi tre anni una crescente ostilità nei confronti dei partner continentali, alimentata in maniera strumentale in funzione antieuropea da parte della stampa all’epoca degli scontri con Parigi e Berlino sull’intervento in Iraq, che mette seriamente a rischio l’approvazione per via referendaria del trattato costituzionale. In materia di politica internazionale il bilancio del blairismo non appare certo positivo, anzi sembra quasi fallimentare: è modesta l’influenza che il primo ministro è realmente in grado di esercitare sulla Casa Bianca, in Medio Oriente, nonostante l’impegno di Londra, non sono stati fatti per il momento passi avanti decisivi, i rapporti con i partner europei non sono migliorati e la Gran Bretagna continua a guardare con diffidenza alla Ue. Nell’immediato futuro cambierà ben poco.

 

 

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