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277 - 16.05.05


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L’allargamento salverà
l’industria europea
Franco Mosconi con
Daniele Castellani Perelli

Facciamo quattro passi nella “Fabbrica del Programma” di Romano Prodi, e parliamo di economia europea. Ci guida Franco Mosconi, uno dei quattro giovani studiosi che il Professore ha messo al lavoro sulla rivista “Governare per” (www.governareper.it), un foro di elaborazione politica e culturale nato in vista della stesura del programma del centrosinistra. Franco Mosconi insegna Economia Industriale alla Università di Parma, e ha da poco pubblicato, insieme a Giuliano Amato e ad altri, il libro Le nuove politiche industriali nell’Europa allargata (Mup editore).

“L’industria manifatturiera ha a che fare con la ricerca scientifica, l’innovazione tecnologica, il design, il marketing – spiega il professore – e nonostante l’Ue destini alla ricerca scientifica solo un decimo di quello che dedica alla politica agricola comune, qualcosa finalmente sta cambiando: è assai significativo che la Commissione abbia ricominciato a parlare, da due-tre anni a questa parte, della necessità di una nuova politica industriale”.

Mosconi, che ha lavorato per due anni a Bruxelles al fianco dell’allora Presidente Prodi, giudica fondamentale, per questo obiettivo, l’allargamento ad est, che si è sviluppato verso paesi con giovani istruiti, con “tradizioni manifatturiere di grande importanza”, con strutture industriali “complementari alle nostre”. E per il futuro indica come una delle vie da percorrere quella dei “campioni europei”, sul modello di Airbus e StMicroelectronics: aziende sopranazionali per un’Europa che aspira ad essere un attore di primo piano anche dal punto di vista politico.

La tesi del suo libro, professor Mosconi, è che la tradizione manifatturiera continua a svolgere un ruolo fondamentale per il progresso delle economie europee. Come è possibile, visto che l’industria europea è resa sempre più vulnerabile dalla concorrenza asiatica?

La contraddizione che lei intravede può suonare ragionevole di primo acchito, ma occorre soffermarsi meglio su che cosa intendiamo per industria manifatturiera. Beninteso, c’è l’inevitabile e naturale “dinamica economica strutturale”, che vede mutare continuamente il peso dei macrosettori di attività (la struttura dell’economia, appunto). E oggi sempre più rilevante diviene, quantitativamente parlando, il peso dei servizi al posto dell’industria, così come in epoche passate l’industria sostituì mano a mano le attività agricole. C’è questo fenomeno, e c’è poi anche un fenomeno di delocalizzazione di attività strettamente produttive dai nostri ricchi paesi dell’Occidente verso l’Oriente: sia quello a noi prossimo (i nuovi paesi membri dell’Ue) sia quello lontano (l’Asia).

L’analisi della Commissione europea, nei suoi documenti del biennio 2002-2004, è che la delocalizzazione abbia sinora interessato unicamente le attività a bassa intensità tecnologica ed elevata intensità di manodopera. Il trasferimento di tali attività è tuttavia spesso accompagnato dal mantenimento o dalla creazione di posti di lavoro in Europa in comparti del terziario quali il design, il marketing e la distribuzione”. Se a ciò uniamo le attività di ricerca e sviluppo e quelle di trasferimento tecnologico, tutt’e due strettamente connesse all’industria manifatturiera, mi pare un punto fondamentale: il punto fondamentale.

Nel senso che l’industria manifatturiera rappresenta ancora il cuore dell’innovazione, del progresso tecnologico…

Esatto. Tutte queste attività legate all’industria sono vitali, e se un paese se ne priva perde il cervello delle attività manifatturiere. Certo, ancora nel 1970, nella media dei paesi dell’Ue, dall’industria veniva il 30% del valore della produzione. Oggi la percentuale è scesa certamente sotto il 20%, al 17-18% circa. Ma in queste percentuali c’è una grande componente di quelle attività “intelligenti” che rendono forte e innovativa un’economia. C’è poi, sempre incorporato in queste percentuali, il saper fare dei nostri imprenditori e della nostra forza lavoro, che non si improvvisa e che consente a paesi di antica industrializzazione di innalzare continuamente il livello tecnologico delle loro produzioni.

Detto questo, però, non crede che l’Europa pensi ancora più alla politica agricola (Pac) che a quella industriale?

In termini strettamente di bilancio potremmo dire che non c’è partita. Difatti, pur con le riforme che l’hanno interessata negli ultimi anni, ancora nei primi anni Duemila (l’elaborazione è tratta dal “Rapporto Sapir”) la Pac assorbiva una quota del budget comunitario superiore al 40%, anzi vicina al 45%. Ai progetti di ricerca scientifica finanziati dal budget comunitario andava invece una cifra che è circa un decimo di quella della Pac, cioè il 4,1%. Per fortuna qualcosa si sta muovendo più nel profondo. Intanto sul versante della Pac un’ulteriore riforma, imposta dall’allargamento, è stata messa a punto e manifesterà i suoi effetti negli anni successivi. E si è ricominciato finalmente a parlare di politica industriale. Non è che nel budget della Comunità ci sia un capitolo di spesa che sia chiama “politica industriale”, a somiglianza di quello per la Pac. Però nella seconda grande voce di bilancio, quella dei fondi strutturali e di coesione (che vale il 35% circa del totale), c’è per esempio il fondo sociale europeo, ci sono altri fondi che concorrono al finanziamento delle attività di formazione del capitale umano, che sono uno dei volti nuovi della politica industriale. Insomma, una ipotetica riclassificazione del bilancio comunitario per dirci che cosa già oggi si spende per una politica industriale moderna dovrebbe portare a sommare quantomeno quello che si spende per la ricerca più quello che si spende per la formazione del capitale, ma credo anche per le grandi rete infrastrutturali. Certo, molto resta da fare e, al di là delle risorse che si metteranno assieme, le direzioni nuove che la politica industriale europea si propone di prendere sono quelle del completamento effettivo del mercato interno, della rottura dei monopoli che ancora permangono, e così via (quello che in gergo viene chiamato approccio “orizzontale”, per distinguerlo da quello “verticale”, centrato su settori industriali ad hoc che pur esiste e ha una sua importanza per le industrie high-tech).

Si può dire che l’allargamento ad est rappresenti un vantaggio per la politica industriale europea?

Gli economisti non hanno la sfera di cristallo, o la bacchetta magica di Harry Potter, però possiamo dire, stando ai fatti, che dopo più di un decennio di “sospensione” (così la chiamiamo nel libro) della politica industriale, proprio in coincidenza con l’allargamento si sia ricominciato a parlarne. La Commissione Prodi prendeva le mosse proprio da qui, dall’allargamento, tanto che intitolava la sua prima comunicazione del dicembre 2002 “La politica industriale in un’Europa allargata”. Nel nostro libro, il saggio del professor Amato, “Politica industriale e politica della concorrenza nell’Europa unita”, mostra che dopo gli anni ’90, improntati giustamente alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni, oggi che “il mondo è arrivato dentro il nostro mercato comune, allora noi dobbiamo riposizionare e misurare la competitività delle nostre imprese non più entro i confini europei, ma entro quelli dell’economia globale. Ed ecco che le regole della concorrenza diventano una parte dell’insieme, ma non sono autosufficienti per lo sviluppo”.

Ma perché, in concreto, l’allargamento è un vantaggio?

Una buona parte degli economisti propende per l’ipotesi del win-win game, del gioco a somma positiva, perché ci siamo allargati verso paesi che non sono una terra di nessuno: sono paesi che hanno avuto in alcuni casi tradizioni manifatturiere di grande importanza, che hanno una forza lavoro addestrata e dei giovani con una buona istruzione tecnica. Di più: sono paesi che hanno specializzazioni nei settori manifatturieri a più basso contenuto tecnologico dei nostri, a noi complementari. Tra le nostre eccellenze, che andrebbero consolidate, negli apparecchi di telecomunicazione, negli aeromobili, nell’industria automobilistica, nella farmaceutica, nella chimica, nella meccanica di precisione, e la loro specializzazione nella meccanica di base o nel tessile, nella lavorazione del legno e così via, vi è una complementarietà. Tutte le imprese dell’Ue a 25 operano poi su un mercato interno che, con l’allargamento ai dieci nuovi entrati, si è fatto più grande, con tutte le possibilità che questo apre (maggiori economie di scala, riconfigurazione della catena del valore, e così via).

Se si parla di mercato europeo, non sarebbe ormai necessario pensare ad aziende sovranazionali, a una intensificazione dei processi di “mergers and acquisitions” (fusioni e acquisizioni)?

Questo è uno dei punti fondamentali. Credo che all’idea dei cosiddetti “campioni europei” occorra dedicare una riflessione molto seria. Nel primo capitolo del libro, richiamo la tesi del professor Alexis Jacquemin, grande economista recentemente scomparso, che in un testo uscito nel 1987 – La Nuova Economia Industriale — già intravedeva questo scenario. Ossia, per dirla con le sue parole, “la necessità di formulare una politica industriale europea concertata che permetta di superare le strategie settoriali lungo le linee nazionali”. Allora, la Cee doveva affrontare solo (si fa per dire) Usa e Giappone; oggi, come minimo, anche Cina e India. Il fatto di avere in alcuni settori, che si collocano sulla frontiera tecnologica (biotecnologie e scienze della vita, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, eccetera), delle imprese autenticamente sovranazionali nate per iniziativa di più paesi europei, che in queste imprese conferiscono i loro asset migliori, mi pare una via obbligata, oltre che razionale (sono settori infatti sia a elevata intensità di ricerca, sia a elevate economie di scala). Non a caso Airbus e StMicroelectronics, i due esempi che tutti citiamo come due casi di eccellenze europee, sono due “campioni europei” proprio in questo senso. Operano in settori importanti dal punto di vista tecnologico, come l’aeronautica e i semiconduttori, e affrontano con successo una competizione davvero mondiale. Sono imprese che affrontano altresì quotidianamente il vaglio dei mercati finanziari. E anche da questo punto di vista, come sono lontani gli anni dei “campioni nazionali”!

Lei è tra gli studiosi che stanno lavorando al programma di Prodi. Negli Stati Uniti il democratico Kerry, per conquistare gli operai dell’America profonda, aveva promesso di battersi contro le delocalizzazioni all’estero. Come si muoverà a proposito Prodi: sceglierà il liberalismo del suo amico Mario Monti o il protezionismo di Fausto Bertinotti?

Su “Governare per” – che è la cosa di cui direttamente mi occupo con gli amici e colleghi Filippo Andreatta, Gregorio Gitti e Salvatore Vassallo — abbiamo già dedicato, non a caso, molto spazio proprio a questi temi: alla centralità della manifattura, all’innovazione, alla competitività. Siamo partiti da una lucidissima analisi di Marcello De Cecco, secondo cui senza industria manifatturiera il paese non ce la può certamente fare a ripartire. E questo è coerente, anche qui non per un accidente della storia, con quello che Romano Prodi ha lasciato venendo via da Bruxelles: il nuovo disegno della politica industriale europea, giacché è la manifattura il cuore del progresso tecnologico.

Ma quindi lei avverte con fastidio o con favore le delocalizzazioni da parte delle industrie italiane?

Ad alcune delocalizzazioni non c’è alternativa. Con costi del lavoro diversi nelle diverse aree geografiche del mondo, con la rivoluzione nei mezzi di trasporto e di comunicazione, con l’affacciarsi di nuovi protagonisti sulla scena mondiale, le delocalizzazioni sono naturali in certi settori industriali, e soprattutto in determinate fasi produttive: settori e fasi in cui il costo della manodopera è il fattore più rilevante. Altra cosa però è comportarsi come le industrie americane o tedesche, che sono andate in Cina e vi hanno insediato molti stabilimenti produttivi. Non a caso una percentuale altissima delle esportazioni cinesi di fatto sono esportazioni “americane”, per non parlare poi dello sforzo corale del sistema-paese Germania. Qualcosa si sta muovendo anche in Italia, come dimostrano le due visite del Presidente Ciampi, accompagnato dal Presidente di Confindustria Montezemolo, proprio in Cina e India: due grandi (potenziali) mercati per il made in Italy.

In un eventuale governo Prodi si farà tesoro dell’esperienza di Bruxelles, crede cioè che ci sarà spazio per personalità come quelle di Mario Monti o di Tommaso Padoa-Schioppa?

Tutti i cittadini italiani che hanno a cuore le sorti dell’Italia in Europa, ed io posso risponderle solo a questo titolo, sono orgogliosi di come queste due personalità ci hanno rappresentato in questi anni. E gli stessi cittadini si augurano di vederli ancora servire il paese.

 

 

 

 

 

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