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277 - 16.05.05


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Chi vuole la Costituzione europea?
Luca Sebastiani

Nelle case, per la strada, intorno ai tavolini dei caffè, ovunque il progetto di Trattato costituzionale è l’argomento principale. Votare oui, votare non. Al referendum indetto dal Presidente della Repubblica Jacques Chirac, manca ancora un mese – 29 maggio – ma tra accuse, prese di posizione, litigi, bagarres e rotture, il dibattito ha ormai già superato i suoi confini specifici e ora è un amalgama di motivi eterogenei che si accavallano, s’intrecciano e prolificano sul testo partorito dalla Convenzione e approvato dai venticinque Capi di Stato e di Governo dell’Ue lo scorso ottobre a Roma.

Paure, frustrazioni, impotenza, incertezza del futuro, carattere storico e lotta politica, hanno trasformato l’ormai onnipresente dibattito pubblico sulla Costituzione in una poltiglia irrazionale che sta scavando nel paese un fossato tra i due campi avversi e, soprattutto, rendendo palese lo scollamento tra classe politica e società.

Se da una parte, infatti, le maggiori forze politiche – Ump e Udf, partiti di governo, e Ps, maggiore forza d’opposizione, che insieme coprono più dell’80% dell’arco parlamentare – hanno preso posizione per il sì facendo fino a qualche mese fa prevedere ai meno accorti una facile passeggiata verso la ratifica, i francesi continuano a rispondere picche, rendendo palese una crescente incapacità del ceto politico a rispondere ai timori dei cittadini e ad assumersi la responsabilità del loro malcontento.

Almeno secondo i sondaggi - l’abuso ipertrofico dei quali ha contribuito ad inserire quel tocco in più d’irrazionalità nel dibattito in corso – tra il 52 e il 58% degli aventi diritto, secondo le rilevazioni e i giorni della settimana, sarebbe pronta a votare no. Una progressione inarrestabile se si considera che il sì era dato al 64% lo scorso ottobre e al 57% due mesi fa. Uno tsunami irrefrenabile partito in sordina e da lontano ma che nelle ultime settimane sta ingrossando e toccando il suo picco minacciando i difensori del sì che non riescono ad arginarlo. Di più. Sotto l’onda montante, i militanti della Costituzione si trovano in balia di correnti impetuose, che gli impediscono di sterzare e improntare il dibattito in qualche modo. Inascoltati gesticolano spaventati mentre i francesi, sempre più, vedono nella Costituzione il Male, il catalizzatore delle angosce più o meno reali che questa modernità produce. E vedono nel referendum, finalmente, il mezzo per riaffermare se stessi di fronte all’alienazione democratica di uno stato nazione che ha smarrito nel mondo mondializzato i mezzi, i confini e i ripari.
Costituzione europea? Tse! Pour nous c’est Non!
Per noi è No, recitano gli slogan di quelli che hanno facile gioco a cavalcare l’onda.

La collera dei francesi è montata negli ultimi anni di pari passo con la crescita delle ineguaglianze, della disoccupazione e dell’esclusione. È aumentata quando hanno letto sui giornali che le grandi aziende multinazionali del Paese hanno raggiunto utili record, ma che il tasso dei senza lavoro ha superato la soglia simbolica del 10% con una tendenza prevista in crescita. È aumentata, la collera, e lo testimoniano gli scioperi unitari degli ultimi mesi, quando hanno potuto constatare una pesante perdita di potere d’acquisto dei loro salari e un costo della vita in aumento. Il tutto accompagnato dall’insicurezza che il fenomeno delle delocalizzazioni produce.

In questo contesto, secondo molti analisti, la politica liberale del Governo di Jean-Pierre Raffarin, perseguìta nonostante le due batoste elettorali riportate lo scorso anno alle europee e alle regionali, si sta rivelando, con la sua impopolarità crescente, una vera e propria fabbrica di no.

L’opposizione alla Costituzione è trasversale, almeno nella misura in cui è trasversale il malessere di una società. A sinistra parte del Ps e dei Verdi, il Partito comunista, gli Altermondialisti, i vari partitini trotzskisti e radicali insieme alla maggioranza dei sindacati, sono i portatori di un no antiliberista, che rifiuta questo Trattato in quanto, dicono, espressione e garanzia di un ultraliberismo di marca anglosassone che tende a sgretolare le protezioni sociali, a favorire dumping sociale e delocalizzazioni.
Dall’altra parte, a destra, oltre al sovranismo neofascista del Fronte nazionale di Jean-Marie Le Pen, il no si annida anche nei partiti di maggioranza, vuoi per opposizione al governo Raffarin, vuoi per certo nazionalismo sempre presente, vuoi, infine, per contrarietà al previsto allargamento dell’Ue alla Turchia.
Con quest’affollamento, tra glosse argomentate, appunti, slogan populistici e, certe volte, menzogne – come quella che nel progetto sarebbe inscritto il divieto dell’aborto! – la Costituzione, non ancora in vigore, se mai lo sarà, viene accusata di tutto, dalla direttiva Bolkenstain alla chiusura degli uffici postali nei paesi di campagna.

Sullo sfondo, a complicare le cose, la competizione interna e la resa dei conti tra i singoli attori politici per conquistarsi un posto alle presidenziali del 2007. Se il no dovesse alla fine prevalere il quadro politico ne uscirebbe terremotato e, qualcuno pensa, approfittando del campo di macerie si potrebbe ridisegnarlo, con nuovi equilibri e soggetti. Così gli esperti leggono le mosse di quelli come Laurent Fabius - che nel Ps, dopo il referendum interno da cui era uscita la linea ufficiale, si è schierato per il no contro il segretario nazionale François Hollande – o come, a destra, Nicolas Sarkozy, che in campagna per il sì ha tenuto più volte a marcare, contrariamente alla posizione del “capo” Chirac, la sua opposizione all’entrata della Turchia nell’Ue.

L’attenzione per la sorte francese della Costituzione, intanto, ha travalicato i confini nazionali e già contagiato altre opinioni pubbliche dubbiose o decisamente poco inclini a vedere nell’Europa alcunché di positivo – vedi l’Olanda, la Danimarca, ma soprattutto la Gran Bretagna. Paura dell’effetto domino? Certo. Ed ecco allora che il dibattito vede scendere in campo altri protagonisti venuti dall’estero. Schröeder ha sostenuto con interventi sui giornali e di persona le ragioni del Trattato; Zapatero si è già fatto un giro e conta di tornare un altro paio di volte a dare man forte ai suoi amici socialisti; D’Alema ha fatto capolino dalle pagine de Le Nouvel Obs per rivolgersi direttamente ai “chers citoyens français”; e parlamentari d’ogni paese europeo, intellettuali ed esperti d’ogni provenienza e credo. Un vero dibattito europeo. Certo, sarebbe stato meglio non vederne la luce sotto la sola pressante spinta della paura!

Mancano poche settimane al voto e il risultato, nonostante il sentimento contrario, non è ancora scontato. Certe fiammate si accendono improvvise, ma, è pur vero, spesso si spengono con egual imprevedibilità. Basterebbe, giusto per fare chiarezza, spiegare che la responsabilità del malcontento dei cittadini è, per buona parte, di chi li ha rappresentati e che quindi non prendessero pan per focaccia o scrutinio europeo per politico.

 

 

 

 

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