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276 - 29.04.05


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Via libera al movimento
Luca Sebastiani

Schengen è una tranquilla cittadina del Lussemburgo. Pochi saprebbero indicarne l’esistenza su una carta geografica. Tra le montagne, nel cuore dell’Europa, ha conservato per secoli la propria anonima e discreta presenza, ma da anni, con una rilevante torsione semantica, quel nome connota per gli europei, e non solo, qualcosa di più di una municipalità. Il referente reale di quel segno di otto lettere, anzi, è completamente scomparso dietro il significato secondo di “libero spazio di circolazione” che in dieci anni è andato assumendo. Con tutti i corollari gravidi di senso che anche da una dicitura così burocratese possono discendere.

Alla fine dello scorso mese il Trattato firmato nel Comune di Schengen ha festeggiato – senza farandole e schiamazzi eccessivi a dire il vero - il suo decimo anniversario.
Adottato nel giugno del 1985, l’accordo per la libera circolazione delle persone nell’Unione europea, entrò in vigore solo il 26 marzo del ’95, quando alle frontiere tra Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda e Lussemburgo furono smantellate le dogane e trasferite presso i nuovi e comuni confini esterni. Piano piano questi limiti si sono allargati ad accogliere 13 Paesi dell’Ue più Norvegia ed Islanda e ora il libero spazio conta al suo interno 300 milioni di persone libere di muoversi in orizzonti ben più ampi.

Sin dal suo debutto sulla scena internazionale, con la creazione nel 1951 della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), il processo di costruzione europeo ha sempre trovato alimento nel puro dominio economico. Il Trattato di Roma nel 1957, l’Atto unico del 1985 per l’istituzione del mercato interno, i trattati di Maastricht nel 1992 e di Amsterdam nel 1997, hanno in prevalenza scommesso sui processi di integrazione economica come mezzi per l’integrazione tout court.

Può bastare per fare l’Europa un mercato unico dove sono, sembra, solo le merci ad avere cittadinanza? Ci vorrebbero dei cittadini, ma perché mai un francese o un italiano dovrebbero sentirsi tali in uno spazio dove non hanno diritti? Come si fa a riconoscere una legittimità e a cedere sovranità a istituzioni con le quali uno spagnolo e uno svedese non hanno nessun motivo per identificarsi?
Siamo ben lontani dal progetto dei padri fondatori. Senza un’identità europea, non si fa l’Europa.

Ma l’identità non preesiste solamente; si costruisce. E Schengen è proprio quello che potremmo definire il primo e fondamentale strumento messo in campo per avviare quel processo di Nation Building, di quell’ingegneria sociale, cioè, necessaria per dare agli europei, finalmente, un’identità e all’ambizioso progetto europeo una speranza.

Due fattori, tra gli altri, contribuirono in maniera determinante, secondo lo storico inglese Benedict Anderson, alla costruzione delle identità nazionali un paio, e più, di secoli fa: il capitalismo a stampa e il pellegrinaggio laico nelle capitali.

Del primo, di quei mezzi, cioè, che allora permisero di creare un immaginario comune, un’immagine condivisa di comunità, in sostanza ai cittadini di sentirsi parte di un Noi – stampa nazionale, letteratura nazionale, etc. - di quello, dicevamo, oggi nel Vecchio continente non se ne vede quasi traccia. I vari media non si sono ancora acconciati per creare una sfera pubblica transnazionale europea. In Italia, poi, non ne parliamo.

Del pellegrinaggio laico nella Capitale, invece, Schengen costituisce la premessa necessaria anche se non sufficiente. Il viaggio dei cittadini nella Capitale riconosciuta della Nazione, ha contribuito, secoli or sono, in maniera determinante alla costruzione di quel riconoscimento e di quell’idea di nazionalità. Da dieci anni la libera circolazione rende più facile il pellegrinaggio, ma qual è la Capitale d’Europa in cui recarsi?

E qui si marca una prima differenza tra quello che successe all’alba dell’età contemporanea e la novità di quello che già da tempo sta succedendo sotto i nostri occhi. Una generazione intera si sta formando nell’abitudine di considerare il proprio spazio di movimento molto più ampio di quello nazionale. Un’intera generazione è abituata a considerare la varie Capitali europee come i propri luoghi capitali, i punti di riferimento di una nuova mappa concettuale, multicentrica e disseminata. Questa è già l’Europa. È già da sempre l’Europa.

Nel suo ultimo libro, Jeremy Rifkin, sostiene la particolarità vincente del sogno europeo (solidale, multilaterale e pacifista) su quello americano (individualista e isolazionista). Il volume è dedicato, non a caso, agli studenti Erasmus, incarnazione di quel sogno e della sua intima struttura fatta di incontro, dialogo e scambio.

Ecco, Schengen è un po’ tutto questo. Almeno sul versante ideale. Poi c’è, coestensiva alla questione del libero spazio di circolazione, quella dei suoi confini, dei suoi limiti. Dove finisce o finirà il libero spazio di circolazione? Perché perimetrare un territorio è un problema indissociabile da quello della costruzione di un’identità.

Codicillo: minacce tenebrose incombono sull’apertura di Schengen, sulla suddetta costruzione. Come il terrorismo. O come, spiegano, l’immigrazione clandestina incontrollata che rischia di sbriciolare il concetto stesso di confine e, dunque, di spazio interno. In sostanza i fenomeni della post-modernità mondializzata e mondializzante.

Conseguenza: i singoli Paesi possono decidere di sospendere il trattato di Schengen in qualsiasi momento qualora ragioni di sicurezza dovessero imporsi.

Finale: riuscirà il processo di costruzione europeo a tenersi in piedi nonostante gli spintoni degli “effetti collaterali” della mondializzazione? Riuscirà ad evitare la via dell’isolazionismo e della chiusura e realizzare la sua intima vocazione all’apertura, alla tolleranza, alla giustizia? Avrà la volontà e l’intelligenza di garantire la sua propria identità attraverso una politica unitaria che non ne è che il presupposto?
Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

 

 

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