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272 - 26.02.05


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Romania e Bulgaria,
avanti con riserva
Luca Sebastiani

Una clausola di “salvaguardia generale” pende come una spada di Damocle sui futuri confini dell’Unione Europea. Il Consiglio europeo dello scorso 16 e 17 dicembre, che ha fissato per il primo gennaio 2007 la data ufficiale di adesione di Romania e Bulgaria, ha introdotto, infatti, su indicazione della Commissione, la possibilità di rinviare di un anno l’allargamento qualora, all’unanimità, i Venticinque constatino che i due Paesi non abbiano rispettato gli impegni presi in importanti settori.

Certo, l’unanimità renderà improbabile l’attivazione di tale misura, ma i vincoli di cautela non finiscono qui, almeno per i rumeni. La Romania infatti sconta un forte ritardo in materia di liberalizzazione del settore pubblico, di lotta ad una corruzione che appare ancora generalizzata, di indipendenza del potere giudiziario e della libertà di stampa. Questioni che hanno spinto alcuni Paesi dell’Ue, in particolar modo scandinavi e Paesi Bassi, a far inserire nel trattato di adesione una clausola di “salvaguardia rinforzata” che permetterà ad una maggioranza qualificata in seno al Consiglio europeo di ritardare l’adesione della Romania al primo gennaio 2008 qualora questa non abbia raggiunto gli obiettivi stabiliti.

Il neo presidente rumeno, Traian Basescu, insieme al nuovo governo formato alla fine di dicembre dal premier Calin Popescu-Tariceanu, godono sicuramente di fama di euroentusiasti più dei loro predecessori post-comunisti del Partito socialdemocratico, ma la strada delle riforme è ancora lunga. Tanto che il presidente della Commissione José Manuel Durao Barroso, nel corso di una conferenza stampa tenuta insieme a Basescu in visita a Bruxelles alla fine di gennaio, ha fatto notare che “una stampa e una magistratura indipendenti sono il miglior modo di combattere la corruzione in Romania e nel mondo”, prima di aggiungere che Bruxelles sta compiendo un attento monitoraggio del Paese per presentare un dossier alla fine del 2005 e che se non ci saranno “progressi sostanziali la Commissione potrebbe essere forzata a rimandare l'adesione”.

I nuovi dirigenti rumeni, che sottoscriveranno insieme ai bulgari con l’Ue il Trattato di adesione il 25 aprile, si sono impegnati a non lasciare impunita la corruzione e a soddisfare gli altri parametri europei, rimarcando allo stesso tempo i grandi progressi compiuti dal Paese in campo economico e sociale.

In effetti la crescita economica della Romania ha stupito le stesse autorità di Bucarest che avevano fissato all’inizio del 2004 un tasso di crescita del 5,5% e si sono ritrovati alla fine dell’anno con un portentoso 8%. Gli indicatori macroeconomici, inoltre, fanno prevedere una crescita sostenuta fino al 2007. L’inflazione è stata portata dal 14% del 2003 al 9,7% del 2004 e si attesta sul 6% nel 2005. Il deficit di bilancio nel 2004 è stato del 1,7%. Un’audace politica del lavoro ha portato il tasso di disoccupazione al 6,5%, mentre il Paese continua ad attirare capitali stranieri. Nel 2004 gli investimenti esteri diretti sono stati di circa due miliardi di euro – metà dei quali provengono dalla vendita della società petrolifera Petrom venduta all’austriaca Omv. Senza contare che i due milioni di rumeni che approfittando di Schengen sono emigrati nei Paesi Ue, rimandano in patria delle cifre considerevoli che nel 2004 si sono aggirate intorno ai tre miliardi di euro.

Insomma un’economia sana e in espansione che Bruxelles non ha avuto difficoltà a riconoscere “di mercato funzionale”, ma che non è comunque riuscita ad impedire quella clausola di salvaguardia che sarà usata dall’Ue come mezzo di pressione per spingere in direzione delle riforme.

Migliore la situazione in Bulgaria dove la strana coalizione monarchico-comunista, che affianca appunto il vecchio sovrano Siméon e gli ex comunisti del Partito socialista, ha portato avanti, contro tutte le previsioni, un buon lavoro di risanamento. Non solo interno. Grande prestigio l’alleanza si è conquistata a livello internazionale, entrando prima nella Nato nel marzo 2004 – insieme a Romania, le tre repubbliche baltiche, Slovacchia e Slovenia – e poi avviando i negoziati per l’adesione a luglio. Negoziati che sono andati talmente bene che la Bulgaria si è assicurata per il periodo 2007/2009 un finanziamento supplementare di 240 milioni di euro che saranno destinati per metà al controllo delle frontiere e per metà a mantenere sotto controllo l’equilibrio di bilancio.

Con i parametri economici di molto migliorati negli ultimi anni, la Bulgaria si presenta all’Europa in una condizione globalmente migliore rispetto al più popoloso vicino rumeno. Talmente è vero che in molti nel corso dell’ultimo Consiglio europeo hanno cercato di dissociare i dossier dei due Paesi per ritardare l’adesione della Romania, peggio piazzata a livello di gradimento. Solo l’intervento dei membri latini del Consiglio, con la Francia in testa – l’ex governo rumeno ha concesso a Parigi la gestione della rete di distribuzione del gas – ha impedito il blitz e ha fissato l’adesione con un unico trattato. L’importanza “geostrategica” dell’enclave latina in oriente, sostenuta da quest’ultimo gruppo di Paesi Ue, non è stata sufficiente però a bloccare l’inserimento nel trattato di quella clausola di salvaguardia particolarmente stringente per la Romania e che non era mai stata utilizzata in precedenza per nessun Paese.
Se questo fosse un segnale forte che certi standard minimi di libertà e giustizia sono un forte discrimine per l’accesso in un’Europa troppo spesso più attenta ai mercati, non se ne potrebbe che gioire.

 

 

 

 

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