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272 - 26.02.05


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Balcani, una voragine
al centro dell’Ue
Luca Sebastiani

Questione complicata quella dei confini europei, dei suoi limiti. Da un punto di vista simbolico, storico o semplicemente geografico. Senza voler tirare in ballo una complessità che vede incrociare processi di costruzione identitaria con elementi economici, processi storici con livelli simbolici, si è già nell’eccezione quando si osservi una carta geografica dell’Unione europea.

Quando, mettiamo nel 2008, uno studente della scuola media dovrà ripetere la sua lezioncina di geografia esordirà, come tutti abbiamo fatto, dai confini, dichiarando con certezza che l’Europa confina a Nord col mare e la Norvegia, a Ovest con il mare, a Sud con il mare e con la Turchia - ma solo per qualche anno - a Est con Moldavia, Ucraina, Bielorussia e Russia e, qui viene il bello, al Centro con Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia-Montenegro, Macedonia e Albania.

Non si erano mai visti dei confini al centro, un buco, su una cartina politica. Ma questo esattamente sono i Balcani per l’Europa che si va costruendo. Un buco nero; che sta lì a ricordare gli errori e le omissioni del passato, l’omissis e gli orrori di una guerra dentro casa; e, ora, i problemi inediti di un’integrazione che appare ancora lontana da venire.
Nessuno mette in dubbio che i vari Paesi emersi dalla disgregazione della Jugoslavia e l’Albania debbano naturalmente far parte dell’Ue. È solo che, muovendosi nel solco dell’esperienza dei negoziati condotti negli anni passati con i Paesi che fanno parte della famiglia europea dal primo maggio scorso, l’Ue si trova di fronte uno scenario completamente differente e molto più difficile.

Nel 1999 venne messo appunto un apposito Processo di stabilizzazione e associazione (Psa) che definiva le linnee guida sulle quali condurre i rapporti con i Paesi balcanici, i quali d’allora, però, si muovono in ordine sparso, tra timidi progressi, balzi all’indietro e stagnazione.
Per ora solo la Croazia – in vigore dall’1 febbraio - e la Macedonia – in vigore dall’1 aprile 2004 - hanno sottoscritto con l’Unione l’Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa), tappa necessaria che nella fase di pre-adesione stabilisce gli obiettivi, in materia di riforme, da raggiungere prima di avviare i veri e propri negoziati di adesione – previsti per la prossima primavera per entrambi.
Gli altri Paesi navigano ancora in alto mare.

Del resto sono almeno tre i fattori che fanno della questione balcanica una novità.

Il primo concerne la tradizione culturale e politica di questi Paesi. Tranne la Croazia, infatti, gli altri sono appartenuti all’Impero ottomanno e anche se questo fatto non implica niente per determinismo storico - tra l’altro smentito dall’adesione ad esempio di Grecia, Romania e Bulgaria - d’altra parte segna in quei popoli una vocazione europea che potremmo definire “scettica”.

Il secondo fattore inedito concerne la natura stessa di questi Stati. Finora hanno aderito all’Ue Stati-nazione dall’identità salda e dai confini certi. Ora lo stesso non si può dire dei Paesi dell’ex Jugoslavia e tanto meno dell’Albania.
La Serbia è doppiamente fragile a causa dei suoi legami federali con il Montenegro – tanto che l’Ue, assumendo un “approccio realista”, ha deciso di condurre i negoziati in maniera parallela – e per le incertezze sul futuro statuto del Kosovo, ora amministrato dalle Nazioni Unite e dove lo scorso marzo si sono riaccese le violenze etniche tra serbi e albanesi.

La Bosnia-Erzegovina, sotto protettorato a nove anni dalla fine della guerra, vede ancora la presenza sul suo suolo di una forza di pace - il cui comando è stato rilevato a dicembre dall’Europa che ha dato il cambio alla Nato – segno che la situazione non è affatto normalizzata. Le elezioni dell’ottobre 2004 vi si sono svolte con regolarità, ma i partiti nazionalisti serbo (Sds), croato (Hdz) e musulmano (Sda) hanno mantenuto le loro posizioni di preminenza.
Anche in Macedonia le tensioni etniche non sono scongiurate. Evitata la guerra civile e lo smembramento dello Stato nel 2001 con gli accordi di pace di Ohrin, lo scorso novembre i nazionalisti macedoni sono riusciti a convocare un referendum per l’abolizione di una legge sulla decentralizzazione, chiave di quegli accordi. Secondo i nazionalisti la legge sarebbe stata concepita per premiare gli albanesi, ma dopo gli appelli dell’Ue a boicottare le urne, il referendum è stato annullato per il mancato raggiungimento del quorum.
La stessa Albania sembra minacciata nei suoi confini da quelle parti politiche che sognano ancora la “grande Albania” e brigano per realizzarla.

Terzo fattore e terzo ostacolo sulla strada dell’adesione, legato ai due precedenti, è naturalmente l’eredità delle guerre degli anni Novanta che hanno isolato i Paesi dei Balcani dal contesto europeo, distrutto le loro economie e devastato il tessuto sociale.
Se la Croazia è riuscita a sanare la situazione economica - anche grazie ad un settore turistico negli ultimi anni in forte crescita - e ora bussa alla porta dell’Ue, la Macedonia, l’Albania e la Bosnia-Erzegovina sono ancora tra i Paesi più poveri d’Europa, con crescite stagnanti e corruzioni generalizzate.

Ma al di là delle devastazioni materiali che hanno provocato, le guerre hanno altresì messo i militari nella condizione di poter accumulare un potere eccessivo e alla criminalità di dilagare e costruirsi propri potentati locali. Una delle condizioni poste dall’Unione all’adesione di questi Paesi è la collaborazione attiva con il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpij) attraverso la consegna dei criminali di guerra ricercati per crimini contro l’umanità.
Alla fine dello scorso gennaio, l’alto rappresentante della politica estera e di sicurezza, Javier Solana, ha annullato una visita a Belgrado nel corso della quale si sarebbe dovuto discutere degli studi di fattibilità per un Accordo di stabilizzazione e associazione proprio per la mancanza di collaborazione delle autorità serbe con il tribunale dell’Aja.

Il primo ministro Vojislav Kustunica, da sempre tiepido con il Tpij, si trova alla testa di un governo di minoranza pro-europeo e quindi pro-collaborazione, ma per sostenersi ha bisogno anche dell’appoggio del Partito socialista serbo (Sps) di Slobodan Milosevic, assolutamente contrario, ovviamente, alla consegna dei criminali di guerra.
Anche la Croazia sta attraversando un periodo di grave crisi nei suoi rapporti con le istituzioni europee a causa della mancata collaborazione con i magistrati dell’Aja. Alla fine di gennaio il commissario europeo all’allargamento, Ollo Rehn, ha minacciato, infatti, di rinviare a data imprecisata l’apertura dei negoziati di adesione previsti per il 17 marzo, qualora le autorità di Zagabria non consegnassero al Tpij il generale Ante Gotovina, perseguito per aver “pianificato, preparato ed eseguito”, con altri, i crimini commessi nel 1995 in occasione dell’offensiva contro i serbi di Krajina.

Tra quanto tempo, dunque, quel buco nero al centro della cartina geografica europea si colorerà di blu? Nessuno si azzarda a fare previsioni, ma tutti sono più o meno concordi sul fatto che ci vorrà del tempo per sbrogliare, più che la matassa, la poltiglia balcanica. Le tre fasi successive di stabilizzazione, transizione e integrazione, che hanno segnato il processo di adesione degli altri Paesi, sembrano qui essere meno utili con questa sequenza. Forse, per uscire dall’impasse balcanica, come qualcuno suggerisce, bisognerebbe provare un’altra logica, quella della simultaneità.

 

 

 

 

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