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268 - 25.12.04


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Il rapid train della democrazia
Daniele Castellani Perelli

Bruxelles.
“Dal summit di Helsinki del 1999 a quello di Copenhagen del 2002 il nostro treno si è mosso – spiega fiero e appassionato, in buon inglese, Cengiz Çandar – e ora abbiamo un rapid train”. Il treno di cui parla il giornalista del quotidiano Tercüman Çandar, grandi baffi da saladino su un vestito perfettamente occidentale, è quello della democrazia.
Al convegno internazionale Turkey and the European Union:reason for a historic choice, organizzato dal Partito Radicale Transnazionale, Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa e No Peace without Justice a Bruxelles, al Parlamento europeo, si discute dell’ingresso di Ankara nell’Unione. Gli interventi sono perlopiù a favore, ma non manca il dibattito.

C’è Daniel Cohn-Bendit, presidente dei Verdi europei, che, con una posizione tipicamente e trasversalmente francese, ricorda il genocidio armeno e invita i turchi a guardare con occhi limpidi quel loro passato, “così come i tedeschi hanno fatto con il nazismo”. C’è l’inglese Andrew Duff, deputato liberale europeo e vicepresidente della delegazione del PE presso la Commissione congiunta Ue-Turchia, che ricorda come “ci siano due grandi test che dovranno essere passati prima che Ankara sia genuinamente pronta per l’ingresso in Europa, ovvero il problema curdo, che può essere risolto con la devolution nella regione curda e con la trasformazione del Pkk in partito politico (è impossibile per un paese accedere all’Ue se è in uno stato di guerra civile); e il problema di Cipro, da cui Ankara deve ritirare le truppe”. “Per entrare nell’Unione la Turchia deve dimostrare che non solo Istanbul è pronta – ha concluso Cohn-Bendit – ma anche il Kurdistan, anche Dyarbakir”.

Anche Emma Bonino, in prima linea per l’ingresso di Ankara, ha riconosciuto che esistono quattro questioni ufficiali aperte (Cipro, Curdi, Armenia, diritti umani), ma tutti si sono trovati d’accordo su un punto: il treno della democrazia turca è un rapid train, e questo spiega l’ottimismo generale. Non solo: “Il dibattito sulla Turchia – ha dichiarato lo scozzese Graham Watson, presidente del gruppo dei liberaldemocratici (Alde) – è un segno salutare della nostra democrazia”. E’ sembrato che la Turchia possa contare su un vasto seguito di simpatia, tanto che, come ha ricordato la socialista belga Véronique De Keyser, “la grande maggioranza del Parlamento europeo ha votato a favore dell’apertura delle negoziazioni con Ankara”.

Ma chi lo dice che la Turchia è pronta? Lo dice per esempio, dati alla mano, Saadet Arikan, direttrice generale delle relazioni internazionali al Ministero della Giustizia turco. La Arikan ha spiegato che, su impulso dell’Europa, dal summit di Helsinki ad oggi Ankara ha approvato un numero record di leggi e emendamenti costituzionali, con un’accelerazione notevolissima negli ultimi due anni, dopo il summit di Copenhagen del 2002: 876 nuove leggi, 89 pacchetti d’armonizzazione alle leggi europee e 49 emendamenti alla Costituzione (per farsi un’idea, dal 1987 al 1998 erano stati emendati soltanto 19 articoli). Le leggi e gli emendamenti hanno riguardato soprattutto la giustizia, la politica, i diritti umani e la questione turca. E’ stato accorciato il periodo di detenzione durante l’arresto, reso obbligatorio l’esame medico dei prigionieri, rafforzata la libertà di stampa e liberalizzati ancora di più i partiti politici. E’ stata abolita la pena di morte, consentita la trasmissione di programmi in lingua locale e riconosciuta l’uguaglianza tra uomo e donna.

L’avvocato Nazan Moroglu, presidente dell’Unione delle donne di Istanbul, ha ammesso che “in così pochi anni sono stati approvati moltissimi cambiamenti nel processo penale e civile”, e che l’adulterio non è stato riconosciuto reato penale anche grazie alle pressioni delle Ong femministe. “Le donne possono votare in Turchia dal 1934, molto prima di quanto sia successo in diversi paesi occidentali”, ha ricordato fiera la Moroglu, che ha affermato che le donne sono ancora sottorappresentate in politica e nelle Università, che la violenza contro di loro è ancora un problema inquietante, ma che “le leggi ci sono, ora devono solo diventare vita quotidiana”. Anche Jonathan Sugden, di Human Rights Watch, ha riconosciuto gli incredibili passi avanti della Turchia: “Nel 1994 il tema dei diritti umani era un inferno in Turchia – ha ricordato Sugden – Ad esempio c’era la questione dei desaparecidos, che ha avuto poi fine nel 1998-1999 anche grazie alla stampa e all’opinione pubblica”. Anche Sugden, citando suoi colleghi turchi impegnati nel campo dei diritti umani, si è mostrato ottimista: “Nel 1994 morirono 45 persone in seguito a torture, ma già nel 2001 questo fenomeno si era dissolto. C’è ancora molto da fare sul tema dei diritti umani, ma l’obiettivo principale può dirsi raggiunto”.

La questione dell’ingresso della Turchia nell’Unione dominerà per varie ragioni il prossimo decennio. Oggi la maggioranza degli esperti e dei politici europei condivide un certo ottimismo sulle possibilità di questo passo storico. Nella sala del Parlamento europeo dedicata a Anna Lindh, il ministro degli Esteri svedese assassinato nel 2003, questo ottimismo della ragione si è fatto sentire. Si accusano spesso le istituzioni europee di “deficit democratico”, si accusa la Turchia di non essere un paese democratico: il dibattito che negli ultimi mesi si è sviluppato nel vecchio continente e i progressi oggettivi della società turca dal 1999 ad oggi stanno a dimostrare l’esatto contrario. Quando Cengiz Çanda, il giornalista turco dai grandi baffi, prende la parola, la prima cosa che fa è lamentarsi per come la moderatrice francese ha pronunciato il suo nome: “Spero che quando il turco sarà una delle lingue ufficiali dell’Unione – s’accalora – imparerete a pronunciare bene i nostri nomi”. Che temperamento che hanno questi turchi, che sangue da europei del Sud. Ma, soprattutto, che brama d’Europa.

 



 

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