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268 - 25.12.04


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Ma l’europeismo è ancora convalescente
Monique Canto-Sperber
con Elisabetta Ambrosi

La notte di mercoledì primo dicembre, dopo una lunghissima giornata di attesa che ha tenuto gli europeisti di tutti i paesi dell’Unione con il fiato sospeso, il partito socialista francese ha reso noti i risultati del referendum, indetto tra i suoi iscritti, sul nuovo trattato costituzionale europeo. Fortunatamente, le paure sono state smentite e i fautori del sì sono risultati in maggioranza, dal momento che circa il 55 per cento dei 120.000 iscritti si è dichiarato a favore della nuova costituzione. Sconfitta la linea dell’intransigente Laurent Fabius, contrario al trattato, che ritiene troppo debole e quindi inadeguato per europeisti convinti come lui; vittoriosi invece i “riformisti” Hollande e Strauss-Kahn. L’Europa può dunque tirare un respiro di sollievo: una vittoria del no avrebbe infatti, secondo molti osservatori ed esperti, istaurato una vera e dirompente reazione a catena. “Guai se la Francia rifiuterà la costituzione europea, nel referendum popolare sul Trattato previsto per l´anno prossimo. Se un paese fondatore di tale importanza dirà no al documento, l´Europa precipiterà in una crisi gravissima”, aveva ammonito l’ex presidente della commissione europea Jacques Delors.
Certo è che, come ha notato Barbara Spinelli nel suo editoriale sulla Stampa di domenica 28 novembre, ciò che manca agli europeisti è la passione e l’ardore che caratterizzano invece i fautori del no: “Può darsi che alla fine i militanti sconfessino Fabius e tuttavia c'è qualcosa che non convince, nella battaglia del fronte favorevole alla costituzione. È un fronte singolare, composto da politici che danno l'impressione d'esser rassegnati, privi di slancio. […] Al confronto, i fautori del no sembrano ben più volontaristi, più esigenti, e meno stanchi. […] Questa la malattia di cui soffre l'europeismo, e curarla è urgente in ogni caso, anche se al referendum francese vincesse il sì”.
Il voto del partito socialista ha in ogni caso messo in luce un paradosso sul quale molti si sono interrogati senza risposte: come è possibile che si contrasti il trattato sulla base di motivazioni europeiste? Che si difenda l’Europa rifiutando di accettarne il documento simbolo, frutto di mediazioni lunghe e faticose? Di questi temi abbiamo discusso con Monique Canto-Sperber, filosofa, direttore di ricerca al CNRS, docente al Centro di ricerca politica Raymond-Aron (EHESS) di Parigi.

Che significato ha il voto positivo del partito socialista francese al trattato costituzionale? Cosa sarebbe successo in caso di voto negativo?

Il voto positivo del partito socialista è stato identificato con la possibilità stessa che l’Europa prosegua. Un voto negativo, al contrario, avrebbe comportato conseguenze drammatiche, in un contesto in cui nessuno era pronto a rinegoziare il trattato.

Le relazioni tra il partito socialista francese e il processo di integrazione europea sono spesso state problematiche. Crede che questo voto abbia definitivamente dissipato l’ambiguità?

No. Il partito socialista resta ancora profondamente diviso tra un’ala sinistra e una destra riformista. I partigiani del sì plaudono all’approvazione del trattato in ragione del loro impegno europeo. Ad essi si oppongono i difensori del no, generalmente diffidenti di fronte alle istituzioni europee e alla giurisdizioni sovranazionali, spesso nostalgici di una intangibile sovranità degli stati. Coloro che hanno queste convinzioni le difendono da tempo e certamente le faranno valere ancora.

Quali sono le motivazioni di coloro che si oppongono a trattato?

Tra i difensori del sì e quelli del no l’oggetto del disaccordo è chiaro. È invece meno chiaro tra coloro che, a sinistra soprattutto, chiedono di votare no in ragione stessa del loro impegno europeo. Su questo trattato è stato detto tutto. È meglio concepito di quelli che lo hanno preceduto. È il risultato di più di quaranta anni di accordi. Assegna come fine esplicito all’Europa il progresso sociale. Propone garanzie sui servizi pubblici. Soprattutto, offre una leva per numerosi miglioramenti in futuro. Non è quindi davvero sorprendente che coloro che sostengono che l’Europa sia il nostro avvenire ci chiedano di rinunciare deliberatamente ai mezzi per accedere a un tale avvenire? Non si deve forse essere perplessi di fronte all’annuncio che il rigetto del trattato aprirà una crisi salutare e una nuova negoziazione? Soprattutto quando non si sa con chi e soprattutto su che basi si farà tale negoziazione?

Questa costituzione contiene a suo avviso dei difetti?

Non dimentichiamo che si tratta di un Trattato costituzionale, non di una costituzione. Ci sono stati già molti trattati europei. Questo farà il suo tempo come gli altri, per poi essere rivisto.

Molti denunciano la scarsa passione che anima gli europeiste francesi e non solo. Cosa si può rispondere a questa obiezione?

Semplicemente, credo che solo la pratica delle istituzioni europee e la realtà delle politiche contribuisca realmente a rinforzare lo spirito europeo.

È quindi c’accordo con quanto dice, ad esempio, l’editorialista italiana Barbara Spinelli, secondo cui “l’Europa nascerà davvero quando smetteremo di fare battaglie esistenziali sul suo essere o non-essere, e in gioco non sarà più l'esistenza dell'Unione, la sopravvivenza delle sue istituzioni, ma quando ci si dividerà, molto normalmente, sulle politiche che l'Europa potrà darsi”?

Sì, ne sono convinta. È per questo che questo trattato deve essere considerato come un trampolino di lancio, che permette la messa in opera di politiche effettive.

 



 

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