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266 - 27.11.04


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Il funghetto di Berlusconi
Daniele Castellani Perelli

Roma. Chissà quanti giornalisti c’erano a Philadelphia, il 17 settembre 1787, quando George Washington e James Madison firmarono la Costituzione americana. Quando il 29 ottobre 2004, a Roma, l’Europa firma la sua, i cronisti accreditati sono 1500. Sono chiusi nel ghetto del centro stampa di via dei Cerchi, e il loro entusiasmo è pressoché nullo. L’unico guizzo della giornata è quando Silvio Berlusconi appare sullo schermo. I giornalisti italiani hanno sbadigliato tutta la mattina. Mentre gli inviati stranieri siedono frenetici e laboriosi davanti ai laptop, i nostri conquistano i divani della saletta. Da lì, in un sottoghetto tutto italiano, assistono alla cerimonia.

Sarà che vivere il grande Evento dal ghetto dei cronisti è quasi come seguirlo da casa, e che i Fischer, gli Chirac, gli Zapatero, i Blair (ognuno inserisca i suoi preferiti, non c’è problema), sono così vicini, a un centinaio di metri in linea d’aria, ma in realtà così lontani. Sarà che ora i referendum nazionali potrebbero vanificare tutto, o che il testo nessuno l’ha letto perché “è illeggibile”. Sarà per tutto questo che la mattina passa via con calma eccessiva, e non c’è la febbre della grande svolta della nostra storia continentale. Nessuna emozione, ad esempio, per l’alveare delle centinaia di cronisti venuti da tutto il mondo: seduti ai computer, sembrano una redazione unica, impressionante, ma quasi nessuno interagisce con gli altri.

Passa inosservata la giornalista di Radio Romania, un casco seducente di capelli neri, giacca beige e jeans a vita bassa. Nessuno si fila nemmeno la provocante inviata di Tele Bulgaria, che sfarfalleggia esuberante e preoccupata chiedendo l’aiuto dei tecnici informatici. L’inviato di El Pais parla al telefono de “el caso Buttiglione”. I cronisti orientali, fedeli allo stereotipo, spolpastrellano diligenti sulle tastiere, e seguono la cerimonia collegati a Internet. Gli spagnoli con gli spagnoli, i francesi con i francesi, e così via.

Tra i nostri, Concita de Gregorio di la Repubblica è la più disciplinata: seduta sul bracciolo del divano annota svogliata sul taccuino (“Ma Barroso ha concluso in francese o in portoghese?”). Si guarda intorno distratta e scruta le colleghe. “Ma queste sedie pacchiane, di chi è il merito, di Zeffirelli?”, polemizza la cronista de l’Unità. Maurizio Caprara, del Corriere della Sera, viene intervistato da una rete araba, e il suo inglese è all’altezza della situazione. “Scemo e più scemo”, commenta un altro quando compaiono in video Ciampi e Prodi. In un prefabbricato a parte stanno le televisioni. La Sattanino, per il Tg2, sgambetta solitaria e seriosa, mentre quelli della tedesca Zdf preparano la diretta.

C’è un sussulto quando si sparge la voce che le hostess stanno consegnando le buste-ricordo per i cronisti: 4 bicchieri con il simbolo dell’Europa, una penna, un’agendina e una cravatta kitsch con la E dell’euro. Qualche operatore, cui non spetterebbe la busta, prova a fare il furbo e intimorisce la hostess. Qualche altro ripassa al bancone e prova a chiederne una seconda (fregato, perché ogni consegna viene registrata elettronicamente tramite il pass). (“T’a sei presa, a busta?”, “Io me ne so’ ppreso ddue”, “Io, quando torno a casa, mi’ moje me caccia de casa, avemo buttato propio adesso tutti i coccetti dei viaggi”).

C’è un altro sussulto al momento del buffet, faraonico. Qualcuno presagisce e profetizza: “E’ meglio che vi sbrigate, tra dieci minuti la situazione sarà incontrollabile”. Ma parmigiana, rigatoni, salsicce, panna cotta, vino e quant'altro non bastano a risollevare gli animi. C’è fame, ma non c’è ressa. C’è fila, ma non c’è, neanche lì, entusiasmo.

Svogliati si guarda, dal terrazzino che dà su via Petroselli, una Roma blindata e insolitamente deserta. Senti che la sostanza dell’evento è lontana, che le voci e i tic dei protagonisti rimangono sullo schermo, e ti abbandoni anche tu sul divano, nel sottoghetto. Si fa uno strano silenzio quando arriva il momento della firma italiana. Non è solo curiosità, come quella che aveva accompagnato il passaggio dei volti stranieri. C’è forse un’emozione mista a una strana vergogna, la coscienza che Silvio Berlusconi sia la persona meno adatta a rappresentarci in un momento così alto della nostra storia, punto d’arrivo di secoli di guerre e viaggi, di cultura e commercio, di eroi e d’errori.

Il busto del premier, impettito e eccezionalmente serioso davanti al librone che fa la Storia, quando invade lo schermo strappa il paragone con Mussolini anche a chi alla teoria del “regime” non crede. Il paradosso di uno dei giorni più importanti dell’Europa è questo: che a ospitare questa festa sia il primo ministro italiano meno europeista degli ultimi cinquant’anni.

Quando Silvio Berlusconi firma, e traccia a forma di funghetto l’iniziale del suo cognome, i giornalisti italiani si ammutoliscono e fanno due passi in avanti, cercano un varco tra i colleghi e si assiepano davanti allo schermo, ridacchiando ostentatamente, all’unisono. “E’ un grande!”, urla uno, solitario dal fondo, ma sfugge se voglia difenderlo o se aggiunga derisione a derisione. Ma come può, chi crede in questo Evento, farselo rovinare dal fatto che la firma dell’Italia porti quel funghetto? Philadelphia 1787 – Roma 2004: il cronista europeista, stretto tra mille pensieri, scuote la testa, e, quando scatta nella sala l’applauso liberatorio, risolve il conflitto interiore in un sorriso commosso.

 

 

 

 

 

 

 

 

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