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265 - 13.11.04


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Il posto dell’Unione è nel Consiglio di sicurezza
Umberto Ranieri con Daniele Castellani Perelli

“La riforma dell’Onu non può esaurirsi nell’istituzione di nuovi seggi permanenti in seno al Consiglio di Sicurezza. Le Nazioni Unite devono assumere il rispetto dei diritti umani e il contrasto delle nuove minacce globali come missione fondamentale”. Umberto Ranieri, ex sottosegretario agli Esteri nei governi D’Alema e Amato e attuale vicepresidente della commissione Affari Esteri della Camera, invita a guardare al di là del semplice allargamento del Consiglio di Sicurezza, e a pensare ad esempio a una limitazione del diritto di veto. Tuttavia il deputato Ds dice che, anche se “il governo di centrodestra ha a lungo sottovalutato l’impegno europeista dell’Italia”, il centrosinistra condivide la battaglia del governo italiano per un seggio europeo a rotazione: “Se vogliamo che l’Europa sia un soggetto politico in grado di assumersi le proprie responsabilità sulla scena del mondo globale, mi sembra giusto porre il tema del seggio dell’Ue”.

La riforma dell’Onu appare oggi necessaria, ma può bastare la sola riforma del Consiglio di sicurezza?

L’Onu con cui facciamo i conti, di cui discutiamo, presenta due limiti di fondo che sono emersi drammaticamente nel corso degli anni Novanta. Il primo è che il Consiglio di sicurezza riflette gli equilibri dell’immediato secondo dopoguerra. Il secondo è che la Carta delle Nazioni Unite si propone di scongiurare i conflitti tra Stati, ma non considera i conflitti interni agli Stati o le nuove minacce globali, che sono state all’origine delle guerre degli anni Novanta. Bisogna adeguare la capacità d’iniziativa e d’intervento dell’Onu rispetto alle novità intervenute nel corso dei decenni e all’emergere di nuove minacce. Una riforma delle Nazioni Unite che si esaurisse solo con l’aumento dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza non raggiungerebbe questi obiettivi.

Quindi in quale direzione bisognerebbe muoversi?

Io penso che sia indispensabile una riforma delle Nazioni Unite che assuma il rispetto dei diritti umani e il contrasto dei nuovi rischi che incombono sulla comunità internazionale come missione fondamentale, in questa fase della storia della comunità internazionale. Se si assumono il rispetto dei diritti umani e il contrasto delle nuove minacce come missione fondamentale ne discendono alcune conseguenze per quanto riguarda la riforma, soprattutto la necessità da parte della comunità internazionale di temperare la rigidità westfaliana delle sovranità nazionali, perché occorrerà contrastare regimi che violano i diritti o che sostengono il terrorismo o che minacciano la sicurezza con armi di distruzione di massa. Questo comporterà anche il ricorso all’uso della forza e una strategia che limiti la sovranità nazionale. Io credo che il futuro delle Nazioni Unite dipenda da una consapevole ridefinizione del concetto di sovranità degli Stati alla luce di quella che è stata definita “la doppia formula”: il dovere di proteggere e il dovere di prevenire. Questo è un punto essenziale di una strategia di riforma, su cui si è intrattenuto in più occasioni anche Kofi Annan. Certo è una questione enorme, si tratta di relativizzare il principio della non interferenza negli affari interni degli stati sovrani. Tuttavia la riforma non può esaurirsi nell’istituzione di nuovi seggi permanenti.

L’obiettivo del seggio Ue è una priorità? E le sembra raggiungibile?

Anzitutto penso che l’aumento dei soli seggi permanenti determinerebbe la situazione che un numero ristretto di paesi avrebbe il diritto esclusivo, è stato scritto, per decidere nel prossimo mezzo secolo sull’uso della forza, e determinerebbe una nuova stratificazione gerarchica della comunità internazionale. Invece da questo punto di vista condivido la battaglia condotta dal governo. Ritengo che l’Italia nella seconda metà degli anni Novanta abbia fatto bene a contrastare questo approccio e faccia bene a contrastarlo ancora oggi. Sarebbe molto più razionale ampliare la sola componente non permanente, con meccanismi flessibili, rafforzando la dimensione regionale della composizione del Consiglio. Questo è un po’ lo schema alternativo a quello che riduce tutto all’ingresso di Germania, Giappone e Brasile.

Mantenendo i cinque seggi permanenti con diritto di veto?

Penso che sia difficile in questa fase affrontare la questione del superamento del veto. Sarebbe auspicabile limitare il ricorso al veto solo ad alcune questioni, per esempio il ricorso alla forza. O magari, come pure è stato preso in considerazione, affinché possa prodursi l’efficacia di un veto dovrebbe essere non solo di un paese, ma di tre paesi sui cinque che ne dispongono. Bisogna tendere a limitare sempre più un uso del veto che poi diventa arbitrario e compromette l’efficacia dell’azione dell’Onu. Il vero problema oggi è accrescere la trasparenza e la rappresentatività del Consiglio. Questo avviene per esempio garantendo la presenza nel Consiglio di nuovi membri su base regionale, continentale, con una rotazione. Questo comporterebbe per esempio che in Africa potrebbero ruotare più paesi, per rappresentare il continente africano per un arco di tempo che potrebbe anche essere aumentato, e lo stesso potrebbe valere per il Sudamerica. In questo contesto avrebbe un senso l’ipotesi che avanza l’Italia, di garantire una forma di rappresentanza nel Consiglio di Sicurezza all’Unione Europea a rotazione.

Cosa pensa del comportamento del governo italiano? Non le sembra contraddittorio cercare l’aiuto dei paesi arabi, vista la politica mediorientale attuata finora dal governo Berlusconi?

Io penso che nel complesso la linea del governo sia da condividere nella scelta di contrastare una riforma del Consiglio che si risolve nella costituzione di nuovi seggi permanenti. Fa bene il governo italiano a porre in termini più generali la riforma dell’Onu. Credo che la proposta italiana sia più ragionevole di quella tedesca perché pone la questione della dimensione regionale, dell’individuazione di seggi su base continentale. La debolezza del governo di centrodestra è che per una lunga fase ha sottovalutato l’impegno europeista dell’Italia, questo è il suo vero limite. Ma credo che faccia bene il governo a porre la questione dell’Unione Europea. Se vogliamo costruire un’Europa che sia un soggetto politico in grado di assumersi le proprie responsabilità sulla scena del mondo globale, mi sembra giusto porre il tema del seggio dell’Unione nel Consiglio di sicurezza.

Dopo la questione dell’Ecofin, quando per interessi nazionali Francia e Germania si scontrarono con la Commissione, questa nuova battaglia di Berlino non conferma che l’asse franco-tedesco è molto meno europeista del previsto?

In questo caso la posizione tedesca è contraddittoria perché in fondo la Germania anche nella precedente legislatura non aveva mai escluso di porre il tema del seggio europeo. Ho l’impressione che ci sia il tentativo di coprire le proprie debolezze a livello economico, un decadimento tedesco in Europa.

Cosa farebbe un eventuale centrosinistra italiano al governo?

Per quanto riguarda l’Onu penso che dovrebbe proseguire nella battaglia che l’Italia ha avviato, quella per il seggio europeo nel Consiglio di Sicurezza.

 

 

 

 

 

 

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