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262 - 02.10.04


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Cipro e Kurdistan: le preoccupazioni dell’Occidente
Luca Sebastiani

“Se il Consiglio europeo del dicembre 2004 deciderà, sulla base di una relazione e di una raccomandazione della Commissione, che la Turchia soddisfa i criteri politici di Copenaghen, l’Unione europea avvierà senza indugio i negoziati di adesione con la Turchia”. Sono le conclusioni del Consiglio europeo di Copenaghen del dicembre 2002 che indicano il percorso d’integrazione per il Paese euro-asiatico.
Ma quali sono i criteri che bisogna soddisfare per vedersi spianata la strada dell’adesione? In primo luogo i paesi candidati devono aver raggiunto una stabilità istituzionale tale da poter garantire la democrazia, lo Stato di diritto, il rispetto dei diritti umani nonché il rispetto e la tutela delle minoranze.
Pur riconoscendo, soprattutto negli ultimi anni, notevoli passi avanti nelle riforme e nell’adeguamento delle istituzioni turche agli standard europei, sono ancora in molti in Europa a dubitare dell’affidabilità della Turchia sul piano della tutela delle minoranze e quello del rispetto dei diritti umani. Le preoccupazioni occidentali si concentrano soprattutto su due questioni irrisolte, quella curda e quella di Cipro.

La questione curda
Nel 1923, con il trattato di Losanna, il Kurdistan venne smembrato tra Siria, Iran, Iraq e Turchia e il popolo curdo, persa ogni sovranità e diritto, cominciò una vita da minoranza in ciascuno dei quattro stati. La Turchia inglobò la porzione maggiore dell’ex Kurdistan che andò a costituire il 30% del proprio territorio.
Dal punto di vista dell’ideologia kemalista, la questione curda venne vista sin dall’inizio come una minaccia per le basi dello stato nazionale, minaccia che venne affrontata con gli strumenti della repressione politica e della “turchizzazione” dei villaggi e delle province di etnia curda.
In risposta alla violenza di stato e alle politiche di non riconoscimento, nel 1984 il Partito dei lavoratori curdi (Pkk) iniziò la lotta armata contro il potere centrale, scatenando così una vera e propria guerra civile nel Sud-Est del Paese. Lo scontro si è via via esacerbato tanto che si calcola che fino ad oggi siano morte, tra soldati turchi, ribelli curdi e popolazione civile, 30mila persone e che almeno tremila villaggi siano stati distrutti.

Attualmente nelle zone dell’ex Curdistan la libertà di stampa è pressoché soppressa, ma diverse fonti parlano di una violenza poliziesca che continua ad accanirsi sulla popolazione curda. Particolare preoccupazione desta la situazione dei prigionieri curdi nelle carceri turche, tanto che nei mesi scorsi molti di questi hanno intrapreso un tragico sciopero della fame finito con la morte di decine di loro. Ancora in carcere, in attesa che la sua condanna a morte venga eseguita, si trova anche Ocalan, il leader del Pkk catturato in Kenia nel 1999. Nel Paese domina una minacciosa atmosfera, tanto che intellettuali e uomini politici non possono neanche nominare l’esistenza di una “questione orientale”, pena il rischio di severe pene detentive.
“La tortura e i maltrattamenti durante la detenzione di polizia sono rimasti motivo di grave preoccupazione” era scritto nell’ultimo rapporto annuale di Amnesty International.

La Grecia, la Turchia, e in mezzo Cipro
Diversa la questione di Cipro. I turchi mantennero la sovranità sull’isola per tre secoli, fino al 1878, quando concessero alla Gran Bretagna il diritto di amministrare e occupare Cipro. Nel 1923, in base al trattato di Losanna, la Turchia riconobbe formalmente il possedimento inglese dell’isola che divenne a tutti gli effetti una colonia della corona britannica.
Intanto si era andato diffondendo e allargando il movimento dei greco-ciprioti detto dell’Enosis, che in greco vuol dire unione, che propugnava, appunto, l’annessione di Cipro alla Grecia. La questione venne sollevata nel 1954 davanti all’Assemblea generale della Nazioni Unite dallo Stato ellenico che sino ad allora era rimasto fuori delle dispute. I turchi dichiararono che qualora gli inglesi si fossero ritirati da Cipro, l’isola sarebbe passata sotto la loro amministrazione.

Nel 1958 la Gran Bretagna diede il via ad un processo che portò all’indipendenza dell’isola, proclamata nell’agosto 1960. La convivenza tra le due comunità andò avanti tra scontri e contraddizioni fino al 1974 quando con un colpo di stato la guardia cipriota fece eleggere presidente Nikos Sampson, greco-cipriota appoggiato dal governo greco. A quel punto la Turchia inviò sull’isola le proprie truppe e occupò la parte settentrionale di Cipro, un terzo dell’intero territorio, proclamandovi uno Stato autonomo turco-cipriota.

Da allora l’isola è separata da un muro e a niente sono valsi i tentativi di dialogo favoriti dalla comunità internazionale. Solo nel corso del 2002 sono ripresi colloqui più seri tra le due parti, dialogo reso urgente dalla volontà di Cipro e della Turchia di entrare nell’Unione Europea. Nonostante le pressioni dell’Onu per la formazione di uno stato federale con presidenza a rotazione e i primi passi compiuti con l’apertura della frontiera greco-turca di Nicosia (marzo 2003), il cammino verso l’accettazione di un piano di pace pare ancora lungo. Il 24 aprile di quest’anno, infatti, la popolazione dell’isola si è espressa, con un referendum, contro il piano di riunificazione proposto dal Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan. Per essere approvato il piano avrebbe dovuto essere votato da entrambe le comunità presenti sull’isola. A nulla, dunque, è valso il si della comunità turco-cipriota (64.9% si, 34,1% no) di fronte alla netta opposizione dei greco-ciprioti (75,8% no, 24,2% si). A favore del progetto di Annan si erano schierate non solo le Nazioni Unite, ma anche l’Unione europea, gli Stati Uniti, la Grecia e la Turchia.
Il 1 maggio scorso Cipro è ufficialmente entrata nell’Ue. Se verrà dato il via al negoziato di adesione anche per la Turchia ci si troverebbe, dunque, nella situazione paradossale di dover negoziare con uno Stato occupante parte del territorio di uno Stato membro.

 

 

 

 

 

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