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261 - 18.09.04


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Kerry e l’Europa, cinque passi ciascuno
Daniele Castellani Perelli

In un editoriale apparso sul Corriere della Sera (“Le illusioni introno a Kerry”), Angelo Panebianco ha scritto che “la santificazione di Kerry”, attuata dal centrosinistra italiano e dai mezzi di comunicazione ad esso vicini, “prepara tempi duri” per la stessa coalizione: “Se vincerà Kerry, e una volta accertato che alle differenze di stile rispetto a Bush non corrisponderanno differenze di sostanza, il centrosinistra si troverà a fronteggiare i contraccolpi indotti dalle aspettative deluse del suo elettorato”. Dello stesso avviso del professore bolognese non sono però i Democratici americani, e segnatamente il think tank di Washington Brookings Institution , molto vicino al partito di John Kerry e Bill Clinton.

In un articolo pubblicato dal Financial Times, Philip Gordon, che alla Brookings è direttore del centro sui rapporti tra Usa e Europa, ha scritto che “Kerry offre la chance di un disgelo transatlantico”. “Gli europei dovrebbero essere attenti a evitare aspettative irrealistiche”, ammette Gordon, che firma l’articolo insieme al francese Dominique Moisi e spiega che “la crescita del potere militare e economico americano e la necessità di affrontare il terrorismo produrranno tendenze unilateraliste in ogni amministrazione statunitense”. “Tuttavia – aggiunge – l’opportunità per un nuovo inizio (fresh start) sotto John Kerry sarebbe effettiva”. I governi dell’Ue, e non solo la Vecchia Europa, vedono di buon occhio un cambio alla Casa Bianca, e, secondo Gordon, Bruxelles e Washington, nei sei mesi successivi all’elezione del democratico, dovrebbero compiere ciascuno cinque passi per rilanciare l’alleanza.

Gli Stati Uniti, prima di tutto, dovrebbero cambiare stile e toni, smettendo l’atteggiamento punitivo verso quanti non approvarono l’intervento in Iraq, atteggiamento arrogante e infruttuoso. Dovrebbero condividere con gli alleati il potere che hanno a Baghdad, impegnarsi fortemente per la pace nel conflitto israelo-palestinese, magari facendo dell’ex presidente Clinton l’inviato speciale in Medio oriente. Compito di Kerry sarebbe anche quello di restaurare l’autorità morale degli Usa, punendo i colpevoli delle torture di Abu Ghraib, risolvendo la questione legale di Guantanamo e incoraggiando le società musulmane aperte. Infine, Washington dovrebbe tornare al multilateralismo su temi come il clima, il trattato sui test nucleari e la Corte internazionale.

Da parte sua, anche l’Europa dovrebbe cambiare stile e toni, chiarendo che i passati conflitti erano dovuti all’opposizione alle politiche dell’amministrazione Bush, e non ad un più generico antiamericanismo. Dovrebbe contribuire alla ricostruzione dell’Iraq, se non con l’invio consistente di truppe (reso arduo dall’attuale caos), almeno con la cancellazione del debito, l’addestramento e l’equipaggiamento della polizia locale, l’aiuto in settori come la sanità e la giustizia. Gli europei dovrebbero poi mostrare severità nei confronti della minaccia nucleare dell’Iran (di cui sono il maggior partner commerciale), tema sul quale, altrimenti, è sicuro anche con l’amministrazione Kerry uno scontro che potrebbe ricordare le divisioni sull’Iraq. Loro compito sarebbe anche quello di assistere il ritiro israeliano da Gaza, per poi giocare in quell’area un ruolo-chiave finanziario e in materia di sicurezza. Infine il vecchio continente dovrebbe diventare un partner militare all’altezza, per poter essere preso più sul serio da Washington.

Gordon non nega le differenze tra i due continenti, ma considera esagerata la contrapposizione del neocon Robert Kagan (“Gli americani vengono da Marte, gli europei da Venere”) e ricorda come Europa e Stati Uniti appartengano ad una stessa cultura, e perseguano obiettivi comuni. “Il futuro dell’Occidente è a rischio”, scrive lo stesso Gordon in una “Lettera all’Europa” pubblicata dalla rivista “Prospect”, in cui chiede di guardarsi da un indebolimento della Nato e da una rivalità politica tra le due parti in Africa, Asia e Medio Oriente. Gordon propone un nuovo “new deal”, un patto con gli europei che nasca dalla consapevolezza, condivisa nel dopoguerra da Harry Truman e dall’ex segretario di Stato Dean Acheson, che per vincere una guerra “bisogna vincere i cuori e le menti del mondo tanto quanto bisogna mostrare la propria forza”. Il giudizio sull’attuale politica americana è a volte molto duro, come quando scrive che “la nostra autorità morale è ai minimi storici”, che “la nostra risposta all’opposizione europea alla guerra in Iraq è stata ‘Old Europe’ e ‘freedom fries’”, che il forte appoggio mostrato ad Ariel Sharon ha tolto credibilità agli Usa nel processo di pace.

Il rappresentante della Brookings non si pone in nettissima contrapposizione con l’amministrazione Bush, come quando, interpretando l’atteggiamento ambiguo o favorevole assunto da molti Democratici durante la guerra in Iraq, spiega che l’intervento “era rischioso, ma non folle”, o come quando apprezza le aperture degli ultimi mesi del Presidente americano. Gordon riconosce però che questo “new deal” occidentale sarebbe decisamente più facile da realizzare sotto un’amministrazione Kerry. E dello stesso parere è l’intellettuale europeo a cui “Prospect” ha chiesto di rispondere alla lettera dell’osservatore della Brookings, ovvero lo storico britannico Timothy Garton Ash, il quale spiega che l’Iraq, un caos di cui per il 90% sono responsabili gli Usa e solo per il 10% gli europei, non può essere il campo su cui verificare lo stato dell’alleanza. Prima bisognerà sapere chi siede alla Casa Bianca. Quella tra Europa e Stati Uniti è insomma, come sintetizza Gordon, “an alliance waiting for november”.

 

 

 



 

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