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249 - 04.03.04


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Circolare sì, lavorare forse.
Andrea Borghesi


Il 1° maggio dieci nuovi paesi entreranno a far parte dell’Unione europea. I cittadini di Repubblica Ceca, Ungheria, Slovenia, Lituania, Slovacchia, Polonia, Estonia, Lettonia, potranno liberamente circolare all’interno dei confini della nuova Europa, ma non potranno liberamente lavorare. Molti Stati della vecchia Unione a 15 sono in procinto di applicare, infatti, la clausola cosiddetta “di transizione” prevista nel Trattato di Atene del 2003, in base alla quale possono essere sottoposti ad autorizzazione (quindi ad uno specifico permesso) coloro che intendano effettuare un’attività lavorativa all’interno dei confini di ciascun paese. L’accordo, che non si applica agli altri due nuovi membri Malta e Cipro, prevede che questo regime possa durare al massimo sette anni - dopo i quali non sarà possibile apporre alcun vincolo - articolato in tre step (due più tre più due); fino al 2006 i singoli Stati potranno autonomamente legiferare in merito al mantenimento o meno di permessi specifici per i lavoratori dell’Est, mentre ulteriori limitazioni, attuabili comunque non oltre il 2011, dovranno essere giustificate dalla presenza di gravi perturbazioni nel mercato del lavoro interno.

Ma vediamo nel dettaglio come si comporterà ciascun paese.
Germania e Austria, che più di altri hanno subito fenomeni migratori negli ultimi decenni, pensano di avvalersi dell’intero periodo settennale, spaventate anche dalla “esposizione” dei propri confini orientali.
Belgio, Spagna, Portogallo, Finlandia e Lussemburgo hanno già annunciato restrizioni per almeno due anni.
Anche la Francia si va orientando verso una restrizione biennale.

Danimarca e Svezia non apporranno limiti al numero ma circoscriveranno l’accesso ad alcune forme di Stato sociale. I due paesi vogliono evitare, infatti, l’ingresso di persone interessate a godere dei loro generosi sistemi di welfare.
L’Olanda ha deciso di consentire gli ingressi dagli otto nuovi paesi solo per quei settori nei quali c’è carenza di manodopera.
Il clima elettorale non ha favorito una decisione in merito da parte della Grecia che sembra comunque orientata ad utilizzare la moratoria biennale.
In Italia, il ministro Maroni ha annunciato che proporrà al Governo di restringere, per ora fino al 2006, l’ingresso dei lavoratori, con eccezione di quelli provenienti dalla Slovenia. È prevedibile, però, che un quota all’interno del decreto flussi migratori, varato annualmente, sarà riservata ai cittadini provenienti dall’Est.

La Gran Bretagna, in considerazione delle necessità del mercato del lavoro interno, manterrà aperte le proprie “frontiere”, ma coloro che entreranno non potranno usufruire dell’assistenza pubblica per due anni. “Il Regno Unito è aperto solo a quelli che vengono per lavorare” ha tuonato Tony Blair, costretto alla mediazione dopo che alcune sue dichiarazioni di maggiore apertura all’ingresso di cittadini provenienti dall’Est avevano spaventato una parte dell’opinione pubblica.
L’unico paese che, fino ad ora, non ha annunciato alcun tipo di restrizione è l’Irlanda, il cui modesto stato sociale, tra l’altro, non sembra appetibile per eventuali “turisti del welfare”. Ma anche lì, dopo la parziale marcia indietro di Londra, si attendono ripensamenti.

Sembra essersi innescato un meccanismo per il quale, a cascata, una dopo l’altra praticamente tutte le cancellerie dei 15 paesi dell’Ue abbiano valutato opportuna una moratoria nel timore di esporsi a flussi migratori eccessivi. Puntuali sono arrivate le prime “ritorsioni”: il governo ungherese applicherà il principio della reciprocità in tema di immigrazione agli altri membri “anziani” dell’Unione. La mossa ha soltanto un valore politico, vista il ridotto afflusso di cittadini verso l’Ungheria, ma è comunque il segnale di quanto sia sgradita ad oriente la condizione di cittadini europei a metà.

A rasserenare gli animi è arrivato un sondaggio della Commissione Europea: secondo la rilevazione, effettuata dall’Eurobarometro in 13 paesi candidati o già aderenti, soltanto l’1% della popolazione in età da lavoro (equivalente a circa 220mila persone all’anno) prevede di spostarsi nella “vecchia Europa”. L’identikit del migrante dell’Est fornito dall’indagine è per certi versi sorprendente: a muoversi non saranno “orde” di disoccupati attratti dall’ “eden” dello Stato sociale dei 15, ma, soprattutto, giovani “cervelli” in cerca di autorealizzazione. Gli esperti di Bruxelles fanno notare inoltre che, come è accaduto per la Spagna, dopo un allargamento il fenomeno dell’emigrazione tende a scendere e non a salire.

 

 

 

 

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