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246 - 07.02.04


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A fare l’Europa non basta Beethoven.
Samuel Abraham


Per un paese come la Slovacchia, in passato antagonista politico dell’Unione europea ed economicamente molto meno sviluppato rispetto agli altri Stati membri, entrare a far parte dell’Ue è l’avverarsi di un sogno. Oltretutto, è per noi motivo di grande soddisfazione non essere stati automaticamente inglobati dopo la caduta del regime comunista. La nostra adesione è stata piuttosto il risultato degli enormi sforzi condotti negli anni Novanta contro il governo nazionalista e populista. Sarà una gioia incredibile poter valicare di nuovo il confine con la Repubblica Ceca senza dover passare per la dogana.

L’allargamento dell’Unione europea previsto per il maggio 2004 servirà anche a garantire una maggiore sicurezza e migliori relazioni di vicinato in una regione da sempre instabile e oggetto di continue aggressioni. Per un paese come la Slovacchia, tristemente condannato a partorire da solo la maggior parte dei problemi che l’affliggono, la stabilità nei rapporti con l’esterno è fondamentale. Per quanto riguarda l’Austria, spero che riusciremo una volta per tutte a infrangere le barriere di indifferenza e ignoranza reciproca che ci separano. Nelle nostre teste c’è un muro. Più facile da abbattere di una parete di mattoni reali, ma forse più tenace.

Eppure, via via che si avvicina il momento dell’adesione, si fatica a registrare le reazioni di felicità che sarebbe logico aspettarsi. Essenzialmente per due motivi. Prima di tutto, perché ormai siamo sicuri di essere accettati e quindi eccessive manifestazioni di gioia sarebbero fuori luogo. E poi – questo è più grave – perché non c’è stato un serio e approfondito dibattito sull’Unione. In risposta ai nazionalisti che avrebbero preferito l’isolamento e agli euroscettici di matrice angloamericana e neoconservatrice (non proprio antieuropei, ma comunque diffidenti nei confronti della burocrazia, delle tasse elevate e della centralizzazione politica), ci siamo limitati a elencare in modo sommario i vantaggi connessi all’adesione (enfatizzando pateticamente “l’incredibile chance storica” che ci veniva offerta).

Sebbene il livello economico di una nazione finisca inevitabilmente per costituire un aspetto significativo, dal punto di vista politico e amministrativo sarebbe un disastro se si creasse all’interno dell’Unione un gruppo di Stati di serie B. Finora, il fatto che tutti facessero parte del “club” impediva ai paesi più ricchi e più grandi di escludere gli altri dalle decisioni in merito ai temi più delicati. Questo stato di cose deve restare inalterato. Contribuisce all’autostima e alla sicurezza di sé dei paesi meno sviluppati che stanno per fare il loro ingresso nell’Unione.

L’opinione pubblica slovacca ritiene – erroneamente – che diventare membri dell’Unione europea significhi automaticamente risolvere, se non addirittura cancellare, la maggior parte dei nostri problemi. Non sarà certo così, ma io stesso sono convinto che le difficoltà potranno essere affrontate più facilmente. Per esempio, sarà più semplice gestire le tensioni fra Slovacchia e Ungheria nell’ambito dell’Unione piuttosto che in Parlamento, dove il tema è spesso strumentalizzato o non viene affrontato per nulla.

Solo chi non sa niente dell’Europa e non ha mai vissuto in un regime comunista può chiedersi se non abbiamo paura che Bruxelles diventi la nuova Mosca o la nuova Belgrado. Purtroppo in Slovacchia c’è molta gente del genere. La popolazione spesso non conosce i problemi, il background, i vantaggi e le ambizioni dell’Unione. Segnali contraddittori disorientano l’opinione pubblica. Restano, comunque, delle questioni fondamentali. Per esempio, il rischio che con la progressiva burocratizzazione, il “centro” diventi progressivamente “insensibile” alle esigenze degli affiliati recenti e più piccoli. Non è un obiettivo premeditato, ma è possibile che accada. Un altro pericolo è che l’Unione diventi una specie di “Fortezza Europa”, trasformando i confini di Schengen in una moderna Cortina di Ferro che impedisca la penetrazione esterna. Sono contento che la Slovacchia sia al di qua della linea ma sono d’accordo con Conor Cruise O'Brien quando dice che avremo bisogno di una sempre maggiore dose di cinismo per tenere gli occhi chiusi e non dare ascolto alle implorazioni di chi vorrebbe entrare ma non può farlo, per colpa dei regolamenti ma anche della nostra tacita complicità con essi.

Ho molta fiducia nelle attività del Gruppo Visegrad nell’ambito dell’Unione allargata. Ha tutte le potenzialità per arrivare a includere non solo i paesi dell’Est europeo che aderiranno all’Unione, ma anche gli Stati post-comunisti che presto ne saranno fuori. Il Gruppo Visegrad potrebbe giocare un ruolo unico: quello di un’organizzazione romantica, sensibile, spirituale, che non sbatte la porta in faccia a chi non fa parte dell’Unione, memore di quando in passato i V4 non volevano essere tagliati fuori dai loro vicini occidentali. Un’iniziativa del genere potrebbe rivestire un’importanza enorme. L’Unione può dimostrarsi un gigante buono, amichevole e ospitale o una fortezza che difende la propria libertà e ricchezza a spese della miseria altrui.

La sincera identificazione con l’immagine di “europei” è un compito che dobbiamo delegare alle prossime generazioni. Al punto in cui siamo, dobbiamo lasciare da parte questioni così complesse. Definirmi europeo mi sembra una pomposità inutile. Me ne rendo conto una volta all’anno, quando partecipo a feste, generalmente all’aperto, in cui i politici si riempiono la bocca di questa parola dopo aver ascoltato la Nona sinfonia di Beethoven (spesso solo l’ultima parte).
Traduzione dall'inglese di Chiara Rizzo


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