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243 - 27.12.03


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Meriti e incoerenze del Fini europeista

Antonio Carioti


Gianfranco Fini, L'Europa che verrà, Fazi Editore, pp. 107, euro 13,00.

La politica estera è sempre stata la via prediletta dalla destra missina nella ricerca di una legittimazione democratica. A partire dal 1951-52 con l'adesione al Patto atlantico, cui inizialmente i neofascisti si erano opposti, fino al voto favorevole ai trattati di Roma del 1957, lo sforzo costante del Msi, negli anni Cinquanta, fu indirizzato ad accreditarsi come una forza in sintonia con l'alleanza occidentale e l'integrazione europea, purché esse fossero declinate in chiave fermamente anticomunista. Poi il progetto d'inserimento nell'area governativa fallì, ma quelle scelte non vennero mai revocate.

È dunque a buon diritto che Gianfranco Fini, nel libro intervista L'Europa che verrà, realizzato con Carlo Fusi (), rivendica alla tradizione della destra, anche prima del lavacro di Fiuggi, “l'idea di un'Europa che non fosse la cancellazione dell'identità nazionale, ma in qualche modo la sua valorizzazione”.

Ciò non significa affatto, naturalmente, che la partecipazione del vicepremier alla Convenzione europea, come rappresentante del governo italiano, non abbia segnato un vistoso progresso nella marcia di An verso posizioni saldamente europeiste. Non va dimenticata infatti la storica diffidenza del Msi verso l'“Europa dei mercanti e dei banchieri”, che indusse il partito di Fini a votare contro la ratifica del trattato di Maastricht nel non troppo lontano 1993, alla vigilia della trasformazione in Alleanza nazionale.

Ha insomma perfettamente ragione Giuliano Amato quando sottolinea, nella prefazione a questo volume, l'importanza del percorso compiuto dal leader di An, che ormai si colloca nell'alveo principale dell'europeismo italiano. Sono ben altri, all'interno dell'attuale coalizione di governo, coloro che frenano sulla via dell'integrazione comunitaria.

La stessa insistenza di Fini per l'introduzione di un riferimento alle “radici giudaico-cristiane” nella Costituzione europea si presta a molte obiezioni nel merito, se non altro perché ebraismo e cristianesimo sono teologicamente incompatibili e la Chiesa cattolica è stata storicamente una strenua avversaria dei valori di libertà posti a fondamento della nuova Europa, ma rientra in una concezione assolutamente rispettabile, che ha in Giovanni Paolo II il suo più autorevole sostenitore.

Il vero problema rimosso che si avverte nelle pagine del libro riguarda piuttosto la difficoltà di conciliare le due fonti di legittimazione internazionale cui Fini si è rivolto negli ultimi tempi. Se da una parte infatti c'è stato l'apprezzabile lavoro compiuto nella Convenzione europea, dall'altra abbiamo assistito al viaggio in Israele e al pieno allineamento sulle posizioni del governo Sharon, compresa la decisione di costruire una barriera di separazione all'interno della Cisgiordania.

Quest'ultima sortita situa il leader di An al fianco dei fautori più accaniti dell'unilateralismo nella lotta al terrorismo islamico, addirittura su posizioni più oltranziste rispetto all'amministrazione di Washington, che sul muro di Sharon ha espresso, almeno a parole, motivate riserve. La maggioranza dell'Unione Europea, com'è noto, ha tutt'altro orientamento.

Non a caso, nelle risposte a Fusi, Fini tende a minimizzare anche la portata del dissenso verificatosi all'interno dell'Ue sulla guerra irachena, che ha visto collocate agli estremi opposti proprio le due potenze europee che dispongono di un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell'Onu, Francia e Gran Bretagna. Con questi chiari di luna, ritenere che l'Unione possa avere fra qualche tempo alle Nazioni Unite “un rappresentante unico”, che parli con una voce sola, è plausibile solo se si sottovaluta enormemente la portata storica della svolta determinata dall'11 settembre sullo scenario internazionale.

Fini sembra proprio pensarla così, tanto che riduce l'attacco contro l'Iraq a un fatto di “cronaca“, che avrebbe diviso solo provvisoriamente un'Europa destinata a ritrovare in prospettiva lo spirito comunitario. Ma negli intendimenti degli Stati Uniti, che indiscutibilmente dettano l'agenda della politica mondiale, l'abbattimento di Saddam Hussein non è che il primo passo di una strategia volta al raggiungimento della sicurezza attraverso un'assoluta supremazia militare e la ristrutturazione complessiva degli assetti mediorientali. Un programma che, se perseguito sul serio, comporta un impegno almeno decennale.

La dottrina Bush della guerra preventiva è insomma il tema cruciale con cui bisognerà misurarsi anche nel futuro. Un tema su cui l'Europa si è spaccata e il solco con gli Usa si è allargato in modo preoccupante. Davvero Fini non dimostra una gran coerenza, quando da un lato afferma di volersi adoperare per il superamento di questa frattura, mentre dall'altro approva la condotta di chi (per esempio Sharon) compie atti che contribuiscono ad approfondirla.

 

 


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