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242 - 13.12.03


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Alla ricerca di una via europea

Andrea Borghesi


Esiste un modello sociale europeo? È questa una delle domande alle quali ha tentato di rispondere il convegno organizzato a Roma il 18 e il 19 novembre presso il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro dalla Fondazione Di Vittorio, dalla Fondacion Alternativas e dalla Fondazione Ebert. Le due giornate di discussione ed approfondimento hanno visto confrontarsi sindacalisti, studiosi ed esperti sui modelli europeo ed americano, sullo Stato sociale, sui riflessi sociali dell’allargamento dell’Unione Europea a dieci nuovi paesi.

Le relazioni introduttive del convegno sono state tenute da Sergio Cofferati, presidente della Fondazione Di Vittorio, e da Jeff Faux, dell’Economy Policy Institute di Washington. Cofferati ha delineato i contenuti del modello sociale europeo sulla base delle linee di condotta concordate nel 2000 alla Conferenza intergovernativa di Lisbona: coesione sociale, formazione dei lavoratori, conoscenza, competitività delle imprese congiunta alla qualità del processo produttivo e del prodotto finale. Il presidente della Fondazione ha lamentato l’assenza nei lavori della Convenzione, che porteranno nei prossimi mesi alla stesura della Costituzione europea, di una vera e propria agenda sociale in grado di rendere “costituzionali” i diritti sociali dei lavoratori e dei cittadini. L’americano Jeff Faux (la cui relazione è integralmente riportata sul sito) ha sottolineato le differenze tra il modello economico americano “da esportazione” e quello che effettivamente si realizza negli Stati Uniti. A dispetto di quanto si pensa, i governi Usa, al di là delle differenti colorazioni politiche, attuano da cinquant’anni una politica keynesiana di intervento nel settore privato e di alto deficit. Per lo studioso di Washington, spiegare la maggiore crescita americana e il minore tasso di disoccupazione con la “flessibilità” nel mercato del lavoro è un errore; anzi, negli ultimi anni, dopo le riforme legislative varate da Bill Clinton, quello americano è un mercato del lavoro più rigido. Il modello “venduto” all’estero è, allora, “un sogno” di politici ed economisti americani in realtà mai realizzato in patria. Faux invita, quindi, a conoscere bene quel sistema, fatto di grandi squilibri, ma anche di maggiori opportunità soprattutto nel campo del credito, prima di “comprarlo”.

Nella tavola rotonda, che ha seguito le relazioni, hanno preso la parola i rappresentanti dei maggiori sindacati europei, Maria Helena André, vice segretario della Confederazione europea dei sindacati, Karin Benz-Overhage, del sindacato tedesco Ig Metal, Daniel Retureau, della francese Cgt, Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, Nicolas Sartorius, della Fonacion Alternativas e capo storico delle Comisiones Obreras. Benz Overhage ha messo in luce come il parametri di Maastricht non possano essere considerati un tabù intoccabile – in singolare consonanza con il proprio governo che in questi giorni ha ottenuto di poter “sforare” dai limiti imposti dal patto di stabilità -, altrimenti non si potranno raggiungere gli obiettivi di piena occupazione stabiliti a Lisbona. Epifani ha affermato l’esistenza di un modello sociale europeo, che, fatte salve le differenze nazionali, si sostanzia in tre rapporti: quello crescita economica-tutele sociali che ha visto le seconde crescere con l’aumentare della prima, poi quello governo-cittadini, che si dipana in maniera complessa attraverso varie forme di rappresentanza sociale, infine quello diritti del lavoro-diritti di cittadinanza, il più complesso e quello maggiormente in discussione oggi. “Il processo costituente rappresenta, allora, un punto di snodo fondamentale” - ha notato il segretario generale della CGIL -: senza uno scatto in avanti della politica difficilmente si esplicheranno i diritti sociali in un sistema singolare nel quale esistono due cittadinanze (europea e nazionale) ma un’unica sovranità, quella nazionale, e, nonostante un unico mercato, diverse monete.

Josep Borrell, deputato del partito socialista e membro del gruppo di lavoro della Convenzione europea sull’Europa economica e sociale, ha sottolineato l’importanza di aver fatto inserire nella futura Costituzione la “Carta dei diritti fondamentali” di Nizza, ma anche il limite rappresentato dall’assenza di un coordinamento a livello continentale delle politiche sociali; un problema questo, che l’integrazione comunitaria realizzata propone ma che nessuno gestisce.
Corpo dell’ultima relazione del convegno, tenuta da Klaus Busch, professore dell’Università di Osnabr_ck, è stata la questione dell’impatto sociale dell’allargamento dell’Unione ai 10 nuovi membri. Gli effetti saranno, in particolare, tre: aumento delle migrazioni verso occidente, in particolare verso la Germania per la quale si stimano due milioni di ingressi entro il 2030; un ribasso generalizzato dei salari nei settori ad alta intensità di occupazione, quelli nei quali maggiore sarà l’afflusso di lavoratori immigrati; una discesa del reddito pro-capite medio dell’Europa a 25 (oggi è il reddito dei paesi candidati è il 33% della media dei 15). Il rischio è, infatti, che, se l’aumento della produttività in quei paesi non produrrà un miglioramento delle retribuzioni e, a cascata, delle prestazioni sociali erogate, si proporrà nei prossimi anni uno squilibrio, un vero e proprio dumping sociale, che si ripercuoterà in tutta l’Unione.

Un modello sociale europeo esiste, allora, e sarà bene “comprarne” un altro, per dirla con Jeff Faux, quando effetti e standard di riuscita siano effettivamente sperimentati.


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