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238 - 18.10.03


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La Cig apre il sipario

Daniele Castellani Perelli


Il 29 giugno del 1991 Jacques Poos, allora ministro degli Esteri del Lussemburgo, annunciò, in piena crisi jugoslava, che quella era “l’ora dell’Europa”. Da allora la Storia, purtroppo, si è fatta più volte beffa di quel pronunciamento, ed è necessario coraggio e idealismo per rilanciare oggi quel motto, oggi che si apre a Roma una storica Conferenza Intergovernativa (Cig), che ha il compito di dotare di una Costituzione un continente che per secoli si è fatto la guerra.

La Cig è una Conferenza dei rappresentanti dei Governi degli Stati membri che è stata convocata, come già era successo in altre cinque occasioni, con il compito di modificare i Trattati istitutivi. La prima Cig condusse nel 1986 alla firma dell’Atto Unico Europeo, che consentì la realizzazione del mercato unico, il rafforzamento della cooperazione monetaria e il passaggio al voto a maggioranza qualificata in molte materie. La seconda e la terza, apertesi nel dicembre del 1990, furono fondamentali per la preparazione del Trattato di Maastricht, che istituì l’Unione Europea. La quarta Cig, nell’aprile 1996, preparò invece il Trattato di Amsterdam, che estese il voto a maggioranza qualificata, assegnò al Parlamento il ruolo di colegislatore insieme al Consiglio e ammise esplicitamente la possibilità delle “cooperazioni rafforzate”. La quinta condusse infine al Trattato di Nizza del dicembre 2000, che preparò l’Unione all’allargamento. Un anno dopo, al Consiglio europeo di Laeken, si pose fine al metodo esclusivamente intergovernativo della modifica dei trattati, e si incaricò una Convenzione di semplificare i trattati esistenti e di disegnare la nuova architettura istituzionale dell’Europa a 25.

La Convenzione, presieduta dal francese Valery Giscard d’Estaing, con Giuliano Amato e Jean-Luc Dehaene vicepresidenti, è composta da delegati dei governi e da rappresentanti dei Parlamenti nazionali, del Parlamento Europeo e della Commissione. Ha elaborato una bozza di Costituzione, che è stata presentata con un certo successo il 19 giugno al vertice di Salonicco, e che ora la sesta Cig dovrà scegliere se modificare, approvare o respingere. La Cig verrà condotta dai Capi di Stato o di governo dei 25, assistiti dai ministri degli affari esteri: i dieci Stati aderenti vi parteciperanno in condizioni di parità con gli Stati già membri, mentre gli altri tre candidati, Romania Bulgaria e Turchia, parteciperanno alle riunioni in qualità di osservatori, così come anche i rappresentanti del Parlamento europeo e della Commissione.

Un’ironia della Storia ha voluto che, spettando all’Italia l’attuale presidenza semestrale del Consiglio, fosse ancora Roma ad ospitare l’evento, in curioso parallelismo con la firma del Trattato del 1957, con il quale si costituì la Comunità economica europea (Cee). A Roma, soprattutto, dovrebbe essere firmata nel maggio prossimo la Costituzione, a condizione che i lavori della Cig si concludano entro la fine del semestre italiano, cioè a dicembre. La bozza della Convenzione non ha trovato consenso unanime, ma allo stesso tempo è stata giudicata da tutti un’ottima base. I punti più importanti sono il rafforzamento dei poteri del Parlamento, una durata maggiore dell’incarico del presidente di turno (dagli attuali sei mesi a due anni e mezzo), la creazione di un più forte ministro degli Esteri (che è anche vicepresidente della Commissione) e la riduzione dei casi in cui è consentito il diritto di veto in seno al Consiglio. Il testo scontenta i federalisti dove prevede ancora l’unanimità per materie come la difesa, il fisco, la sicurezza interna e parte degli esteri, lasciando dunque troppo potere in mano ai governi nazionali; scontenta i paesi piccoli, specialmente Austria e Finlandia, dove prevede una Commissione di soli 15 membri (dalla quale temono di essere penalizzati); paesi come Spagna e Polonia perché rimette in discussione la ponderazione dei voti nel Consiglio, che era stata decisa a Nizza e che attribuiva loro quasi gli stessi “gettoni” dei quattro grandi; i cattolici dove, nel preambolo, non si fa riferimento alle radici cristiane dell’Europa.

Sulle modifiche da apportare si schierano in pratica, semplificando, da una parte la Commissione Prodi (più federalista) e dall’altra Spagna, Polonia e Gran Bretagna (più intergovernative). Nel mezzo stanno, con motivazioni diverse, Francia Germania e Italia, che spingono affinché la bozza sia approvata così, perché altrimenti una qualsiasi modifica provocherebbe il rischio di infinite recriminazioni da parte degli altri paesi (“l’apertura del vaso di Pandora”, come è stato detto). Francia e Germania hanno probabilmente avvertito, durante la crisi irachena, quanto li penalizzi un’Europa debole, e hanno deciso di accettare un testo che comunque ammette con astuzia che, una volta sia stato approvato, certi eventuali modifiche potranno essere aggiunte in futuro con un semplice voto all’unanimità (è la cosiddetta “formula della passerella”). L’Italia di Silvio Berlusconi, invece, sa quanto prestigio interno ed internazionale le verrebbe da un evento storico e mediatico come la firma della Costituzione il prossimo maggio a Roma.

Chissà se è giunta l’ora dell’Europa. Certo che un buon testo, come è tutto sommato quello proposto dalla Convenzione, può contribuire a dare all’Europa quel ruolo internazionale che le spetta e che renderebbe più sicuro, più plurale, più interessante, un mondo che, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, non può permettersi di essere governato da una sola potenza. Affinché da questa Cig esca fuori una buona Costituzione ci vorrà il coraggio e l’idealismo dei sognatori. Ma non erano dei sognatori quei padri d’Europa, quei Monnet e quegli Spinelli, quei De Gasperi e quegli Adenauer? Non erano dei saggi pazzi che mettevano da parte secoli di guerre e pregiudizi, milioni di deportati e di lutti, per il sogno di un’Europa unita? L’attuale Presidente del Consiglio europeo, Silvio Berlusconi, non è un europeista. Ma a modo suo, quando chiede l’ingresso di Turchia, Russia ed Israele nell’Unione, è anch’egli un sognatore. Lo è di meno quando a Laeken baratta le sedi di agenzie europee sfottendo i finlandesi e dicendo “I pay cash, you give me a camel” (“Vedere moneta, dare cammello”). Ma, paradossalmente, il suo desiderio di grandeur napoleonico-mediatica, il suo cinismo personale misto a imprudenza visionaria potrebbero risultare fondamentali per realizzare quello che Giuliano Amato ha definito “il miracolo di San Gennaro dell’Europa”.


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