Editoriale


Adorno e l’indipendenza dello spirito


di Giancarlo Bosetti

Ascoltate quello che Theodor W.Adorno diceva davanti alla telecamera della Rai, seduto su una poltrona davanti a un giovane Umberto Eco, nel 1966, e quel che aveva detto tre anni prima in un’altra intervista alla televisione tedesca dell’Assia. Lui, il padre fondatore della Teoria Critica, cui dedichiamo una parte di questo numero di «Reset» (e troverete anche la trascrizione integrale delle prestazioni televisive del filosofo francofortese) si esprimeva con una solennità che suona alle nostre orecchie di oggi insieme severa e ingenua: «In America le trasmissioni vengono finanziate da ditte che continuamente controllano le reazioni degli spettatori e che quindi ne utilizzano i consensi come una sorta di controllo del pubblico». Ma Adorno era anche molto ottimista, positivo, confidente nel futuro della tv: «In Europa ­ aggiungeva ­, invece, dove in genere la televisione non è basata sull’economia privata ma è statale, questo controllo delle idee non è così drastico e la libertà, intendo anche libertà di critica, è incomparabilmente maggiore… lo Stato, nei Paesi democratici, offre un’indipendenza allo spirito». Lo Stato in Europa era dunque per Adorno, per il padre di tutti i critici-critici, una garanzia per l’indipendenza dello spirito, cioè per lo spazio della critica. Qualcosa di più, se possibile, del pluralismo. Quando c’era l’autocontrollo Parole di incredibile chiarezza e semplicità che confermano il sospetto che le cose che pensiamo siano spesso più il prodotto del tempo in cui viviamo che della cultura o del carattere di chi le pronuncia. E quello era il tempo, gli anni Sessanta, della piena diffusione e fioritura della televisione pubblica in Europa, con quella forma di monopolio dell’etere che accompagnò la fase della ripresa economica e civile dei popoli europei dopo la guerra. I poteri pubblici non ne approfittarono a man bassa, come potremmo immaginare farebbero i governi di oggi. Neppure quelli italiani, pressoché monocolori, della Dc. Forse perché non si sentivano abbastanza minacciati dall’opposizione, forse perché protetti dal sostegno dell’intoccabile statu quo internazionale, forse perché ­ ragione certo non ultima ­ ispirati da una cultura cattolica moderata, paternalistica ma anche liberale, che era capace di self-restraint, di autocontrollo e autolimitazione nell’uso di privilegi e facoltà del potere politico. Quella cultura, intendiamoci, era anche oltremodo vigilante sui costumi degli italiani, e insopportabilmente poliziesca nella repressione morale. Si entrava in crisi non per le gambe nude ma anche solo per la voce sexy di una cantante. Parlare in tv di un vecchio notabile dc, come Emilio Colombo, sorpreso a consumare cocaina avrebbe provocato un terremoto ai vertici della Repubblica e un collasso della Rai. Dunque non serve farsi illusioni nostalgiche, quel paternalismo sarebbe per i nostri gusti di oggi, normalmente disinibiti, insopportabile quanto la legge Gasparri, forse persino di più. Ma nel suo tempo fu accettabile e passabilmente adatto a un paese libero e democratico, mentre la Gasparri nel suo tempo, che è anche il nostro, non ha niente di passabile, perché combina le condizioni di un monopolio con quelle di una cultura politica priva di self-restraint. Anni amari per gli «spazi critici» Che bella immagine la «indipendenza dello spirito»! Oggi, parlando di televisione, non verrebbe in mente a nessuno, perché sono difficili da collocare in video sia lo «spirito» che la «indipendenza». Gli «spazi critici» non sono apprezzati e chi li coltiva viene allontanato dalla televisione pubblica (la lista è nota: Enzo Biagi, Michele Santoro, Sabina Guzzanti…), mentre la televisione privata, di proprietà del capo del governo, può solo ingegnarsi a esibire la propria fedeltà militante o una autonomia per modo di dire, a cui possono credere solo i poveri di spirito, e di alternative. Il momento di svolta che ci ha portato fin qui si colloca verso la metà del cinquantennio della tv italiana, che si celebra proprio quest’anno. L’epoca del potente direttore generale Ettore Bernabei (epoca alla quale la intervista di Adorno appartiene; oggi peraltro una cosa del genere non si farebbe o apparirebbe solo in notturna) volse al termine e si tramutò lentamente nell’orrendo duopolio di oggi per due ragioni, una televisiva e una italiana. Ragione televisiva e ragione italiana La ragione televisiva consiste nell’affermarsi della televisione commerciale, nell’incremento dell’offerta, del numero dei canali, della copertura oraria delle trasmissioni tv. Per questa via si è passati dalla televisione tradizionale alla cosiddetta neo-televisione dominata dalla pubblicità, dall’Auditel, dal generalismo, dai flussi, dalla corsa forsennata al ribasso della qualità. E questa ragione si è fatta sentire, ove più ove meno, anche su tutta l’Europa delle belle speranze di Adorno. La ragione italiana consiste in una vicenda in due puntate. La prima è stata la riforma della Rai del 1975 in cui la classe politica all’unanimità ha pensato di affermare il «pluralismo», invece che come condizione professionale di esercizio per tutti della produzione di informazione e intrattenimento televisivo, come risultato di una divisione della televisione pubblica e dei suoi tre canali per quote politiche: uno alla Dc, uno al Psi e uno al Pci. La seconda puntata è stata la conquista del monopolio privato, per meriti privati e per appoggi politici, da parte di Berlusconi. E questa ragione si è fatta sentire così forte soltanto in Italia. Siamo perciò un paese che è riuscito a sommare i danni della più vigorosa deriva neotelevisiva al ribasso al più protetto (dalla politica) dei monopoli privati. Con la trasformazione del potere economico e televisivo di Berlusconi in potere politico, il ciclo si è concluso in un modo che riflette, in trasparenza, natura e qualità della opinione pubblica italiana. Bilancio disastroso, ammettiamolo, anche se farebbe comodo raccontarsi che si tratta di un incidente di percorso, dovuto all’abilità manovriera di un imprenditore-avventuriero. La lezione del Quirinale Non è così, la difficile situazione creata dal deficit di pluralismo, che ha costretto il presidente della Repubblica a respingere una legge strategica e centrale nel programma di questo governo ­ il che rende questo episodio più grave dei molti precedenti casi di rinvio alle Camere da parte del Quirinale ­ è superabile con mezzi politici, a cominciare si spera dalla accortezza della opposizione nel presentare uno schieramento vincente alle prossime scadenze elettorali, ma ha bisogno anche di una azione in profondità rivolta alla opinione pubblica. Bisogna creare strutture di ricerca capaci di promuovere la conoscenza della opinione pubblica italiana, di monitorare i livelli di informazione dei cittadini, di organizzare confronti sulle misure necessarie per migliorare le cose, analizzare la diffusione dei giornali, verificare la quantità e qualità dell’informazione fornita dalle televisioni. Ed è indispensabile riequilibrare il rapporto tra pubblicità televisiva e pubblicità alla carta stampata, muovendo nella direzione opposta a quella della legge rinviata da Ciampi: il fatto che la televisione in Italia assorba tante risorse pubblicitarie (55% del totale contro il 35% degli Stati Uniti o il 25% della Germania ­ differenze abissali, si noti bene) con un vero record mondiale nel campo non è presentabile semplicemente come il risultato dell’azione del mercato. È invece, al contrario, il risultato dell’azione della politica che ha deliberatamente ingigantito la tv, sia nella parte privata che in quella pubblica, accompagnandone sempre, tappa per tappa, il rigonfiamento con decreti e leggi su misura. Qualità dell’opinione e della borghesia A questa azione non si sono saputi contrapporre gli imprenditori della carta stampata, a causa della loro storica debolezza e dipendenza dalla politica. A conferma che la forza di una opinione pubblica dipende largamente dalla forza della sua borghesia. Alla funzione dei giornali, alla loro capacità di resistenza in condizioni sfavorevoli, e alle loro debolezze e cadute, «Reset» continua a dedicare la sua attenzione: dopo l’analisi del decennio ad opera di Paolo Murialdi, Alberto Ferrigolo analizza la tendenza, il deficit di diffusione e la condotta delle principali testate. È un lavoro che nei prossimi numeri renderemo più sistematico. Anche per affermare una visione semplicemente liberale della funzione del giornalismo, come potere (cosa possibile oltre che auspicabile!) capace di bilanciare altri poteri in un fisiologico conflitto che già dalla fine del Seicento, con Pierre Bayle, possiamo chiamare régime de la critique. Il che in Italia non è semplice perché la «indipendenza dello spirito» non è garantita e bisogna faticosamente difenderla. Prova ne sia che, in una raccolta pur pregevole di saggi come quella curata da Carlo Sorrentino, Il giornalismo in Italia (pubblicata da Carocci), pregevole a cominciare dalla introduzione del curatore dedicata , si passa poi a un saggio inspiegabile ­ forse è solo una barzelletta ­ di Giovanni Bechelloni nel quale si sostiene che la tesi che Berlusconi «controlli il sistema dei media» è pura propaganda. L’Italia è invece in preda una «sindrome», quella della «informazione fuori controllo» che consiste esattamente nel fenomeno opposto: troppa «copertura critica e “contro”» il capo del governo. Il tutto sarebbe l’effetto dell’ombra lunga del «nichilismo». Parole che rivelano una idea del giornalismo, come funzione costruttiva destinata, immaginiamo, a protendersi verso gli obiettivi del governo e i suoi piani quinquennali, o magari i «contratti» con gli Italiani, come le statue di gruppi marmorei di qualche piazza di Mosca. Una vena social-liberale per il futuro Molte circostanze offrono dunque al centrosinistra la opportunità di rappresentare una idea chiara di società aperta e libera, dove il conflitto tra poteri è fisiologia democratica e dove l’acume dei giornali, che si esercita nella critica del potere sia accolto come normale, anziché come mostruosa sindrome. Il fatto che anche la sinistra, insieme alla Dc, abbia alle spalle il peccato originale di avere inghiottito il frutto proibito della lottizzazione televisiva non impedirà di voltare pagina. La cosa non può trascinarsi per generazioni. Ma bisognerà cominciare, anche a partire da qui magari, a parlare della cultura ispiratrice della coalizione di centrosinistra, secondo uno stile pluralistico, di rispetto tra posizioni diverse, rinuncia ai veti, ricerca di posizioni comuni, anche attraverso intelligenti compromessi, secondo un esempio di metodo che cerchiamo di illustrare con la discussione, su queste pagine, tra Rosi Bindi e Salvatore Veca sulla legge per la fecondazione assistita. Una cultura ispiratrice ha bisogno di definirsi più a partire dalla asserzione dei propri propositi che dalla esibizione delle bandiere di origine, soprattutto in una situazione come quella italiana che ha alle spalle un cumulo incalcolabile e inestinguibile di risentimenti incrociati. È probabile che allo scopo di una chiara enunciazione dei propositi sia utile il ricorso, che «Reset» intende mettere in atto in modo sistematico ­ proseguendo il lavoro iniziato dieci anni fa ­ alla cultura del socialismo liberale, cui è dedicato il saggio di Nadia Urbinati. Il ricorso al pensiero social-liberale si allargherà alle tradizioni che esso ha, molto forti, in Europa come negli Stati Uniti (da John Dewey a Carlo Rosselli, da Max Weber e Eduard Bernstein a Bobbio, Tawney, Hobhouse, Renouvier) e verificheremo quanto questa tradizione possa contribuire a identificare la ispirazione di un centrosinistra europeo capace di rinnovare una tradizione socialista e socialdemocratica visibilmente in difficoltà ovunque. E quanto una coalizione progressista italiana, possibilmente capace di vincere, riesca a smetterla di definirsi sulla somma di ex-qualcosa da radunare, e cominci a farlo su qualche idea per il futuro.