FRANCESCO SOMAINI


Un voto pro o contro?
 Nei sistemi di tipo proporzionale si esprime un voto per qualcuno o per qualcosa.
L’elettore, in quel caso, vota in base a logiche di appartenenza (quale che ne sia la natura), oppure sposa un determinato programma, o accorda fiducia ad un determinato candidato. Per questo i partiti e le forze politiche in lizza devono cercare in primo luogo di convincere l’elettorato a pronunciarsi proprio per loro. Nei sistemi di tipo proporzionale, infatti, un partito vince se aumenta i propri voti (o le proprie percentuali), e dunque il proprio potere contrattuale nei confronti degli altri.
Nei sistemi di tipo maggioritario, la logica della scelta è invece completamente diversa. Col maggioritario – e l’Italia, per quanto in modo quanto mai sgangherato, ha oggi un sistema essenzialmente maggioritario - vince chi batte il proprio avversario. I partiti e le forze politiche, allora, al di là dei voti per le loro proposte, debbono cercare di raccogliere soprattutto il maggior numero di suffragi possibili contro le forze con cui si trovano in competizione. Quindi, essi debbono cercare di riscuotere non soltanto i voti di coloro che possono riconoscersi nella loro proposta o nel loro programma, ma debbono soprattutto convincere l’elettorato indeciso di essere il meno peggio.
Per tale motivo, è certamente utile che il Centro Sinistra, in queste ultime settimane, migliori la propria capacità di comunicazione (che non è mai stata troppo brillante) su quanto fatto durante questi cinque anni.
Ma il punto su cui insistere – per questo scorcio di campagna elettorale – dovrebbe a mio avviso essere soprattutto quello di persuadere l’elettorato indeciso del fatto che la Destra è in definitiva peggiore del Centro Sinistra, perché ambigua, reticente, contraddittoria ed inaffidabile.
Per questo occorre dunque concentrare la campagna elettorale contro i fardelli di Silvio Berlusconi, contro il suo macroscopico conflitto di interesse, contro le gigantesche ambiguità della cosiddetta “Casa delle Libertà”, e contro la scarsa credibilità politica di uno schieramento che ha finito per imbarcare di tutto.
Chi ancora non sa per chi scegliere potrebbe forse convincersi dei rischi di mettersi completamente nelle mani di un “presidente-padrone”, per cui la campagna di sensibilizzazione contro Berlusconi non deve essere in alcun modo abbandonata, anche se occorre evitare il rischio (giustamente denunciato da D’Alema), di usare argomenti beceri, che portino acqua al vittimismo dell’uomo di Arcore. La critica deve essere incalzante, ma non rozza, e ai toni apocalittici conviene forse sostituire (sul piano dell’efficacia) quelli più vicini al registro dell’ironia.
Parimenti bisognerebbe poi insistere nel dare risalto alle sparate di Bossi e agli accordi con il nazista Rauti, perché intorno questi due temi non dovrebbe essere difficile trovare argomenti in grado di suscitare (almeno in parte dell’elettorato) un minimo di perplessità circa sul messaggio falsamente rassicurante comunicato dai sorrisi di Berlusconi. 

E gli insoddisfatti?
A destra si digerisce di tutto. Sarà forse per i miliardi di Berlusconi e per i suoi strumenti di comunicazione, che gli conferiscono un duplice potere intimidatorio e persuasivo, tale da mettere miracolosamente a tacere tutti i dissensi interni, soffocando ogni dibattito.
Sta di fatto che la destra ostenta troppo spesso una compattezza inquietante, che rivela una assai scarsa propensione alla discussione e al confronto interni (altro che Casa delle Libertà!). Ad esempio, è parsa davvero spudorata la non chalance con cui partiti (o partitini) di estrazione socialista o repubblicana - che pure si pretendono eredi di quelle tradizioni politiche – hanno accettato senza praticamente batter ciglio alleanze inammissibili, come quella con i fascisti  di Rauti.  Ma del resto di che stupirsi, se neppure la cosiddetta stampa moderata sembra aver mostrato su questo punto (come del resto anche su molte altre questioni) particolari sussulti?
Il fatto è che a destra gli elettori sembrano pronti ad ingurgitare qualunque piatto venga loro preparato dal Capo.
A sinistra, per contro, il quadro è del tutto opposto : ogni minima questione sembra infatti suscettibile di produrre delle divergenze e di innescare delle piccole (o anche grandi) emorragie di voti.
C’è in tutto questo un’indubbia componente di autolesionismo.
Lo snobismo della Sinistra italiana è del resto cosa di antica data : tutta la storia della Sinistra in Italia, è infatti costellata, come noto, di scissioni e spaccature, che attestano una ricorrente tendenza (nei gruppi dirigenti non meno che tra i militanti e nell’elettorato) ad accentuare le divisioni anche nei momenti in cui più forte invece sarebbe stata e sarebbe la necessità di ricercare l’unità per fronteggiare avversari comuni.
Tutto ciò ben emerge anche nell’atteggiamento di coloro, che delusi - anche comprensibilmente - dall’operato degli ultimi governi di Prodi, D’Alema ed Amato, sembrano oggi propensi alla scelta del non voto.
Certo, il loro scontento a volte appare anche condivisibile e la sua manifestazione è comunque legittima. Tuttavia è lecito dubitare sul fatto che la scelta astensionistica possa costituire una risposta efficace.
Bisognerebbe comunque che il Centro Sinistra riuscisse a far capire anche ai più delusi ed ai più arrabbiati che pure per loro la vittoria della cosiddetta “Casa delle Libertà” sarebbe in ogni caso un pessimo affare.
Più in generale però vi è un problema di fondo. Occorre cioè che a Sinistra ci si cominci a rendere conto che a fronte di una destra monocratica, dominata da un padrone assoluto, la risposta che occorre fornire non può che essere quella di un’accentuazione del proprio pluralismo, e soprattutto della propria democrazia interna. In altre parole : si comincino ad adottare procedure autenticamente democratiche nelle principali decisioni politiche, nella scelta dei gruppi dirigenti, e nell’individuazione dei candidati; si facciano congressi in cui si ci sia davvero un aperto confronto di posizioni e di idee; si ricorra realmente a prassi come quelle delle primarie, e allora si scoprirà che sarà forse più facile riaccendere il meccanismo della partecipazione politica e indurre anche chi non si sentisse di volta in volta d’accordo con una determinata scelta o con una determinata strategia ad accordare comunque il proprio consenso.
Nella scelta astensionistica di molti dei cosiddetti “delusi dell’Ulivo” vi è forse anche il senso di frustrazione di chi avverte di non essere in alcun modo in grado di incidere nei processi decisionali. Da qui lo scollamento, il senso di distacco, e appunto la rinuncia alla partecipazione ed al voto. La risposta non può che essere quella di un’inversione di tendenza su questi temi. Evidentemente si dovrà peraltro trattare di un processo politico lungo, per cui questo discorso può vale soltanto a futura a memoria. Per le elezioni del prossimo maggio bisognerà lavorare coi materiali esistenti. E allora si provi almeno a far passare il messaggio che l’astensione non giova ad alcuno, e può semmai fare soltanto il gioco di questa Destra (che per molti aspetti appare francamente assai poco rassicurante).

I due appelli
L’appello di che mette in guardia contro l’inaffidabilità democratica di Berlusconi è in linea di principio del tutto condivisibile nei toni e nei contenuti. Tuttavia, occorre tenere presente che il ricorso a toni tendenzialmente apocalittici (il confronto tra centro sinistra e destra dipinto come un confronto tra civiltà e barbarie) può risultare controproducente.
Alle anime belle che hanno compilato l’appello alla legittimazione reciproca andrebbe per contro consigliato di dare un’occhiata ai quintali di spazzatura che ormai da anni vengono quotidianamente dispensati sui “più autorevoli” giornali di destra, e su gran parte delle televisioni private nazionali e locali. Ascoltassero gli slogan e i messaggi da brivido che circolano nella Casa e della Libertà e che sono ormai largamente penetrati nel suo elettorato.  
In realtà - bisognerà pur dirlo - la delegittimazione dell’avversario e la demonizzazione della controparte, sono venuti per lo più da una parte sola, e cioè dalla destra : come dimostra, tra l’altro, anche il sistematico rifiuto di ogni civile confronto con la controparte. Si pensi ad esempio alla vicenda del mancato faccia a faccia televisivo tra Rutelli e Berlusconi, o alla pretesa da parte  di quest’ultimo di farsi intervistare in TV solo da giornalisti sdraiati e compiacenti, con domande preventivamente concordate e con il taglio di quelle parti che non fossero eventualmente “venute bene” (a tale riguardo è anzi scandaloso che la Rai, e in particolare il programma di Bruno Vespa, si siano prestati ad accondiscendere a simili pretese). 
Il centrosinistra dovrà allora evitare di esasperare i toni, ma non fino al punto di fare la parte del fesso e di omettere di denunciare quel che va denunciato.

Troppi i dubbi? E quali i progetti?
Il capitolo dei “desiderata” nei confronti dell’Ulivo potrebbe diventare davvero lungo, e una risposta ad un questionario-lampo non è la sede più appropriata per affrontare la questione.
Un punto fondamentale, comunque, è senz’altro quello dell’accentuazione dei processi di democrazia interna. All’Ulivo, e ai partiti che lo compongono, bisognerebbe davvero chiedere, per la prossima legislatura, di compiere un vero e proprio salto di qualità.
Vorrei anche che il centrosinistra sapesse rialzare con un po’ più di coraggio e di orgoglio la bandiera della laicità, e che non fosse sempre all’inseguimento del plauso del Vaticano o del “placet” delle gerarchie ecclesiastiche. Il “cahiers des doléances” nei confronti del c entrosinistra da questo punto di vista è a mio vedere davvero nutrito. Tanto per fare degli esempi banali, vorrei ad esempio ricordare che la vicenda del Gay Pride, nello scorso anno, non fu certo una bella pagina; così come non fu bello vedere i sindacati trasformare la festa del 1° maggio in un assurdo Giubileo dei Lavoratori. E questo per limitarsi ad eventi esteriori, senza entrare nel merito delle questioni connesse ai problemi della Scuola, ai temi di bioetica, ai diritti civili, e via discorrendo.
La sinistra ed il centrosinistra dovrebbero a mio vedere liberarsi del mito del voto cattolico, che è oltre tutto un mito in grande misura infondato, poiché questo Paese, su moltissimi temi, è in realtà molto più laico di quanto non si sia portati a ritenere. Non si vede quindi perché mai il centrosinistra debba oggi essere pronto a fare dei cedimenti su temi che nemmeno i governi democristiani avevano mai ritenuto in passato di poter mettere in discussione.
Insomma, quella di una coalizione più attenta a determinati principi laici è senz’altro un’esigenza a mio giudizio sentita, e nei prossimi anni l’Ulivo, che si trovi al governo oppure all’opposizione, dovrebbe auspicabilmente farsene carico.