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Ottomila anni di ambiente italico
di Arianna Vennarucci
Fulco Pratesi
Storia della natura d'Italia, Editori Riuniti, 2001
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"LA' DOVE c'era l'erba ora c'è una città...": d'accordo; ma prima dell'erba cosa c'era? Probabilmente la foresta, se è vero che dopo l'ultima glaciazione, cioè dopo l'8000 a.C., il territorio italico appariva come un'unico immenso bosco da cui emergevano solo le falesie rocciose e le vette al di sopra dei 2000-2500 metri, altezza che rappresenta l'attuale limite della vegetazione arborea. La prima scoperta che facciamo leggendo la Storia della natura d'Italia di Fulco Pratesi è che nel nostro paese non esiste un luogo autenticamente "naturale", ossia con quell'aspetto e quelle componenti che esso avrebbe senza l'intervento modificatore dell'uomo: secoli di diboscamenti, bonifiche, incendi, caccia, pastorizia, urbanizzazione, hanno trasformato il territorio nel paesaggio che oggi conosciamo, in cui è possibile trovare le ultime reliquie di natura solo in microambienti rupestri o in minimi biotopi che meno di altri hanno dovuto subire l'influenza dell'uomo. Il libro ripercorre le principali tappe di questa trasformazione tracciando una storia millenaria che s'inaugura nel "mondo in equilibrio" di circa 10 mila anni fa (fine del periodo mesolitico) e termina nel mondo snaturato e variamente avvelenato del nostro presente.
Una storia affascinante, a tratti inquietante, che è evidentemente il frutto di una ricerca ampiamente documentata: merita di essere letta per amor di conoscenza, ma anche e soprattutto per iniziare a preoccuparsi, se non lo si è fatto finora. Che quello di sensibilizzare ai problemi ambientali sia un implicito obiettivo del saggio si lo si capisce dai punti esclamativi con cui l'autore correda talvolta i dati relativi alla regolamentazione dell'interazione tra uomo e natura; lo stile con cui le fonti vengono di volta in volta interrogate e chiamate in causa, tradisce l'identità di chi scrive: non soltanto uno storico, ma il fondatore e presidente del Wwf e presidente del Parco nazionale d'Abruzzo, noto a livello internazionale per la sua opera a favore della salvaguardia dell'ambiente.
L'Italia, con il suo territorio che si distende dall'ambiente artico delle vette alpine fino a quello africano delle isole siciliane più meridionali, presenta una biodiversità che non trova riscontro in altri paesi europei: lo testimoniano le 5500 specie vegetali, le varietà di specie di uccelli, di rettili e di anfibi che, "miracolosamente", sopravvivono in uno spazio naturale segnato da circa 10 mila anni di alterazioni determinate o direttamente operate dagli uomini. La prima grande trasformazione ecologica si ha con il periodo Neolitico, che per l'Italia va dal 6500 al 2500 a.C. Alle primitive popolazioni autoctone di cacciatori e di raccoglitori nomadi, si sostituiscono gradualmente, probabilmente con immigrazioni da oriente, nuclei umani di civiltà più evolute che già dispongono delle prime forme di agricoltura e di allevamento del bestiame; l'alternanza di incendi e pascolo, che ne consegue, segna la fine della predominanza assoluta dell'ambiente forestale: attraverso successive fasi di degradazione, la primitiva foresta mediterranea passa allo stadio di macchia, di gariga e infine di steppa. La fauna selvatica si adegua a questo processo di trasformazione del paesaggio e iniziano a prevalere specie tipiche delle steppe e delle praterie pascolate, come la lepre, la starna, l'avvoltoio grifone e la gallina prataiola.
Tutta la successiva storia naturale della nostra penisola coincide con la progressiva erosione della compagine forestale, di quella che i romani chiamavano silva e che utilizzavano per la caccia e la produzione di legname e di ghiande. Ma non sono mancati periodi in cui l'ecosistema forestale e la fauna selvatica, come sua componente essenziale, sono tornati a imporsi a dispetto delle terre coltivate. Con il Rinascimento, però, e cioè con il perfezionamento delle tecniche di lavorazione dei campi e con l'aumento della popolazione, in Italia si pongono le basi per una irreversibile riduzione delle aree ancora rette dagli equilibri naturali. Una segnalazione speciale merita il ricco corredo di illustrazioni, che costituisce certamente uno dei pregi di questo libro: le illustrazioni non si limitano ad accompagnare la trattazione storica, ma guadagnano una propria sezione specifica, intitolata "Il colore della natura nella storia", in cui una selezione di opere storiche - bassorilievi, mosaici, miniature, dipinti a olio, ecc. - racconta le trasformazioni del paesaggio naturale attraverso l'immagine.
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