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Il
Papa in aprile si recherà alle Nazioni Unite e in quella sede
potremo verificare quali Paesi saranno pronti ad accogliere il suo
appello di moratoria dell’aborto, per quali motivi ideologici e
di mantenimento di assetti di potere. Occorre perciò guardare al
dibattito in corso in Italia avendo in mente una prospettiva
internazionale, anche per le possibili risposte.
Sul piano politico, l’obiettivo della proposta di
“moratoria” sull’aborto è molto ambizioso:
riguarda l’uso della religione da parte degli
“imperi”, o da parte di quei leader politici a vocazione
imperiale (ce ne sono molti, “grandi” e
“piccoli”), che hanno l’intenzione di rafforzare il
rapporto tra il potere di cui dispongono legittimamente e il loro
carisma, soggettivamente debordante ma oggettivamente privo di
“grandi riferimenti” ideali e culturali. La corsa verso
quest’uso della religione non vede indifferenti le religioni, le
chiese, le sette, le neo-formazioni di tipo religioso o para-religioso.
La domanda di esperienza spirituale e le forme della religiosità
tendono a sottrarsi alle organizzazioni ecclesistiche tradizionali e,
allo stesso tempo, le nuove offerte religiose cercano nello Stato un
appoggio per una penetrazione pubblicamente legittimata. In
società socialmente e tecnicamente molto dinamiche e molto
frammentate, le offerte di vita spirituale non corrispondono alla
complessità delle domande. Perciò, in un contesto di
concorrenza “religiosa” molto forte, emerge la tentazione,
da parte di tutte le agenzie - dalla organizzazioni religiose alle
istituzioni pubbliche - di offrire risposte, autoritarie nella forma
cultural-teologica (una sola verità, per vincere i molti
nemici), consolatorie nella funzione (il ritorno ai principi
tradizionali o considerati naturali farebbe andare tutto per il
meglio), sentimentali o formali nello stile (ai poveri si offrono le
imprese miracolose, agli intellettuali le facili risposte al dubbio).
In questo modo religione e potere cercano di assicurarsi assieme il
consenso dei cuori, rassicurandosi reciprocamente sul piano della
tenuta dei rispettivi sistemi di verità. I cittadini critici ed
i credenti riflessivi (di qualsisi religione o credenza) si trovano
sempre più emarginati, in un clima di scontro tra valori tutti
non negoziabili ed attese reciproche di sostegno tra religione e
politica.
Come avviene durante ogni grande periodo di transizione, anche oggi, in
questo clima culturale, il corpo della donna (troppo velato o troppo
nudo, troppo prolifico o troppo sterile, troppo libero o troppo
oppresso) torna ad essere una posta in gioco del discorso pubblico, sui
valori, sulla tenuta del legame sociale, per misurare l’etica
privata e pubblica.
Con questa lente potremmo leggere dinamiche di paesi diversi, dalla
Russia, agli Usa, al Nicaragua, all’Iran, alla Spagna, alla
Francia, alla Cina. Perciò sarebbe riduttivo discutere la
proposta di Giuliano Ferrara come un episodio esclusivamente italiano o
riducibile al solo rapporto tra il nascente Pd e la Chiesa cattolica.
La proposta di moratoria dell’aborto, così come si viene
configurando, tocca aspetti culturali profondi e politiche concrete. I
suoi obiettivi sono allo stesso tempo locali e mondiali. Per
l’Italia, si punta a modificare la legge 194, per ora
sull’aborto terapeutico e sul riconoscimento dei Centri aiuto
alla vita. A livello internazionale, si mira a portare all’Onu
una proposta di riconoscimento dei diritti del non-nato,
affinché prevalgano su quelli della madre e possano venir
utilizzati per bloccare le campagne d’informazione
contraccettiva, per la salute riproduttiva e di ulteriori
legalizzazioni dell’aborto. Culturalmente la moratoria vuole
combattere le “culture della morte”, cioè lo
scientismo, il relativismo morale, il consumismo e il femminismo delle
culture di genere, in nome di valori umanistici autoevidenti e
perciò non negoziabili, della verità e della ragione.
Propongo una “modesta” contro-moratoria: contro la
criminalizzazione delle donne e contro l’aborto non-scelta. Ma
sono dell’idea che, comunque la si pensi, occorra cercare di
rendere possibili tutte le maternità desiderate, ed anche quelle
in cui il desiderio è sfiorato dal dubbio, anche prendendo sul
serio, specialmente sul terreno pratico, le ragioni
dell’avversario. Resterò per ora al “caso”
italiano, utilizzandolo come paradigmatico. I proponenti la moratoria
definiscono l’aborto in vari modi: “strage degli
innocenti”, “pena di morte”, “omicidio di
massa”. Comunque si tratterebbe di un atto in sé
gravemente immorale anche (e soprattuto) quando diviene legalmente
lecito. Il substrato filosofico del discorso deriva dalla
sovrapposizione di una interpretazione culturale soggettiva
(l’ovulo fecondato sarebbe sempre persona umana, sin dalla
fecondazione) ad un dato biologico, obiettivo (l’ovulo fecondato
della specie umana è vita umana).
Da qui due conseguenze: ogni donna che abortisce commette
oggettivamente un omicidio ed ogni persona che la approva diviene
potenzialmente un omicida o un complice; la definizione di un diritto
incondizionato a nascere, da considerare tra i diritti umani, risulta
obiettivo di civiltà della moratoria, che dunque imporrebbe
(almeno sul piano morale) ad ogni donna di portare a compimento ogni
sua gravidanza.
La mia opinione è radicalmente diversa. L’ovulo fecondato
è vita umana da un punto di vista biologico, ma non persona
umana, nel senso di un soggetto senziente e cosciente, capace di vita
emotiva e spirituale. Questo passaggio avviene nel tempo, e si attua,
normalmente e pienamente, a partire dalla nascita o da non molto prima.
Il come e il quando della qualità di persona prima della nascita
va discusso: certo non riguarda l’inizio del percorso e il
momento in cui normalmente si decide del sì o del no alla
gravidanza. È giusto - sul piano fattuale e morale - sostenere
che una donna incinta custodisce un “altro da se’“,
come potenzialità e promessa possibile: questo le conferisce una
responsabilità personale rilevante e non delegabile; ma non
è affatto giusto - sul piano fattuale e morale - sostenere che
quell’ovulo è persona umana la cui soppressione coincide
con un omicidio. L’aborto volontario, alla luce
dell’approccio che io seguo, può essere inteso come una
possibile risposta morale positiva (cioè “buona”) a
una sconfitta della donna, nella sua relazione con l’uomo o/e nel
conflitto tra il biologico e l’umano, che attraversa il suo
corpo, inteso come spazio fisico, psicologico e morale della
potenzialità materna. Paradossalmente, senza la libertà
di abortire la donna non potrebbe definirsi come individuo pienamente
morale, capace di scegliere il bene e il male, perché resterebbe
dipendente dalla necessità biologica: non in quanto obbligata a
partorire, ma in quanto impossibilitata a scegliere davvero la sua
maternità.
Con la libertà d’aborto la donna diventa capace di
assumere coscientemente le sue relazioni umane: quella con
l’altro che potrebbe nascere e quella con l’uomo con il
quale procrea. Possiamo tutti auspicare che la gravidanza scaturisca
ogni volta dall’apertura alla vita nascente e da una scelta
cosciente, consapevole e gioiosa. Tuttavia ogni gravidanza, quella che
segue a un atto d’amore come quella che deriva da uno stupro,
diventa un fatto morale nel momento della scelta di dire sì o no
alla prospettiva della maternità.
Una donna è persona umana se può trascendere la sua
determinazione biologica, con l’accettazione o il rifiuto del suo
diventare madre-per-l’altro. L’umanizzazione del dato
biologico, attraverso l’elaborazione culturale del proprio
processo e vissuto corporeo, trasforma in soggetto morale. È al
momento della consapevolezza della gravidanza che il sí ed il no
si fronteggiano con la stessa dignità morale.
Dire liberamente sì – e accettare la maternità
– dà valore positivo anche a tutto ciò che viene
prima (persino a una gravidanza seguente a uno stupro), ma non ogni
sì corrisponde a una azione buona.
Dire liberamente di no, cancella il valore di tutto ciò che
c’è stato prima, e può anche corrispondere
all’azione moralmente buona che restaura un male precedente.
L’aborto volontario scelto con “piena avvertenza e
deliberata volontà” può essere un bene morale.
Dunque l’aborto non va inteso come sconfitta: semmai può
restaurare la verità morale della donna di fronte alla
sopraffazione della sua libertà di persona da parte del suo
corpo biologico.
In questo ragionamento la libertà della scelta di
maternità, alla pari di quella di abortire, non discende dalla
legge, ma vanno considerate ambedue diritti umani fondamentali,
precedenti ogni legge positiva. Si tratta di libertà che sono il
presupposto etico-relazionale della “libertà di
nascere” dell’altro che potrebbe diventare persona. Prova
ne sia che le donne, anche nelle condizioni di soggezzione più
inumane, sono spesso ugualmente capaci di rischiare la vita sia per
dare alla luce che per abortire. Non c’è legge (dalla
lapidazione al carcere) che non sia sfidata per ambedue questi motivi,
non c’è malattia o rischio mortale che impedisca a una
donna di portare a termine una gravidanza voluta, non c’è
costume tribale o patriarcale che non venga trasgredito da colei che
vuole abortire. La distinzione etica tra questi comportamenti non si
pone tra maternità e aborto, nel grado di assunzione della
responsabilità verso la propria capacità di dare la vita,
qualsiasi sia la decisione.
Mi piacerebbe cavarmela più a buon mercato, invocando le
condizioni sociali o le contingenze della vita, per lasciare
l’aborto nel limbo del giustificazionismo di una colpa morale
grave ma socialmente tollerabile. Non posso farlo. Esso corrisponde al
peso della libertà e della responsabilità morale tipica
della donna-persona nei confronti della propria capacità di
mettere al mondo.
Perciò, sul piano pratico, il primo punto della moratoria
dovrebbe riguardare la cancellazione completa, dalla legge 194 del
1978, di ogni ombra di vincolo al diritto morale di scelta da parte
della donna. Potremmo fermarci qui, come sembra suggerire parte della
filosofia femminista, conseguente con la distinzione tra diritti umani
e legge positiva? Non sarei d’accordo, perché
storicamente, in assenza di leggi, il corpo femminile è ancora
troppo spesso regolato dai costumi e dai rapporti di potere della vita
privata, con non grande giustizia per le donne. Ci occorrono buone
leggi, o almeno leggi sufficientemente provate dal confronto tra tutte
le “voci” attive nello spazio pubblico, ed ancorate alle
esperienze di soggetti riflessivi. Anche l’aborto non è
sempre una scelta di libertà. Gli aborti imposti, indotti da
condizioni economiche e relazionali non umane, o dovuti alla negazione
di mezzi contraccettivi, vanno ascritti ai delitti di femminicidio o di
tentato femminicidio, così come le maternità imposte in
qualsiasi maniera, e quelle non sostenute moralmente e materialmente.
Perciò pretendiamo buone leggi.
La legge 194 del 1978 lo è da diversi punti di vista, anche se
non si tratta di una legge “leggera” per la donna: un testo
che pare scritto apposta per esporla al sospetto di non essere in grado
di esprimere chiaramente la propria autonomia morale. Ad esempio il
riferimento alla tutela della “vita umana nascente” appare
ambiguamente rivolto sia a sostenere la rimozione delle cause
dell’aborto non realmente voluto o imposto sia a tener aperto il
conflitto tra la libertà morale della madre ed un ipotetico pari
diritto alla vita da parte dell’ovulo fecondato. Tuttavia,
praticamente, la legge risulta fondamentalmente saggia sia nel fissare
il termine di novanta giorni per l’intervento precoce che nel
porre diversi vincoli e un limite non temporale, bensì di
“possibilità di vita autonoma del feto”, per i casi
dell’aborto terapeutico. Su questo secondo tipo di intervento
è aperta da tempo la discussione tra i sanitari (ostetrici e
neonatologi in particolare). Il loro dibattito va approfondito senza
strumentalizzazioni e senza inventarsi contrapposizioni tra assassine e
sante. La centralità della libertà femminile deve essere
intesa come limite invalicabile dalle intrusioni dei medici, degli
psicologi e dei moralisti nei confronti della coscienza personale della
donna e, nella sfera pubblica, deve prevenire il ritorno
all’antico conflitto tra la vita della madre e quella del
nascituro.
I consultori sono pensati in questi termini: come ambito delle
relazioni di ascolto che accompagnano le scelte procreative, come
spazio informativo sulla contraccezione (su tutti i suoi mezzi ed i
loro effetti), ed anche di orientamento per le/gli adolescenti. Le
prime riflessioni sui contraccettivi “naturali” sono giunte
in Italia attraverso “Noi ed il nostro corpo”, libro
prodotto da un collettivo femminista di Boston, veicolato dalle prime
esperienze nostrane di self-help, in un contesto di attenzione critica
verso i saperi medici e le strutture sanitarie, che sarebbe opportuno
riattivare. Oggi i consultori dovrebbero essere rivalutati come ambito
ideologicamente neutro (cioè moralmente non intrusivo) e posti
al centro della rete dei servizi pubblici e privati di sostegno alle
scelte sessuali, procreative e genitoriali della donna e delle coppie.
Chi considera l’aborto un omicidio (e dunque la donna una
potenziale assassina) dovrebbe sospendere questa sua convinzione nella
relazione d’aiuto, poiché si tratta obiettivamente di un
pre-giudizio negativo nei confronti della persona che si intende
sostenere. Inoltre dovrebbero far parte della rete dei servizi attorno
ai consultori anche le associazioni femministe, convinte del valore
dell’autodeterminazione e portatrici di un approccio critico
verso la sanitarizzazione della sessualità e della
maternità. Una rete culturalmente plurale implica
un’attenzione al pluralismo morale delle persone che vi si
rivolgono, e perciò dovrebbe escludere stili comunicativi di
tipo propagandistico cosi’ come atteggiamenti
ideologico-autoritari: di questo deve farsi garante il consultorio
pubblico. Tuttavia nel nostro Paese, per la mia prospettiva di
moratoria degli aborti non-scelta, mancano soprattutto l’ascolto
degli adolescenti rispetto alle loro dinamiche affettive e sessuali ed
il lavoro transculturale con le donne immigrate. Non è un caso
che proprio le ricerche sulla violenza sulle donne mettano in luce, da
parte degli operatori sociali e sanitari, la crescita di una domanda di
formazione professionale transdisciplinare per far fronte ai conflitti
interpersonali nella crescita affettiva e per sostenere le immigrate
nei loro percorsi di emancipazione nella e dalla famiglia, attraverso
scelte di maternità consapevole, conoscenza del proprio corpo,
informazione contraccettiva, sostegno per le maternità
socialmente difficili. A trent’anni dalla legge 194, non abbiamo
sbagliato per eccesso di credito verso la libertà femminile.
Forse c’è stata una presa di distanza supponente dalle
domande delle donne: per un eccesso di “ricette” tecniche e
di strumentali contrapposizioni ideologiche. La negazione materiale e
morale delle maternità desiderate, e l’aborto non-scelta,
si collocano nello stesso contesto.
Questi sono i problemi da affrontare. Nel Pd non può risolverli
un Manifesto dei valori: un documento di partito non può creare
sintesi tra visioni del nascere e del morire giustamente antitetiche.
Occorre produrre diversi “forti” documenti che sostengano
le differenti visioni, per un dibattito aperto che diventi, col tempo
necessario, carne e sangue del modo di confrontarsi in un soggetto
politico nuovo.
*Deputata del gruppo Pd-l’Ulivo, presidente della commissione Politiche dell’Unione europea
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