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328 - 25.09.07


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“Mai di un solo partito, sempre di una sola causa”

Giorgio Napolitano


Pubblichiamo l’introduzione del libro “Altiero Spinelli e l’Europa” (Il Mulino, 2007) che raccoglie una serie di interventi e discorsi pubblici in cui il Presidente della Repubblica italiana ricorda ed omaggia il pensiero e l’attività politica di uno dei padri dell’Unione europea.


Altiero Spinelli è stato un grande visionario. Oggi è perfino difficile capire come sia stato possibile che, dopo tanti anni di carcere e infine di confino, mentre si trovava nell’isola di Ventotene, tagliato fuori dal resto del mondo, abbia potuto guardare tanto lontano, e concepire qualcosa di così radicalmente nuovo.
C’erano dei precedenti, correnti federaliste, o grandi occasioni in cui si era fatto appello all’Europa unita, ma tutto questo non aveva molto a che vedere con possibilità di realizzazione concreta. Invece Altiero Spinelli pensò a tracciare, insieme con i suoi compagni di prigionia Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, le linee di una costruzione possibile sul piano politico, nel rapporto tra gli Stati, tra quegli Stati nazionali che lui vedeva come corresponsabili di una guerra che stava devastando l’Europa. Alla radice di essa erano stati gli antagonismi tra gli Stati nazionali, le conflittualità di carattere economico, le conflittualità di carattere politico e, infine, la terribile tentazione del ricorso alle armi per regolare ogni questione. Erano state precisamente queste forme di sovranità nazionale esasperata a determinare la grande rottura, e per due volte nel corso del XX secolo, con la Prima e la Seconda guerra mondiale, che diventarono mondiali dopo aver preso però avvio in Europa, dopo essere scoppiate nel cuore dell’Europa, essenzialmente tra Francia e Germania.

Altiero Spinelli capì che soltanto se si fosse messo un limite alle sovranità nazionali, soltanto se si fosse cercato di costruire qualcosa di diverso da una semplice alleanza tra Stati sovrani, soltanto se si fosse trovato il modo di mettere insieme delle sovranità, delle funzioni, dei poteri, per esercitarli a livello sovranazionale, si sarebbero potute superare le contraddizioni ed evitare le sciagure del passato.

Ed ecco che Spinelli, in quella piccola isola, scrive il suo Manifesto. Poi deve ancora passare qualche anno prima che cada il fascismo, prima che finisca in tutta Europa la guerra – sono gli anni tra il ’41 e il ’45 – e quando ritorna libero, già nel ’43, dopo la caduta del fascismo in Italia, Spinelli si presenta forte di questa sua grande idea. Quando lasciò il confino e tornò libero, egli dice che arrivava di nuovo, sul suolo dell’Italia, solo: era solo, non aveva alle spalle un partito, si sarebbe cimentato con questo grandissimo compito e obiettivo della costruzione di un’Europa unita senza avere delle forze organizzate dietro di sé. E, in effetti, egli non fu mai un uomo di un solo partito, fu l’uomo di una sola causa. Per l’Europa unita egli cercò ogni sorta di possibili collaborazioni, convergenze anche tra forze molto diverse, e si può dire che egli sia stato davvero il maggior profeta dell’idea europea.

Naturalmente non bastano i profeti, ci vogliono anche gli uomini di Stato. In Italia possiamo dire che abbiamo avuto questo stranissimo, singolarissimo unirsi di due uomini profondamente diversi, e cioè Altero Spinelli e Alcide De Gasperi. Il primo era il profeta, l’animatore, il combattente, anche su posizioni molto avanzate, decisamente federaliste; il secondo era l’uomo di Stato che credeva anche lui in questo destino europeo, e cercava poi di costruirlo con tutti i mezzi della politica e della diplomazia.

L’accordo tra i due si ebbe su un punto molto importante. Quando fu elaborato il Trattato che avrebbe dovuto istituire una Comunità europea di difesa, proprio all’inizio degli anni ’50, più o meno contemporaneamente alla creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, Spinelli propose a De Gasperi, e De Gasperi propose agli altri cinque capi di governo, di inserire in quel Trattato un articolo, l’art. 38, che prevedeva che si desse vita a un’Assemblea politica comune, a una vera e propria comunità politica. E nel 1953, da parte di un comitato presieduto dal belga Paul-Henri Spaak, venne scritta quella che fu la prima idea di Costituzione europea, che avrebbe dovuto accompagnare una struttura per la difesa comune. Quel Trattato, quindi, non ebbe solo essenzialmente un contenuto militare, ebbe un contenuto politico.

I tempi probabilmente non erano maturi per un passo così coraggioso, e quell’art. 38 scritto da Spinelli per De Gasperi restò parte di un Trattato poi bocciato dal voto dell’Assemblea Nazionale francese. E si dovette prendere un’altra strada, si dovette prendere la strada dell’integrazione economica del mercato comune, non immediatamente la strada dell’unione politica.

Il passo determinante si ebbe con la Conferenza di Messina, che fu a suo modo geniale. Con la Conferenza si prese atto molto realisticamente del fatto che la porta dell’unione politica, della comunità politica, era chiusa e sarebbe rimasta chiusa chissà per quanto tempo. Quindi, bisognava aprire un’altra strada, della quale si erano poste le premesse con la Comunità del carbone e dell’acciaio e, innanzitutto, con la “Dichiarazione di Schuman” del 9 maggio del 1950. Lì si era parlato abbastanza consapevolmente dell’Europa che si sarebbe potuto costruire: avrebbe potuto nascere non in un solo colpo, ma da solidarietà di fatto e, soprattutto, da avvicinamenti tra le economie, tra le politiche economiche dei paesi che avessero aderito; quindi si sarebbe andati a mano a mano verso una fusione degli interessi e una fusione delle sovranità in campo economico. L’idea geniale della Conferenza di Messina fu di ripartire da quel punto, di ripartire, tutto sommato, dalla impostazione della “Dichiarazione di Schuman” e di tradurla concretamente in un’entità istituzionale nuova, che furono appunto le Comunità, essenzialmente la Comunità economica europea, poi battezzata Mercato comune. E l’Italia ebbe un ruolo importante, credette molto a questa prospettiva, a questa scelta, che si tradusse nei Trattati che furono suggellati a Roma precisamente il 25 marzo 1957.

Oggi, dell’Unione europea non si può dire che sia una Stato, nemmeno federale, anche perché sono state molte le resistenze ad andare conseguentemente avanti sulla via del federalismo. Ma l’Unione europea non è nemmeno un’alleanza tradizionale, e quindi non ha nulla a che vedere con la Nato, né d’altra parte con le Nazioni Unite, nello stesso tempo non è nemmeno identificabile con una somma di Stati nazionali. L’Unione è qualcosa di assolutamente nuovo, un nuovo genus. Bisogna capire che ci sono dei momenti in cui la storia crea qualcosa di nuovo, qualcosa che non si può ricondurre a nessun modello (e credo che sarà così anche nel futuro).

Quello che rimane essenziale è la motivazione, di fondo posta a base della costruzione europea, e che si esplicò subito in un quadro di valori che rimangono ancora oggi irrinunciabili. Si può forse dire a distanza di cinquant’anni o poco più che non è un valore la pace? La pace è stata, se vogliamo, il primo obiettivo della comunità europea, già con la Comunità del carbone e dell’acciaio: rimuovere nel cuore dell’Europa le condizione della guerra, riconciliare Francia e Germania; e in questo modo, allargandosi poi via via l’Europa da 6 paesi a 9, a 12, a 15, si è veramente creata una garanzia di pace. Dopo che è caduto il Muro di Berlino, l’unificazione del continente si è realizzata precisamente nella pace: fin dal 1950, come diceva Jean Monnet, “pace” era le mot maître, era la parola-chiave. Oggi non c’è più una particolare condizione di allarme per la pace in Europa, ma ai confini dell’Europa sappiamo quali violazioni della pace e della sicurezza internazionale si producano. È quindi missione dell’Europa, e per essa dell’Unione europea, non solo preservare la pace al suo interno, ma contribuire alla costruzione della pace fuori dai suoi confini, anche molto lontano dai suoi confini.

Insieme con la pace, naturalmente, la democrazia e la libertà. Libertà e solidarietà sono un binomio inscindibile nella storia dell’Europa unita, anche quando si parla di economia liberale o di economia di mercato. Non a caso, quando si è scritto il Trattato costituzionale, poi firmato a Roma nell’ottobre del 2004, si è usata l’espressione “economia sociale di mercato”. L’economia di mercato è stata quindi vincolata a una sensibilità sociale e a un impegno di solidarietà che resta di enorme attualità, oggi non meno di ieri.

Se si rilegge oggi il Manifesto di Ventotene lo si trova di una modernità straordinaria. Non è vero che quel Manifesto rappresenti il progetto di un superstato centralizzato, come è stato detto di recente da tutti i nemici del Trattato costituzionale. Se si rilegge Altero Spinelli si vede che egli, che parlava di un’Europa federale, pensava soltanto a dare ad essa, allo Stato federale europeo, alcuni poteri: quelli che, lasciati nelle mani degli Stati nazionali, avevano prodotto conflitti e disastri. Quello era dunque un progetto di edificazione. Di una entità completamente nuova.

Spinelli aveva pensato anche a una Assemblea Costituente europea. Questo obiettivo non fu mai raggiunto, ma Spinelli si batté poi fino in fondo affinché il Parlamento europeo non fosse più composto di delegazioni designate dai Parlamenti nazionali, ma fosse eletto direttamente dai cittadini. Quando questo avvenne per la prima volta, nel 1979, Altero Spinelli disse: “Forse in questo giorno è nato il popolo europeo!”. E va riaffermato che il Parlamento europeo, eletto dai cittadini, ha quindi la stessa legittimità democratica di qualsiasi altro Parlamento. Ancora in anni recenti, soprattutto da parte inglese, si è sostenuto che la sola rappresentanza democratica pienamente legittimata sia quella dei Parlamenti nazionali e dei governi nazionali: questo è falso e inaccettabile. La legittimità democratica del Parlamento europeo rappresenta invece proprio la base per una sempre maggiore partecipazione democratica, per una sempre maggiore riconoscibilità democratica dell’Europa unita.

 

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