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328 - 25.09.07


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L’antipolitica? Una scusa
di chi non vuol cambiare

Guido Martinotti


Caro Direttore,
vorrei commentare il resoconto del meeting organizzato da Beppe Grillo, su l’Unità di domenica (il giornale non pubblica lunghi commenti), uno dei migliori e più equilibrati. Eppure anche lì nel sottotitolo si parla di “show contro i partiti e la politica”, una definizione che ritengo errata per ragioni teoriche e di opportunità. La critica di Grillo ai partiti è “politica” (cos’altro sarebbe?) e lo show non è “contro la politica”, e lo stesso Grillo rivendica, a mio avviso legittimamente, il carattere politico della sua azione. La riprova è che, al di là delle chiassate, l’azione di Grillo è quanto di più in linea con gli strumenti tradizionali della politica si possa pensare e, cioè, una proposta di legge.

Per millenni, da Platone a Mannheim, i filosofi si sono sgolati nello spiegarci che la natura della politica è la sua generalità e che non c’è una definizione specifica della “politica”: anche l’antipolitica è una azione politica. Solo il pubblico credulone di Berlusconi e dei suoi accoliti può credere che l’antipolitica possa sostituire la politica. Non cadiamo nella stessa trappola. La politica prende le forme che vuole e può, e se le forme non piacciono (ma poi perché?) la colpa non è di Grillo, ma di chi gli lascia quello spazio. La richiesta principale di Grillo (non condivido le sue proposte sui meccanismi elettivi) è sacrosanta: chi è condannato non deve poter stare in Parlamento, non solo per una ragione ideale, ma perché continuerebbe a fare guai utilizzando il potere di rappresentante del popolo. Guardate il desolante spettacolo della politica come la intende Mele, quale emerge dall’articolo su L’Espresso di questa settimana.
Ma davvero è qualunquismo quello di chi si sente stomacato da quel modo di usare le prerogative della politica, che purtroppo sembra essere assai diffuso?

Oltre a quelle teoriche e di merito, vi sono poi solide ragioni di opportunità per non gettare su Grillo la croce dell’antipolitica. Grillo e il successo di un libro come La casta, sono segni dell’aspirazione a una politica diversa, non di un rifiuto della politica. È un errore grave confondere le due cose, invece di cogliere segni da leggere e da prendere sul serio.

Chi si ricorda dello sdegno e dei fischi ai politici durante l’alluvione del 1966? Chi si ricorda delle manifestazioni dei situazionisti nel 1967? Venivano fatte passare come mattane, ma durante il soccorso alle popolazioni alluvionate e in quelle manifestazioni si stava formando una nuova generazione politica, che è poi quella che governa oggi. Io credo che stia avvenendo anche oggi qualcosa del genere: la formazione alla politica si fa di più nelle piazze con Beppe Grillo che nei dibattiti ai Festival de l’Unità, basta vedere l’età dei partecipanti.

Non vi è dubbio che il sistema italiano sia soffocato da un carapace di norme, leggi, pratiche politiche, interessi costituiti, che costituisce in termini genuinamente marxiani una sovrastruttura che non è più in grado di governare in modo soddisfacente i mutamenti sociali. Berlusconi ha proposto e propone una soluzione che passa attraverso l’imbambolamento dell’elettorato a furia di promesse mirabolanti, sostenute da un apparato di propaganda formidabile. La sinistra deve rispondere: quella del Pd è una buona mossa sul piano del gioco politico tradizionale, tanto è vero che ha sparigliato tutte le carte del centro destra. Non vedo però ancora i segni di una proposta di riformismo radicale capace di fare i conti alla pari con la politica alla Beppe Grillo.

 

 

 

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