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327 - agosto 2007


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“Lo vedo nascere così:
smidollato e scriteriato”

Gianfranco Pasquino
con Elisabetta Ambrosi *


“Nasce un partito senza precedenti, senza modelli, senza criteri: smidollato e scriteriato. Eppure il modello c’era, c’è: il Parti Socialiste di François Mitterrand”. Gianfranco Pasquino, politologo bolognese, non è tenero verso il neopartito democratico definito senza mezzi termini “oligarchico”. Né tanto meno verso il suo quasi certo leader (“Avrebbe fatto meglio a dire subito: “Grazie, grazie della proposta di candidatura, ma non così”). Prudentemente, invita a tenere basse le aspettative per il 14 ottobre: “Aspettiamoci un plebiscito che la stampa amica esalterà come un trionfo (di che cosa?). Poi, prepariamoci anche ad una crisi di governo: il leader del partito, anche se non deliberatamente, finisce sicuramente per minare l’autorità del capo del governo. Il resto lo faranno i ‘coraggiosi’ del Manifesto insieme a Follini, en attendant Casini”.

Professore, cosa pensa della decisione che prevede la possibilità di più liste che appoggino lo stesso candidato?

Non vedo problemi perché il guaio non abita lì. Ovvero, la pluralità delle liste, se sarà davvero espressione di una pluralità di posizioni e non una furbata cosmetica, sarebbe/sarà un fatto positivo. Il problema abitava, invece, nella possibilità di consentire l’espressione di un doppio voto: per la lista e per il candidato, separatamente. Sembra, purtroppo, che il regolamento non lo consenta. Non appena si affaccia una qualche praticabile modalità attraverso la quale gli elettori riuscirebbero ad esercitare vero potere politico non previamente incanalato in stretti binari, oplà, i dirigenti intelligentissimi e i saggi di loro riferimento tagliano, sopiscono, potano, impediscono e, poi, naturalmente, giustificano. La solita vecchia paura della democrazia; meglio, il vizietto della democrazia guidata.

Timore della competizione aperta.

Questo è in complesso il segnale, francamente deprimente. Quanto al pluralismo, per comprimerlo ed eliminarlo hanno fatto del loro meglio Fassino, che se ne vanta; lo stesso Veltroni, che se ne giova; il sedicente “combattente” Bersani, che si ritira sveltamente; il pensoso Letta; l’arrembante Parisi; e così via. Meglio concorrere e perdere oppure fare il gran rifiuto e venire poi premiati e cooptati? La seconda che ho scritto. Sempre. Per fortuna che Rosy Bindi si è candidata aprendo la strada anche ad altre candidature. Quanto a Parisi avrebbe fatto meglio a scendere in campo anche lui, girando il paese reale, argomentando e contandosi. Magari giungendo a dimostrare per esteso che non siamo di fronte a una competizione vera e aperta, ma a un preconfezionato procedimento di investitura dall’alto e di sollecitazione di consenso plebiscitario dal basso. Poiché avevo previsto e stigmatizzato tutto questo, ho vinto un premio? E non sarebbe il caso di chiedere qualche autocritica agli intellettuali di riferimento del Pd, non li menziono perché non se lo meritano, che mi sembrano tutti dei grandi giustificazionisti? E chi l’ha detto o scritto che deve anche esserci un vice-segretario? E lo si voterà insieme o separatamente dal candidato segretario?

Un commento sulla mancata partecipazione di Bersani (e di altri diessini)?

Una straordinaria, monumentale, gigantesca, tristissima sconfitta ammantata di belle parole. Ma come si fa a costruire un “partito di combattimento” se chi lo vuole, ovvero Bersani, rinuncia da subito, dopo una lunga telefonata con il “suo” segretario, a combattere “per non dividere il partito che, comunque, dovrebbe scomporsi e sparire? Anzi, dovrebbe già essere stato sciolto (raccontatelo ai dirigenti locali che si posizionano alacremente). Misteri non proprio gloriosi per una partito che avrebbe anche l’impudenza di autodefinirsi “democratico”. In che senso, di grazia, “democratico” soltanto per sottrazione, ovvero perché non “social”-democratico? Certamente, il Pd non merita l’aggettivo né per le sue regole né le sue procedure né per quel che fa vedere nel suo percorso di avvicinamento a qualcosa di, temo, deliberatamente, indefinito.

Un giudizio sulle quote rosa. “Finalmente!” Oppure: “Decisione
sbagliata?”.

Riconosco ai partiti, ai loro dirigenti e ai loro iscritti, anche al femminile, peraltro raramente interpellati in modo libero, tutta la discrezionalità che vogliono nel decidere chi candidare, come, quando. Le quote rose, in questo senso, non mi scandalizzano, ma neppure mi esaltano. Spetterà poi alle “quotate”, primo, dimostrare di essere totalmente indipendenti dai loro politici maschi di riferimento; secondo, di avere la capacità e la competenza per stare al loro posto (a scanso di equivoci, lo stesso ragionamento vale per le quote “azzurre” che non danno quasi mai buona prova di autonomia); terzo, che esiste un modo diverso delle donne di stare in politica, di fare politica, di esporsi e di innovare. Per inciso, fino ad ora non l’ho neppure intravisto. Attendo, ovviamente senza farmi illusione alcuna.

Che tipo di modello di partito sta nascendo e con quali
caratteristiche?

Nasce un partito senza precedenti, senza modelli, senza criteri: smidollato e scriteriato. Il modello c’era, c’è: il Parti Socialiste di François Mitterrand, ma quello era e rimane un moderno partito socialista. Nacque felicemente, combinando politici e esponenti della società civile, con una virtuosa commistione anche di culture politiche, compresa quella cattolica, facendo leva su punti di forza, sfruttando le opportunità istituzionali: doppio turno e semipresidenzialismo. In Italia, invece, nulla di tutto questo. Come è arcinoto, sappiamo fare molto meglio della Francia: sistema elettorale, forma di governo, leadership… Ovvio che questa è una amara constatazione sugli “anomalisti” italiani che dichiarano a ogni pié sospinto che l’Italia è stata, è e rimane un’anomalia positiva. Figurarsi, adesso il Partito democratico cambierà anche la politica in Europa (sta scritto nell’altrimenti banale, noiosetto, presuntuoso, ma non ancora abrogato “Manifesto dei Valori” che, incidentalmente, chi andrà a votare il 14 ottobre accetterà automaticamente, volente o nolente. Per quel che conta, al momento, sono personalmente molto nolente). Le caratteristiche organizzative del Pd saranno rappresentate da sovrapposizioni di vecchi spezzoni di partito ex-comunista e di partito ex-democristiano, aggregazioni correntizie, reti personalistiche e clientelari. Questa è la svolta epocale nel mondo globale che, tutti, a cominciare dagli europei, ci invidieranno? Magari no. Sarebbe di gran lunga preferibile lasciare che crescano almeno 475 fiori, ovvero organismi, a loro tempo definiti “convenzioni”, nei collegi uninominali del Mattarellum, dove le parlamentari elette e, eventualmente, le loro sfidanti, tutte (notato il femminile?), ovviamente residenti nei collegi, si confrontino con le associazioni di cittadini. Questa sarebbe una bella ed efficace modalità organizzativa. La parola a Veltroni che, peraltro, non è proprio famoso per essere uomo di organizzazione e i cui solenni pronunciamenti programmatici, sociali e istituzionali, non hanno neppure sfiorato il problema della natura e della struttura del prossimo partito.

La centralità del leader è una forza oppure segnala un “deficit”
democratico?

La centralità del leader è un elemento di forza a due condizioni: primo, che il leader voglia davvero utilizzare la sua centralità, personale, politica, istituzionale; secondo, che il leader sappia circondarsi di autorevoli consiglieri in grado di dirgli: “No, sbagli; bisogna, piuttosto, fare in quest’altro modo”. La centralità del leader finirà per essere un grande elemento di disturbo se il leader del Partito Democratico non diventerà molto rapidamente anche il capo del governo (o dell’opposizione). Saranno, però, non soltanto gli elementi personali del leader a dire come andrà la faccenda, ma le regole del gioco elettorale e istituzionale, tutte, come sappiamo da tempo, da riformare a fondo e sulle quali le maggioranze interne ai due partiti contraenti e i loro ministri responsabili non stanno dando la migliore prova di sé oppure, forse, sì: danno il massimo che, concretamente, rivela che non è vero che sono realisti, ma sanno pochissimo.

Che cosa ci dobbiamo aspettare per il 14 ottobre?

Tenere le aspettative basse anche se molto dipenderà dalla campagna d’autunno. Aspettiamoci poco, poco più di un plebiscito che la stampa amica esalterà come un trionfo (di che cosa?). Poi, prepariamoci anche ad una crisi di governo: il leader del partito, anche se non deliberatamente, mina l’autorità del capo del governo. Il resto lo faranno i “coraggiosi” del Manifesto insieme a Follini, en attendant Casini.

Quanto pesano ancora i partiti sul Pd e perché?

Ds e Margherita sono i soci fondatori del Pd che continueranno, con il loro persino troppo sperimentato personale politico, con le loro specifiche “caste”, a guidarlo, fra scaramucce e spartizioni. Qualche volta, in un empito di generosità, coopteranno qualcuno che, specialmente se giovane, sarà molto riconoscente, molto ossequioso, molto obbediente. Ds e Margherita pesano e contano perché la mitica società civile italiana e il leggendario popolo delle primarie sono, da un lato, deboli e interessati ad obiettivi che non sanno delineare con precisione, dall’altro, non sono né capaci né, ancor meno, disposti ad ingaggiare un vero confronto dialettico con i dirigenti di partito e diventano facili prede di incomprensibili entusiasmi. Di nuovo, nulla di comparabile all’esperimento mitterrandiano.

Condivide, a questo proposito, il referendum “anti-partiti”? E per quale tipo di sistema elettorale dovrebbe battersi il Partito democratico?

Credo che il Pd dovrebbe essere a favore del referendum elettorale poiché il suo esito concreto sarebbe comunque preferibile al porcellum, e anche perché i suoi parlamentari non sono comunque in grado di fare una legge decente. Per fortuna, il Presidente della Repubblica Napolitano li obbligherà a non stravolgere l’esito di un referendum che potrebbe, peraltro, anche non tenersi se ci saranno elezioni politiche anticipate che presuppongono comunque, come Napolitano ha dichiarato “alto e forte”, una nuova legge elettorale. Il Pd e altri dovrebbero optare per un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali quasi alla francese, ovvero, variazione da me suggerita (e forse anche da Sartori): possono passare al secondo turno in ciascun collegio i primi quattro candidati. Su questa materia Rutelli e Fassino sono abbastanza inaffidabili e non particolarmente competenti. In più, non vogliono imparare niente e non hanno un’idea precisa di quale sistema politico desiderano, tranne che restare al governo e, magari, diventare loro, se non è già troppo tardi, capi di governo. Il sistema elettorale tedesco, che, in Germania, si accompagna all’elezione del Cancelliere da parte del Bundestag, al voto di sfiducia costruttivo e al forte Bundesrat ad elezione indiretta, favorisce sicuramente una convergenza al centro. Non sarà mica un caso che, dal novembre 2005, in Germania governa una Grande Coalizione? Nec plus ultra.

Di che cosa avrebbe bisogno il paese? Ci dica cinque priorità per il Partito democratico.

1)Trovare, promuovere, consentire che si esprimano e si affermino donne e uomini che hanno competenze maturate fuori dalla politica e che vogliono misurarle con la politica per un periodo di tempo definito;
2) Fare pagare a tutti (le tasse) per pagarne tutti meno;
3) Investire nell’istruzione e premiare e punire i docenti a tutti i livelli;
4) Perseguire tenacemente e intelligentemente le eguaglianze (al plurale) di opportunità e intervenire sostenendo e riqualificando;
5) Prendere atto che il Partito democratico nella versione “fusione di oligarchie” è fallito e che è opportuno ricominciare subito per dare vita in tempi molto brevi e sul territorio ad un moderno partito decentrato e federato, laico e socialdemocratico, composto da iscritti/e che contano in prima persona.

* Questa intervista è stata realizzata il 30 luglio 2007

 

 

 

 

 

 

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