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326 - 07.08.07


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Turchia al voto: la quiete
prima e dopo la tempesta

Marta Federica Ottaviani


Fine di un’isteria collettiva. Domenica alle 18, quando i seggi si sono chiusi e l’Alta commissione elettorale non aveva ancora sciolto il silenzio durato tutto il fine settimana, probabilmente qualcuno in Turchia ha tirato un sospiro di sollievo. È stata una campagna elettorale infuocata, dove tutti i partiti, l’Akp in testa, hanno speso cifre da capogiro per la Turchia, per mettere in campo una strategia di comunicazione vincente e dove sono volate promesse di ogni tipo e parole grosse fra i leader dei vari schieramenti.

Tutto il paese era già sotto pressione da tempo, per la precisione dall’inizio di aprile, quando sono apparse sui giornali le prime polemiche riguardanti il candidato alla Presidenza della Repubblica e che in maggio sono finite con una crisi che, secondo molti, avrebbe potuto portare a un intervento dei militari nella vita civile del paese. Queste elezioni sono state viste da tutti come la contrapposizione di una Turchia laica e una Turchia filo islamica quando invece, a ben vedere, dalle urne sono uscite tre Turchie. Una, di gran lunga maggioritaria, che appoggia la politica del premier uscente Recep Tayyip Erdogan e del suo Akp, il Partito islamico-moderato. La seconda è la Turchia dei laici e dei moderati, vera delusione di queste elezioni, che non è riuscita ad andare oltre il 20% e dove in questi giorni si sta discutendo un cambio di leadership per recuperare consenso. La terza, vera sorpresa di queste elezioni, è stata quella rappresentata dall’ingresso in Parlamento del Partito nazionalista, organizzazione ultra-conservatrice alla quale fanno riferimento anche i Lupi Grigi e che ha leggermente ammorbidito le sue posizioni nell’ultimo decennio.

Il fine settimana elettorale è stato contrassegnato da un rigido silenzio voluto dalla procedura elettorale. Niente trasmissioni, niente exit-poll, solo qualche intervista alle persone all’uscita dei seggi. Mani legate a giornali, agenzie e televisioni, che non hanno potuto fornire nemmeno i dati sull’affluenza alle urne. Una vera e propria quiete prima e dopo la tempesta.

Quando il verdetto delle urne era ormai certo, infatti, migliaia di persone si sono riversate nelle strade delle strade della capitale, seppur per motivi diversi. I sostenitori dell’Akp per celebrare un risultato storico, i militanti del Mhp per festeggiare l’ingresso in Parlamento e gli elettori del Chp, inferociti, per protestare contro il leader del partito Deniz Baykal e chiedere le sue immediate dimissioni. La manifestazione ha rischiato di degenerare e la polizia è stata costretta ad allontanare molti con la forza.

Resta adesso da vedere che cosa il premier rieletto trionfalmente avrà intenzione di fare. Per il momento si è limitato a dire che continuerà sulla stessa strada, e ad andare dal presidente Ahmet Necdet Sezer per rassegnare le sue dimissioni, preludio al nuovo incarico. Ma, con lo stachanovismo che lo ha caratterizzato da quando divenne premier quattro anni e mezzo fa all'ultimo giorno dell'infuocata campagna elettorale, c'è da scommettere che Recep Tayyip Erdogan stia già pensando alla formazione del nuovo governo. E muovendo le prime mosse. Anche perché - sembrerà paradossale dopo una vittoria schiacciante - potrebbe avere qualche problema, soprattutto da parte della corrente più conservatrice del suo governo.

La sera della vittoria, davanti a una folla in delirio, è salito sul palco insieme con Abdullah Gül, ministro degli Esteri e secondo molti il suo delfino. Con loro anche le mogli Emine e Hayrunissa, chiaramente velate. Parlando agli elettori che lo acclamavano, Erdogan ha promesso più sicurezza e sviluppo economico, ribadito l’impegno per entrare in Europa. Ha promesso uno Stato democratico, libero e laico, poi però ha salutato tutti dicendo “Allah è il nostro amore, che Allah ci aiuti”. Il giorno dopo ad acclamarlo sono stati i mercati finanziari, con la borsa in avanti del 5% e il cambio sul dollaro ai minimi storici. Adesso Erdogan deve guidare la Turchia per altri 5 anni e in questo periodo di tempo dovrà dimostrare dove vuole portare il Paese, se più vicino all’Europa o al mondo arabo. Le sue intenzioni non le ha ancora capite nessuno.


 

 

 

 

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