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321 - 17.05.07


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Basic income, un
sostegno alla democrazia

Elisabetta Ambrosi


“Dobbiamo finalmente porre all'ordine del giorno queste questioni: come si può condurre una vita sensata anche se non si trova un lavoro? Come saranno possibili la democrazia e la libertà al di là della piena occupazione? Come potranno le persone diventare cittadini consapevoli, senza un lavoro retribuito? Abbiamo bisogno di un reddito di cittadinanza pari a circa 700 euro. Non è una provocazione, ma un’esigenza politica realistica”. Questa invocazione netta è apparsa qualche settimana fa sulle pagine di un grande quotidiano italiano. A pronunciarla non è un economista, ma un sociologo tra più attenti ai cambiamenti sociali degli ultimi anni, e soprattutto alle conseguenze, spesso drammatiche, della globalizzazione sulle vite individuali, Ulrich Beck.

Beck non si limita alla consueta e fine analisi-diagnosi delle trasformazioni sociali legate alla globalizzazione, ma propone stavolta una “terapia” per i mali che essa comporta: il reddito minimo universale. Parola dal suono straniero, in Italia, visto che del tema si occupano poche anime belle, addette ai lavori. È con la speranza di reintrodurre questo soggetto nel dibattito pubblico, quindi, che la casa editrice Bocconi ha pubblicato il volume di Philippe Van Parijs (filosofo ed economista, fondatore del Basic Income Earth Network) e Yannick Vanderbrock, Il reddito minimo (160 pp, 14 euro): volume animato dalla stessa convinzione di Beck, e cioè quella secondo cui “la politica statale in tempi di globalizzazione possa essere fatta uscire dalla difensiva e rianimata a partire dalla questione della giustizia, che è diventata il nucleo della questione politica”.

Il volume spiega con chiarezza e scientificità in che cosa consiste il basic income (“un reddito versato da una comunità politica a tutti i suoi membri, su base individuale, senza controllo delle risorse né esigenza delle contropartite”), come si differenzia dagli altri tipi di sussidi e trasferimenti, perché si tratta di una misura economicamente sostenibile, per arrivare infine a mostrare i significativi vantaggi che la sua introduzione comporterebbe alle categorie più fragili delle società globalizzate: i poveri, le donne, i lavoratori precari.

I due autori insistono molto su due temi sensibili: il primo è quello della sostenibilità economica del reddito minimo. Nel libro viene argomentata in maniera accurata la falsità di chi sostiene che si tratti di una “chimera sociale” che arricchisce chi già ha, mostrando come il sistema si possa finanziare sia con una riduzione di alcuni dei sussidi condizionali esistenti, specie quelli corporativi, sia con un aggravio fiscale dei ceti più abbienti. Il secondo tema è quello della centralità delle difficoltà culturali relative all’idea del basic income: difficoltà che, secondo gli autori, vengono prima ancora di quelle politico-fattuali. Di qui l’auspicio di un dibattito pubblico sempre più ampio, che coinvolga il maggior numero di attori sociali, portando all’introduzione prima di misure “di avvicinamento” al reddito universale (come il reddito minimo garantito), poi al basic income vero e proprio, il cui importo può essere inizialmente anche basso (ma l’importante, spiegano i due studiosi, è che esso sia davvero universale).

Innumerevoli sono le trasformazioni “concettuali” e pratiche che l’introduzione di questa misura comporterebbe: la fine di una mentalità moralistico-volontarista, che lega il reddito unicamente al lavoro, negando dignità a tutta quella fascia di popolazione che non lavora; la possibilità per tutti coloro che hanno un lavoro malpagato, incerto, umiliante di uscire dalla condizione di marginalità ed essere liberi di scegliere un lavoro migliore o accedere alla formazione; l’emancipazione, più in generale, dal giogo della necessità, che, come volumi e volumi di filosofia e psicologia hanno sottolineato, costringe l’individuo a fare scelte inautentiche e dannose; l’estinzione della ideologia “familista”, tanto in voga in questi giorni, che non considera l’individuo in sé, ma solo come parte di un gruppo, vincolando i sostegni al reddito familiare; infine l’affermazione di un universalismo etico-politico che non fa distinzioni di sesso, valori, categoria.

Van Parijs e Yannick Vanderborght ricordano nel volume come la riflessione teorica sul basic income non possa prescindere poi da un’analisi circa la sua applicabilità nei diversi contesti nazionali. Non a caso il volume è introdotto da un saggio di Chiara Saraceno, che in maniera esemplare, fa un’analisi impietosa del nostro welfare. Come si fa, si chiede la sociologa torinese, a parlare di reddito universale in un paese in cui non sono mai stati percepiti meritevoli di allocazione universale neanche i bambini, neanche coloro che si trovano in povertà? L’Italia è praticamente l’unico paese in Europa a non avere un reddito minimo e nonostante ben tre commissioni governative (tra cui l’ultima, la nota Commissione Onofri del ’97) si siano occupate del problema, nulla di nulla è stato fatto. A ostacolare il dibattito, secondo la Saraceno, non sono solo le difficoltà di bilancio, ma soprattutto limiti di tipo culturale: in primo luogo, la convinzione che le allocazioni di tipo universale siano non eque e de-responsabilizzanti; in secondo, il privilegiamento dei beni e servizi sui trasferimenti monetari, che nasconde l’idea che tutti gli altri bisogni e consumi (invero innumerevoli!) debbano essere soddisfatti da un reddito da lavoro. “Non lavorare senza essere ricchi è un destino di dipendenza economica (pensiamo alle donne) o è un lusso da pagare con la povertà. Il reddito va meritato”. Al tempo stesso, non si hanno né una allocazione universale né tuttavia allocazioni di tipo condizionale, ma, com’è noto, solo “miriade di allocazioni variamente condizionali di tipo categoriale”, da cui i non membri sono ovviamente esclusi.

Questo welfare bislacco poteva forse funzionare in una società fatta di lavoro dipendente e famiglie tradizionali, ma diventa sempre più insostenibile nel momento in cui il lavoro si precarizza e le famiglie si rompono con sempre maggiore frequenza. In questo caso saltano agli occhi le contraddizioni del nostro workfare, il welfare basato sul lavoro, dal momento che il lavoro non garantisce più un reddito adeguato ed “emerge un merito che non ha adeguato riconoscimento sul piano del reddito”. Gli entusiasti della legge Biagi non possono non ammettere, incalza la Saraceno, che la legge è stata applicata monca, e che sarebbe indispensabile come minimo la riforma degli ammortizzatori sociali. Riforma che, unita ad una allocazione universale per i minori e un reddito di base per i poveri, “sarebbe un passo, anche se non verso il reddito universale, almeno verso il reddito di partecipazione”.

La ragione forte a favore del basic income sta soprattutto qui, cioè nella sua capacità di riequilibrare i rapporti di potere asimmetrici e nel suo riconoscimento del diritto di ogni individuo ad avere una dotazione di base che consenta lo sviluppo delle capacità e sciolga i lacci della dipendenza e del destino: infatti, “non vi è piena cittadinanza se la famiglia in cui si nasce definisce il perimetro delle scelte possibili, se occorre accettare un lavoro purchessia, anche se degradante e malpagato, se non si può uscire da un matrimonio non più sostenibile, se si dipende dal giudizio o dalla disponibilità di altri nel soddisfacimento delle proprie necessità”.

Philippe Van Parijs, Yannick Vandeborght
Reddito minimo universale
Università Bocconi Editore, 2006

 

 

 

 

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