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"Una forza grande come il futuro"

Piero Fassino


Quello che segue è il testo della relazione introduttiva 4° Congresso nazionale dei Democratici di sinistra, il 19 aprile 2007 a Firenze.


Care compagne e cari compagni,
da un anno esatto l’Esecutivo guidato da Romano Prodi governa il nostro Paese, sorretto dalla maggioranza di governo di centro sinistra che ha vinto le elezioni. Nonostante una vittoria elettorale ottenuta con ristretto margine e i difficili rapporti di forza al Senato dati da una pessima legge elettorale, il centrosinistra ha dimostrato che si può dare all’Italia una guida diversa.
Abbiamo cominciato a farlo in politica estera, dove il nostro Paese ha riconquistato in questi mesi fiducia, credito e ruolo.
Ed è davvero sconcertante e inaccettabile che una vicenda drammatica come il rapimento del giornalista Mastrogiacomo sia stata piegata a pura strumentalità politica interna.
Semmai la vicenda Mastrogiacomo – e l’intera intricata questione afghana – ci dice quanto pace, sicurezza, lotta al terrorismo siano inscindibili e quanto sia indispensabile che ogni nazione assuma le sue responsabilità per contribuire ad un mondo più libero e sicuro.

Per questo al rientro dei nostri soldati dall’Irak – una guerra che ogni giorno di più si dimostra sbagliata – non è seguito alcun nostro disimpegno dai molti fronti internazionali in cui l’Italia agisce su mandato ONU e in solidale condivisione con NATO e Unione Europea.
Anzi, alla riconferma delle nostre missioni militari di pace nei Balcani e in Afghanistan, abbiamo aggiunto l’impegno in Libano, dove l’Italia guida la missione Unifil volta a scongiurare nuovi conflitti armati in Medio Oriente e a riaprire la strada a soluzioni negoziate di pace tra israeliani e palestinesi e tra Israele e gli Stati della regione.

E tutto ciò non solo non contrasta con l’art. 11 della Costituzione, ma ne è corretta applicazione, perchè quando i padri costituenti scrissero quell’articolo – all’indomani dell’orrore della guerra, dell’olocausto, dell’uso della bomba nucleare – pensavano ad un mondo libero e liberato da ogni forma di violenza, sopraffazione, sofferenza, terrore.

Un impegno che si accompagna a una politica estera dinamica su molti fronti: il difficile negoziato sullo status del Kossovo, la crisi iraniana e lo stesso scenario afghano.
L’iniziativa per una nuova stagione di disarmo, in primo luogo nucleare, e per la messa al bando della pena di morte e l’immediata sospensione delle sentenze in attesa di esecuzione.

Impegni tutti che il nostro Paese sta perseguendo in coerenza con le responsabilità che ci derivano dall’essere membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e con la costante ricerca di coesione nell’Unione Europea e di intesa leale e solidale con gli Stati Uniti.

Allo stesso modo, con questo Governo l’Italia è tornata ad avere voce in Europa, proprio quando è in atto uno sforzo comune per dare all’Unione Europea istituzioni riformate, condizione per gestire nuovi allargamenti – la Croazia, i Balcani e, domani, la Turchia – e per far avanzare crescenti livelli di integrazione in campo economico, sociale e dei diritti di cittadinanza.

Ma è soprattutto in campo economico e sociale che si è visto un significativo cambio di passo.

Nel 2007 il deficit di bilancio si attesterà intorno al 2,5% o anche meno.
La crescita del PIL, per la prima volta dopo anni, supererà il 2%.

Esportazioni e competitività del sistema tornano a crescere.
Il grado di internazionalizzazione delle imprese aumenta, mentre il progressivo e costante consolidarsi della ripresa Fiat, la nascita di nuovi
più grandi poli bancari e le recenti acquisizioni internazionali di Enel e Eni testimoniano di una nuova vitalità del sistema Italia.

Imprese grandi, medie e piccole che in questi anni hanno saputo misurarsi con le sfide del mercato, si sono ristrutturate e oggi tornano a essere competitive e forti.

Un patrimonio straordinario di capacità imprenditoriale, di saper fare, di innovazione che il Paese intero deve essere in grado di riconoscere e di sostenere.

Perché nella cultura d’impresa ci sono quei fattori di innovazione e dinamicità di cui l’Italia ha straordinario bisogno.

Certo, non ci sfugge che tutto ciò è stato agevolato da una più favorevole congiuntura internazionale.
Ma non può sfuggire neanche il contributo che viene da un’azione di governo attenta a cogliere tutte le opportunità che i mercati offrono, mettendo a disposizione del sistema produttivo quegli strumenti – dalla riduzione del cuneo fiscale alle liberalizzazioni, dai nuovi indirizzi di politica industriale a una nuova politica energetica – che consentano alle imprese un più alto e forte livello di competitività.

E anche sul piano sociale spira un vento nuovo nel Paese.
La Finanziaria ha dato il segno di un Governo che vuole restituire ai cittadini e alle famiglie maggiori certezze di vita quotidiana.
La rimodulazione di assegni familiari e detrazioni fiscali a favore dei redditi meno abbienti e delle famiglie con figli, il piano pluriennale per gli asili nido, il Fondo nazionale per le persone non autosufficienti, il Fondo per l’integrazione dei cittadini non-comunitari, il rifinanziamento delle leggi per il welfare locale: sono tutte scelte che indicano una direzione di marcia nuova, volta a riformare lo stato sociale non riducendone le prestazioni, ma disegnando una nuova gerarchia di priorità su cui investire.

Così come di fronte al dramma delle morti bianche, alla piaga del lavoro sommerso e nero, ai rischi della precarietà giovanile si sono avviate prime misure volte a restituire dignità e sicurezza al lavoro, mentre si sta predisponendo la riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali da portare al confronto con le parti sociali.

Sul cruciale tema dei diritti della persona, con spirito civile e laico vogliamo affrontare questioni – l’accanimento terapeutico, il testamento biologico, la ricerca sulle staminali e sulla genetica umana – della cui delicatezza siamo ben consapevoli e che proprio per questo richiedono non contrapposizioni ideologiche, ma ascolto, dialogo, confronto nella ricerca di soluzioni condivise, praticabili e non laceranti per la società.

E’ lo spirito con cui abbiamo avanzato la proposta di legge sui DICO che – senza contraddire l’art.29 della Costituzione e il ruolo centrale della famiglia fondata sul matrimonio – consente maggiore serenità e rispetto a chi ha scelto una convivenza di fatto, eterosessuale o omosessuale.
E ci auguriamo che il confronto in Parlamento non deluda le aspettative di quei cittadini.

Appuntamenti impegnativi stanno ora di fronte al governo: la messa a regime del sistema previdenziale, che oggi penalizza i giovani e le pensioni basse; la riforma del mercato del lavoro per ridurre l’esposizione alla precarietà; l’applicazione degli accordi per la riforma della pubblica amministrazione, sempre più terreno cruciale nei rapporti tra cittadini e Stato; la riqualificazione – dopo gli interventi in Finanziaria – della spesa sanitaria e della sua efficacia. Tutte scelte dagli esiti non scontati perché richiedono di misurarsi con nuovi paradigmi, nuovi bisogni e soluzioni spesso inedite.

E per questo necessitano della ricerca di condivisione e di concertazione con le parti sociali, che anch’esse devono essere consapevoli dello sforzo straordinario che a tutti è richiesto per rimettere in moto il Paese.

Quel che è certo è che l’Italia ha bisogno di una forte iniezione di innovazione, di riforme, di cambiamenti.
Il Paese è in grado di farcela, ma non può e non deve avere paura di cambiare ciò che va cambiato.

E, dunque, ancorché in Senato la maggioranza sia risicata questo Governo non è un esecutivo provvisorio in attesa che accada qualcosa.
No, questo è il Governo espresso dalla maggioranza di centrosinistra che ha vinto le elezioni e intende governare con la determinazione e l’ambizione necessarie a onorare le aspettative del Paese.

E, tuttavia, governare bene può non bastare.

Ricordiamoci l’esperienza degli anni dal ‘96 al 2001, quando i governi Prodi, D’Alema e Amato guidarono l’Italia fuori dall’instabilità economica, politica, istituzionale in cui il Paese era precipitato nella metà degli anni ’90.
Eppure non bastò: tant’è che al termine di quel quinquennio l’Ulivo perse le elezioni e il Paese preferì affidarsi alla destra.

Riflettendo su quella sconfitta – al nostro Congresso di Pesaro – riconoscemmo il limite di un “riformismo dall’alto”, di un “riformismo senza popolo”.
Non volevamo affermare naturalmente che la qualità del Governo sia ininfluente. Governare bene è essenziale e il governo Prodi lo sta facendo.

Ma quando occorre una stagione di riforme incisive, di innovazioni radicali, di cambiamenti strutturali, decisivo è che vi sia un attore politico, sociale, culturale, che viva nella società, interloquisca con interessi e bisogni, promuova sintesi e mediazioni, costruisca condivisione.

E dunque il tema cruciale è chi abbia la forza, la capacità, la volontà di mettere mano a quest’opera di innovazione e modernizzazione del Paese.

Serve un partito, perchè anche la migliore e più oculata amministrazione della cosa pubblica non può sostituire la politica.

Al centro di questa nostra Assise, dunque, c’è questo progetto politico ambizioso: dare all’Italia un soggetto politico nuovo, il Partito Democratico.

Non un nuovo partito, nel senso di un partito in più.
Ma, un partito “nuovo”.

Nuovo perché capace di dare, per la prima volta nella storia italiana, rappresentanza unitaria ad un riformismo fino ad oggi plurale non solo nelle culture, ma anche nelle sue espressioni politiche.

Nuovo perché capace di guidare l’Italia in una fase di trasformazioni cruciali per il futuro del Paese.

Nuovo perché in grado di ridisegnare la geografia politica italiana e dare al sistema istituzionale quella stabilità e governabilità che da troppi anni mancano.

Nuovo perché capace di ricostruire un rapporto di fiducia e credibilità dei cittadini con la politica e lo Stato.

Nuovo soprattutto nel pensiero, di fronte a cambiamenti che non si comprendono, né si governano riproponendo progetti ed esperienze elaborate e praticate in un mondo che è alle nostre spalle.

Sì, serve un pensiero nuovo per un secolo nuovo.

E non perché ciò che abbiamo fatto ieri fosse sbagliato.
Anzi, il ‘900 è stato secolo di straordinarie conquiste di civiltà, di progresso, di emancipazione.
Ma nel bagaglio di quelle esperienze non troviamo oggi le lenti, gli attrezzi, gli strumenti per leggere e agire in un tempo nuovo in cui tutti i caratteri della società – modo di produrre, di consumare, di lavorare, di comunicare, di relazionarsi agli altri, di concepire e organizzare la vita individuale e sociale – sono cambiati profondamente.

Muta la geografia economica e politica del pianeta – la crisi di leadership americana, il protagonismo dei paesi emergenti, la complessità dei rapporti tra islam e occidente, il ridefinirsi continuo dei rapporti tra potenza dell’economia e capacità di guida della politica – e ci sollecita a ripensare il mondo, i suoi equilibri, a non rassegnarci ad un’Europa fragile e debole e a ridefinire il ruolo e lo spazio dell’Italia.

Muta il clima del pianeta e le conseguenze catastrofiche che vengono paventate mettono in causa il paradigma di una crescita lineare e quantitativa – più investimenti, più produzione, più lavoro, più redditi, più consumi, più prosperità – che non funziona più.
Dobbiamo ripensare l’uso delle fonti energetiche, le tecnologie produttive, i caratteri dell’alimentazione, l’uso della terra e le coltivazioni, le ragioni di scambio tra mercati, il rapporto produzione-consumo.
In una parola: la “sostenibilità”, non come vincolo punitivo e inibente, ma come leva di una vasta innovazione di produzione, consumi, stili di vita.

E vorrà pur dire qualcosa se quest’anno il premio Nobel per la fisica è stato assegnato a due ricercatori inventori di tecnologie innovative e più accessibili per l’uso quotidiano dell’energia solare.

Né è senza significato che una delle personalità italiane che si è affermata nel mondo – l’unica a cui in un anno il prestigioso Time abbia dedicato due copertine – si chiami Carlo Petrini, inventore di una nuova cultura del cibo e del rapporto uomo-natura.

Mutano le forme della produzione e del lavoro e l’antica stabilità fordista è soppiantata dalla flessibilità, dal just in time, dalla delocalizzazione. Il lavoro cambia non solo nella sua distribuzione e quantità, ma anche nella qualità e percezione valoriale.
Un lavoro flessibile e mobile che offre certo opportunità, ma espone anche a rischi e contraddizioni nuove.

Sante Cacciola, Felice Schirru, Enrico Formenti, Franco Cirino, Nicusor Zavoian, Giovanni Bufalino, Michele Abaci: gli ultimi nomi di un elenco troppo lungo.
E’ l’elenco delle vittime del lavoro, delle morti bianche: 300 dall’inizio dell’anno, che si aggiungono ai 1280 del 2006 e ai 1265 del 2005.
Un tragico catalogo di vite spezzate e di famiglie travolte dal dolore, testimonianza dolente di quanto una modernità senza etica e senza regole abbia svilito il lavoro e lo abbia fatto scendere nella gerarchia sociale.
E testimonia quanto sia urgente che anche nella società post-fordista al lavoro – sia dipendente, che autonomo – sia restituita dignità, riconoscimento sociale, tutela giuridica e contrattuale, retribuzione adeguata, valorizzazione professionale.

Mutano gli equilibri demografici e anagrafici di un pianeta percorso da nuovi flussi migratori che non riguardano più solo chi cerca altrove le possibilità di vita che dispera di avere nel proprio paese, ma sempre più spesso anche chi cerca migliori opportunità per mettere a frutto la professionalità e il sapere di cui dispone.

Una mutazione che – i conflitti di questi giorni nella Chinatown milanese ce lo dicono – ci mette di fronte alla complessità della società multietnica e multiculturale, che non cresce per contaminazioni spontanee, ma se si promuovono politiche attive di integrazione, riconoscimento dei diritti, cultura della responsabilità e dei doveri.

Muta la struttura delle famiglie, il rapporto tra genitori e figli, i rapporti tra i coniugi, il ruolo degli anziani, sollecitando a ripensare lo stato sociale e la gerarchia delle sue priorità.
E oggi in tutti i paesi industriali si manifesta un disagio esistenziale delle nuove generazioni che si sentono sacrificate dalle generazioni precedenti.
Una gioventù a cui la politica ha il dovere morale di aprire tutte le porte chiuse e offrire quelle opportunità di sapere, di lavoro, di vita che consentano a un giovane di guardare alla propria vita con speranza.

Muta il rapporto dell’uomo con la vita e la morte affidate non più solo alla natura e al destino, ma anche alla scienza, alla tecnologia, al sapere suscitando interrogativi di senso a cui tutti siamo chiamati a rispondere.
Il dibattito che da mesi infiamma la politica italiana sui DICO, sulla famiglia, su temi eticamente sensibili, sui diritti delle persone ci sollecita a ripensare il rapporto tra modernità e solidarietà, tra responsabilità e libertà, tra scienza e vita, tra fede e ragione, andando oltre letture manichee troppo semplici che si affidano a opposti non possumus.

Muta ovunque il rapporto tra i cittadini e la politica, di fronte a una manifesta inadeguatezza degli istituti democratici a governare fenomeni e tendenze di dimensione più ampia di quella su cui si esercita la sovranità degli Stati.
Questo ci dice l’esito dei referendum francesi e olandesi: in quel no non c’era tanto il rifiuto della Costituzione europea, ma l’espressione di una paura. La paura di non essere più padroni del proprio destino, di vivere in uno spazio troppo grande per essere controllato dai cittadini, di perdere le protezioni di un modello sociale messo a dura prova dalla globalizzazione e dai mercati aperti.
Quel no rivela una crisi di consenso e di legittimazione.
Una “crisi democratica”, che ci deve sollecitare a pensare che cosa debba essere la democrazia nel tempo della sopranazionalità, dell’integrazione, della mondializzazione.

E anche in Italia la crescente estraneità dei cittadini verso le istituzioni e la politica – da cui non a caso il Presidente Napolitano prese le mosse nel suo messaggio di fine anno agli italiani – ci parla di una “crisi della democrazia”, in cui sono venuti logorandosi gli istituti della rappresentanza, la loro capacità di governo e di gestione, la capacità regolativa dei poteri pubblici.

Una crisi democratica che al Nord – là dove la società è più aperta, più ricca, più mobile, più sensibile a istanze di modernità e innovazione – si manifesta in una “questione settentrionale”, che matura su temi cruciali del rapporto tra cittadini e Stato quali la fiscalità e la distribuzione della ricchezza, l’autogoverno locale e il federalismo, la modernità delle infrastrutture e dei servizi pubblici, la qualità di una pubblica amministrazione percepita come opprimente e parassitaria.
Sono i nuovi terreni della sfida tra populismo e democrazia.

E una crisi democratica che al Sud si manifesta in un crescente distacco della società dalla politica e nello spazio che si apre tra una società fragile e una politica debole cresce in modo abnorme la funzione di intermediazione delle istituzioni e del suo personale politico.

Sono questi i grandi temi con cui dobbiamo fare i conti e su cui definire il profilo e i caratteri del Partito Democratico.

Ecco, la classe dirigente del nostro Paese ha oggi questa grande responsabilità: pensare a quel che sarà l’Italia non nei prossimi sei mesi, ma nei prossimi dieci-quindici anni.

Ce lo chiedono le imprese ogni giorno impegnate con una competizione sempre più aggressiva, che solo si può sostenere se il Paese promuove un più alto grado di specializzazione e di innovazione dei prodotti e una più penetrante internazionalizzazione verso nuovi mercati; si dota di infrastrutture moderne, dall’alta velocità ai porti alle moderne tecnologie energetiche e ambientali; riforma radicalmente la pubblica amministrazione, assumendo come criteri organizzativi merito e capacità, mobilità e flessibilità; e se lo Stato è capace di offrire al mercato e agli investitori regole trasparenti e certe in cui ciascuno possa riconoscersi e collocarsi.

Ce lo chiedono i giovani, che più di altri, pagano il prezzo di una società non solo più vecchia anagraficamente, ma troppo spesso chiusa e stagnante. Una società nella quale 4 milioni di giovani tra i 26 e i 35 anni vivono nella famiglia dei genitori; il tempo di permanenza agli studi si allunga senza che vi corrisponda a una effettiva maggiore qualificazione; e nel lavoro ci si stabilizza non prima dei 37-38 anni. E ci si sposa più tardi, si fanno meno figli, si hanno meno speranze.

Ce lo chiedono le donne, che rivendicano più opportunità di occupazione, servizi e politiche per rendere conciliabili lavoro e famiglia, abbattimento delle molte discriminazioni e pari opportunità di accesso a ogni tipo di attività, riconoscimento di ruolo e rappresentanza politica e istituzionale adeguate.

Ce lo chiede il Mezzogiorno stretto tra un retaggio di fragilità strutturali e sociali – la più drammatica della quali continua a essere la pervasività delle mafie e della criminalità organizzata – e potenzialità di crescita che possono realizzarsi se il Sud torna a essere una scelta strategica per lo sviluppo dell’intero Paese e si concentrano lì investimenti, infrastrutture, insediamenti e nuove attività.

Ce lo chiedono i ricercatori, il mondo scientifico, l’Università che vuole mettere a disposizione del proprio Paese sapere e intelligenza creativa, che troppo spesso vengono riconosciute più facilmente all’estero che in patria.

Ce lo chiedono gli italiani, che avvertono che il Paese ha enormi risorse, intelligenze, saperi che stentano tuttavia a esprimersi e realizzarsi perché troppo spesso i processi di formazione e selezione sono fondati non sul merito, ma sulla cooptazione.

Insomma l’Italia è di fronte a uno di quei passaggi d’epoca nei quali sono i caratteri costitutivi della nazione – il ruolo internazionale, il modello di sviluppo, le forme della coesione sociale, gli assetti istituzionali – che vanno ripensati, restituendo alla società italiana quelle certezze di futuro, quel senso di appartenenza, quell’essere comunità che configurano una identità nazionale forte in cui ciascuno possa riconoscersi.

E quando un Paese è chiamato a decisioni così strategiche per il suo avvenire, decisivo è che ci sia una classe dirigente che si fa carico di guidare la nazione e si assume la responsabilità di scelte difficili.
Per questo oggi l’Italia ha bisogno di una grande forza politica – grande per consenso elettorale, per radicamento sociale, per credibilità della sua classe dirigente, per cultura di governo – che assolva a questa funzione nazionale.

Ed è questa responsabilità dinanzi all’Italia, dinanzi al nostro Paese – care compagne e cari compagni, cari amici – che ci porta a dire che il Partito Democratico è una “necessità” storica.

Diamo vita al Partito Democratico non per un’esigenza dei DS o della Margherita o di un ceto politico.
No. Il Partito Democratico è una necessità del Paese, serve all’Italia.

Vogliamo dare vita ad un soggetto politico non moderato o centrista, bensì progressista, riformista e riformatore.

Un partito che faccia incontrare i valori storici per cui la sinistra è nata e vive – libertà, democrazia, giustizia, uguaglianza, solidarietà, lavoro – con l’alfabeto del nuovo secolo: cittadinanza, diritti, laicità, innovazione, integrazione, merito, multiculturalità, pari opportunità, sicurezza, sostenibilità, sopranazionalità.

E per questo dovrà essere un partito del lavoro, dello sviluppo sostenibile, della cittadinanza e dei diritti, dell’innovazione e del merito, del sapere e della conoscenza, della persona e della laicità, della democrazia e dell’autogoverno locale, dell’Europa e dell’integrazione sopranazionale, della pace e della sicurezza.

Un partito per le libertà e per una “società aperta”, che promuova l’iniziativa individuale e ogni forma di innovazione prodotta dall’intelligenza, che riconosca il merito – che non è un’astuzia dei ricchi contro i poveri, ma lo strumento dei poveri per essere uguali ai ricchi – e assuma la capacità come fondamento di ogni forma di selezione, che promuova il rinnovamento generazionale e l’uguaglianza di genere, che rompa tutte le chiusure corporative che rendono la nostra società asfittica e stagnante e per questo meno giusta, in primo luogo verso i giovani e le donne.

Un partito dei diritti che metta al centro della politica l’uguaglianza delle opportunità per ogni persona; la disponibilità di servizi sociali che riducano la solitudine di cittadini e famiglie; la promozione di politiche che superino ogni forma di barriera sociale e di discriminazione; la tutela e il sostegno – non solo giuridico – di chi subisce un torto, una violenza; il rispetto della vita, delle identità, degli orientamenti sessuali di ciascuno; una distribuzione del reddito e del prelievo fiscale secondo criteri di equità e progressività.

E un partito dei diritti è consapevole che i primi e fondamentali strumenti di uguaglianza e di promozione individuale e sociale sono il sapere e la conoscenza. E dunque è investendo su formazione, scuola, università, ricerca, innovazione, che si consegue la crescita civile e sociale di una nazione. E’ investendo sull’infanzia che si fa crescere una società più grande e matura. E’ con la formazione e il sapere che si restituisce gioia all’età matura.

E diritti chiamano doveri: l’osservanza delle leggi, il riconoscimento delle capacità, il valore dell’interesse generale, il rispetto delle identità, la valorizzazione delle competenze, l’irrinunciabilità di un’etica pubblica, l’esercizio della libertà nella responsabilità.

Vogliamo un partito laico, capace di riconoscere e ascoltare ogni cultura e pensiero, attento al contributo che le fedi religiose, tutte, offrono al perseguimento del bene comune. E al tempo stesso un partito consapevole che funzione irrinunciabile dello Stato è assicurare l’imparzialità della legge, l’uguaglianza dei diritti per ogni cittadino, la rimozione di ogni forma di discriminazione, la tutela delle scelte di vita e dell’orientamento sessuale di ciascuno.

E’ scritto nell’Appello sottoscritto da personalità cattoliche per il Partito Democratico: “Nella società aperta e plurale, la laicità va pensata come la condizione di un dialogo costante, orientato alla convivenza civile e al bene comune. Questa laicità deve continuare a garantire la Repubblica da ogni forma di integralismo religioso, ideologico ed economico. E deve stabilire forme e regole per il riconoscimento e il dialogo tra tutte le culture – religiose o secolari – che scelgano di muoversi nello spazio pubblico”.

Una concezione della laicità in cui possono riconoscersi credenti e non credenti, come testimonia la lettera con cui 60 parlamentari dell’Ulivo, proprio in quanto credenti impegnati in politica, hanno rivendicato l’autonomia della loro responsabilità istituzionale.

Con approccio laico vogliamo affrontare anche il cruciale tema della famiglia, questione che certamente non è delegabile alla destra e su cui è sensibile non solo chi è credente.

Anzi, c’è nel pensiero laico e nella sinistra una lunga tradizione culturale e politica di attenzione alla famiglia, nucleo essenziale di ogni forma di organizzazione sociale. Basterebbe pensare alla battaglia della sinistra alla Costituente a favore dell’uguaglianza dei coniugi e del riconoscimento dei diritti dei figli.
Oppure alla riforma del diritto di famiglia realizzata nel ’75, con la convergenza delle grandi culture politiche del tempo.
E, ancora, come dimenticare che nell’ultimo decennio è stata la sinistra a promuovere leggi cruciali per le famiglie e i diritti delle persone – contro la pedofilia, sulle adozioni, sulle adozioni internazionali, contro la violenza sulle donne – approvate in Parlamento all’unanimità.

Oggi avvertiamo tutti la responsabilità di riconoscere alla famiglia una nuova centralità, facendo i conti con le dinamiche demografiche, anagrafiche, occupazionali e sociali che hanno profondamente ridisegnato la composizione stessa e i caratteri della famiglia.

La famiglia italiana media è costituita da un figlio, due genitori, quattro nonni e due (o più) bisnonni.
L’80% dei lavoratori dipendenti ha un reddito individuale netto che non supera i 1.300 euro e nel 48% dei nuclei familiari italiani soltanto una persona lavora.

Sono 4 milioni e mezzo le persone non autosufficienti, la quasi totalità dei quali a esclusivo carico della propria famiglia.
Il basso tasso di natalità ha sollecitato una crescita delle adozioni, soprattutto internazionali.

Nell’arco di una generazione sono cresciute le famiglie monoparentali, i nuovi figli delle seconde unioni, i figli unici, i figli adottati, i figli in affido, le coppie senza figli, i divorziati, le convivenze di fatto, i figli naturali.

Nella famiglia si sono trasformati anche i cicli di vita, i ruoli maschile e femminile, i compiti genitoriali ed educativi, i modi di vivere l’età adulta, i rapporti con la famiglia di origine, la presenza degli anziani e le relazioni tra generazioni, le famiglie ricostruite e i nuovi rapporti, tutti fenomeni che si collocano nel difficile equilibrio tra il “privato” e il “sociale”.

Tutte dinamiche che sollecitano a ridisegnare lo stato sociale pensato e costruito per una società e famiglie ben diverse da quelle di oggi.

C’è qui, dunque, un ampio appassionante terreno di ricerca, confronto e incontro che consente anche di aprire una nuova stagione del rapporto tra credenti e non credenti.

Ed è per questo che non guardiamo con ostilità al Family Day promosso da un gruppo ampio di associazioni cattoliche, con le quali ci interessa al contrario interloquire.

Così come – nel rispetto delle autonomie di pensiero e di ruoli – serve una nuova stagione di confronto tra fede e politica.

Né ci spaventa e ci preoccupa che il mondo cattolico, le sue istituzioni sociali, la Chiesa si manifestino con maggiore assertività.
Semmai tutto questo deve sollecitare la politica ad essere all’altezza delle sfide culturali e morali che anche dal mondo cattolico ci vengono poste.

Le nuove frontiere della scienza, della ricerca e delle tecnologie ci hanno condotto in un tempo in cui la vita, la morte, la riproduzione sono affidati sempre di più all’intervento dell’uomo e del suo sapere.

E ciò suscita – sia in Benedetto XVI, sia in un non credente come Habermas – interrogativi etici, culturali, antropologici a cui tutti siamo chiamati a dare risposte, promuovendo una nuova stagione di ricerca culturale e di dialogo tra culture e religioni.

Anche per questo serve un grande Partito Democratico, di donne e uomini liberi, credenti e non credenti, mossi dall’unico intento di affermare valori di uguaglianza, di giustizia, di solidarietà, di dignità.

Qui sta la vera difesa della laicità. Che non consiste nella riproposizione di antichi e anacronistici steccati. Ma nella comune ricerca di un nuovo umanesimo, di un pensiero nuovo, capace di suscitare comuni, innovative risposte alle grandi questioni che interrogano l’intelligenza e la coscienza dell’umanità contemporanea.
Solo la politica capace di alimentarsi a questa ricerca comune è una politica forte, autonoma e quindi laica.

E d’altra parte il rapporto con il mondo cattolico rappresenta una delle grandi costanti della politica italiana.

E le modalità con cui il mondo cattolico ha organizzato e realizzato la sua presenza politica ha sempre segnato la storia italiana, sia quando vi è stato un partito come la Democrazia Cristiana, fondato sul presupposto storico dell’unità politica dei cattolici, e sia quando, come oggi, quel partito non c’è.

Quell’unità politica non c’è più ed è aperta davanti a noi la duplice possibilità di vedere il grande patrimonio di tensione morale e cultura politica del movimento cattolico o reinvestito in un grande progetto democratico, o invece tentato di trasformarsi nel riferimento identitario e nella base elettorale di un partito conservatore di massa.

E’ anche sulla base di questa consapevolezza che diciamo che una delle ragioni non ultime del Partito Democratico è proprio offrire un grande soggetto politico, riformista e progressista a credenti e non credenti, abbattendo definitivamente storici steccati e aprendo così una stagione nuova alla democrazia italiana.

6. La scelta del Partito Democratico è anche una risposta alla crisi del sistema politico e istituzionale, resa più acuta da un sistema elettorale che ha accentuato la frammentazione del sistema politico, ha ridotto la governabilità, ha accresciuto la distanza tra paese legale e paese reale.

Non si esagera davvero dicendo che l’Italia vive una “crisi democratica”.
Certo, è una crisi non solo italiana; riguarda la democrazia rappresentativa e i suoi istituti.

In Italia vi si aggiunge un sistema politico caratterizzato da alta frammentazione – 23 partiti in Parlamento – e un sistema elettorale che consente di vincere le elezioni, ma non di governare.

Mettere mano ad una riforma elettorale che restituisca a questo paese stabilità e governabilità è, dunque, una assoluta priorità.
Una legge elettorale che – in omaggio ad una regola in vigore in tutte le democrazie moderne – sia frutto di un’intesa tra maggioranza e opposizione e sia sostenuta da un ampio consenso parlamentare.

E noi, da questo Congresso, ribadiamo cinque priorità intorno a cui costruire l’intesa: conferma della democrazia dell’alternanza, affidando agli elettori la scelta, con il voto, della coalizione che debba governare; restituzione agli elettori del potere di scegliere gli eletti, preferibilmente attraverso collegi uninominali; meccanismi – che consentano stabilità alla maggioranza; soglie di accesso e regole parlamentari per la riduzione della attuale frammentazione; equilibrio di rappresentanza tra uomini e donne, dando applicazione all’articolo 51 della Costituzione.

L’efficacia di una legge che corrisponda a quegli obiettivi richiede anche una intesa tra le forze politiche che consenta di mettere in campo tre innovazioni di rilievo costituzionale: la riduzione del numero dei parlamentari; il superamento del bicameralismo perfetto, con trasformazione del Senato in Camera federale delle Autonomie regionali e locali e concentrazione nella Camera dei Deputati delle potestà legislative statali e della fiducia al Governo; il rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio.

Tre riforme su cui, in linea di principio, l’intesa c’è già e la cui discussione è già stata avviata nella Commissione Affari Costituzionali della Camera. E, dunque, approvabili in tempi sufficientemente rapidi.

Così come rapidamente è possibile avviare l’esame parlamentare dei provvedimenti necessari al completamento dell’assetto federalista dello Stato.

Dipende da questa volontà della politica il rapporto con il referendum sull’attuale legge elettorale, che noi abbiamo sempre considerato una sollecitazione alle forze politiche a ritrovare in Parlamento la soluzione legislativa adeguata.

Se in questi giorni la volontà delle forze politiche – come noi auspichiamo – si manifestasse e si concretizzasse in proposte e intese credibili, sarebbe ragionevole discutere con i promotori del referendum anche la disponibilità ad una sospensione della raccolta delle firme, che consenta al Parlamento di approvare la legge elettorale e di avviare l’iter di revisione costituzionale.

In ogni caso quel che non sarebbe tollerabile è un ennesimo balletto di disponibilità formali, a cui non seguisse una volontà effettiva e concreta di realizzare in tempi rapidi le riforme necessarie.

E vorrei cogliere quest’occasione – nella quale sono qui tutti i principali leaders politici del Paese – per lanciare un appello: abbiamo una grande responsabilità verso l’Italia e abbiamo soprattutto il dovere della coerenza tra parole e fatti.

Il bipolarismo è stato adottato in tanti paesi perché consente di dare stabilità al sistema politico e serenità e certezze ai cittadini.

Proprio per questo non può essere una sorta di guerra civile politica permanente.
Nella democrazia matura e forte non ci sono nemici.
Ci sono avversari, che si combattono anche aspramente, ma si riconoscono e si rispettano.
E ciascun partito gradua e misura le proprie legittime posizioni riconoscendo il primato degli interessi generali.

Il bipolarismo deve essere “mite” e il suo funzionamento non può che essere fondato sulla responsabilità di ogni suo attore.

E le riforme – se ci crediamo davvero – possono essere l’occasione per far uscire il nostro sistema dalla nevrosi che lo agita quotidianamente, per approdare finalmente ad una democrazia dell’alternanza matura e responsabile.

Proviamoci. E i cittadini guarderanno a noi e alla politica certamente con maggiore fiducia.

Legge elettorale e riforme in tempi rapidi, non risolvono tuttavia da sole l’esigenza di un nuovo sistema politico.

L’esperienza di questi quindici anni di transizione incompiuta, ci dice che nuove regole per essere efficaci necessitano di una riforma dei soggetti politici.

In fondo una delle ragioni della crisi democratica sta nella contraddizione tra un sistema che tende al bipolarismo e una geografia politica tuttora figlia di un esasperato proporzionalismo.

La nascita del Partito Democratico ritrova proprio qui una delle sue ragioni.

Mettere in campo una grande forza, a vocazione maggioritaria, infatti, è la condizione per dare al bipolarismo un assetto stabile e effettivamente di governo.

Non è senza significato, d’altra parte, che l’avvio del nostro progetto stia già producendo dinamiche che investono sia la maggioranza di governo, sia l’opposizione.

A destra Forza Italia e Alleanza Nazionale discutono di un possibile “partito conservatore”, competitivo con il Partito Democratico.
A loro volta, UDC e Lega accentuano le loro distinzioni nell’opposizione, anche in funzione di una diversa dinamica politica.

E a sinistra: dopo una lunga diaspora i socialisti tentano di riunificarsi; e per la prima volta forze politiche caratterizzate da un forte sentimento identitario – come Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani – si pongono il tema di una possibile aggregazione di sinistra radicale, non dissimile da esperienze esistenti in altri paesi europei.

Proprio l’ampiezza dei movimenti in atto ci dice quanto riduttivo sia leggere il Partito Democratico come semplice fusione tra due partiti.
Se così fosse nessuno si preoccuperebbe più di tanto.
E invece chiunque vede bene il carattere di grande innovazione del sistema politico che il Partito Democratico rappresenta.

In una politica segnata, nei decenni, da separazioni, scissioni e frammentazioni, è la prima volta che due importanti partiti decidono di unirsi e, anzi, di fare della loro unità il punto di aggregazione di un campo di forze politiche e sociali più vaste.

Anzi, è proprio questo tratto innovatore e riformatore, questa tensione all’unità che induce molti cittadini a riconoscersi nel Partito Democratico e a sostenerlo.

Sì, perché unire oggi quel che la storia ieri ha diviso è la sfida del nostro progetto.

Sappiamo tutti come il campo progressista e riformista italiano sia stato caratterizzato per oltre un secolo da più riformismi, da quello originario socialista al riformismo de facto del Pci, dal riformismo cristiano sociale e cattolico democratico al progressismo liberaldemocratico.
E, in tempi più recenti, è cresciuto anche in Italia un riformismo di natura ambientalista.
Per non dire dei tratti riformisti che segnano movimenti espressione di nuove sensibilità quali la non violenza, la soggettività femminile, i nuovi bisogni giovanili.

E’ possibile far incontrare e unire tutto ciò in un unico grande partito? La mia risposta è sì.
E non certo perché ignori i caratteri peculiari della storia italiana e la lunga teoria di conflitti e antagonismi che hanno accompagnato la vicenda dei riformismi del nostro Paese.

Ma le ragioni ideologiche e storiche che hanno a lungo diviso e contrapposto i riformismi italiani stanno alle nostre spalle.
Il secolo in cui viviamo non è iniziato il 1° gennaio 2000, ma il 9 novembre ’89.

Da quel giorno il mondo e l’Europa sono entrati in scenari del tutto nuovi.
E anche la dialettica politica italiana è venuta mutando, con il superamento dei partiti e della geografia politica della prima Repubblica, l’apparire di nuove formazioni politiche e l’adozione di un sistema elettorale e istituzionale bipolare e maggioritario.

Un enorme sommovimento dentro il quale è maturata un’esperienza politica unitaria di straordinario valore: l’Ulivo, che in questi dodici anni – sia nella sua versione originaria di alleanza larga di centrosinistra, sia nella configurazione attuale di casa comune dei riformisti – è stato già il luogo dove donne e uomini provenienti da storie, percorsi, esperienze diverse – e per lungo tempo in competizione e conflitto – si sono incontrati, si sono reciprocamente riconosciuti, hanno costruito una comune lettura della società italiana a cui hanno offerto un comune progetto politico, che gli elettori hanno dimostrato di riconoscere e condividere.

E’ su questa esperienza che si è radicata la presentazione delle Liste dell’Ulivo – intorno alla quale si è realizzata una unificazione culturale e politica dell’elettorato – e poi la formazione di Gruppi parlamentari e consiliari dell’Ulivo.

E, oggi, la stessa esperienza dell’Ulivo richiede di essere portata a compimento, oltre l’attuale stadio di intesa politico–elettorale, percepita come insufficiente dagli stessi nostri elettori.

Quello di cui abbiamo bisogno è una nuova, comune cultura politica, un comune progetto per la società italiana, una comune visione del mondo e dei rapporti tra le persone.
E tutto questo possiamo pensarlo solo un vero partito: il partito dell’Ulivo, il Partito Democratico.

Per questo noi – donne e uomini di sinistra – non ci sentiamo a disagio di fronte alla sfida di un partito che unifichi le diverse esperienze del riformismo italiano: perché i nostri valori, la nostra esperienza sono parte costituente e fondante del nuovo Partito Democratico.

Anzi, avvertiamo tutti che le sfide inedite del nuovo secolo chiedono di andare oltre la parzialità delle storie, delle esperienze, del pensiero di ciascuno di noi.
Nella decisione di dar vita a un nuovo partito c’è tutta la consapevolezza di un limite della propria esperienza che ciascuno di noi onestamente riconosce.

Non è in discussione la nostra storia, lontana e recente.
Né è in discussione la funzione centrale che la sinistra e il nostro Partito hanno esercitato in questi anni e di cui forse molti dovrebbero avere più consapevolezza e più rispetto.

E in 150 anni di unità del Paese non c’è davvero passaggio cruciale della vita italiana che non abbia visto la sinistra esercitare una funzione nazionale, ogni volta tenendo insieme le ragioni degli oppressi, dei più deboli, del mondo del lavoro con gli interessi generali del Paese.

Penso alla lotta al fascismo, alla Resistenza, alla scrittura della Costituzione, alla costruzione della Repubblica. Penso alla rinascita industriale, negli anni della ricostruzione e del boom economico, e al contributo alla salvezza del paese negli anni ’70. Penso alla lotta al terrorismo e all’impegno contro la mafia, simboleggiato dal sacrificio, proprio venticinque anni fa, di Pio La Torre a cui sabato il nostro Congresso renderà onore.

Una funzione nazionale che, tuttavia, non ha mai offuscato in noi la consapevolezza di misurarci sempre con i cambiamenti, facendo le scelte – anche difficili o dolorose – che ogni volta erano necessarie.

Come avvenne nell’89, quando di fronte a mutamenti che cambiavano la vita del mondo considerammo esaurita l’esperienza del PCI e scegliemmo di ricollocare il nostro patrimonio storico e culturale nel socialismo democratico europeo, l’unica sinistra che abbia dimostrato di tenere insieme uguaglianza e libertà.

E, tuttavia, non possiamo non vedere che l’ambizione che da allora ci ha mosso – prima dando vita al Pds, poi aprendo i Ds all’apporto di altre culture socialiste, repubblicane, cristiano sociali, ambientaliste – da sola non è stata ancora sufficiente per dare all’Italia quella grande forza riformista di cui ha bisogno.

E d’altra parte anche la Margherita è chiamata a fare i conti con lo stesso problema: nata per unire culture popolari, cattolico-democratiche e liberaldemocratiche e per rappresentare in nuce un nuovo Partito riformista, anche il partito di Rutelli deve prendere atto che da solo non può rappresentare l’intera ricchezza del riformismo italiano.
E ancora meno possono pensare di farlo forze riformiste di dimensioni minori.

Ecco, dunque, il senso della nostra sfida: il Partito Democratico supera le nostre parzialità per unire intorno ad un unico progetto un arco ampio di forze e culture, che oggi si possono incontrare e fondere perché comuni sono i valori a cui ciascuna tende e lontane sono le ragioni che spingevano ognuno ad affermare quei valori da solo. E perché l’Ulivo ha già dimostrato che possono stare insieme e avere un progetto per l’Italia.

Insomma, il Partito Democratico nasce come un grande progetto di innovazione.
Che peraltro non esaurisce le prospettive di riorganizzazione della più ampia rappresentanza politica e sociale del riformismo.

Il riformismo italiano, infatti, è anche un robusto movimento sindacale, una consolidata esperienza cooperativa, una diffusa rete di soggetti sociali e culturali.

Ebbene come non vedere che l’intera rappresentanza sociale del riformismo è ancora strutturata nelle forme nate con la rottura dell’unità antifascista dell’immediato dopo-guerra: tre organizzazioni sindacali, tre centrali cooperative, tre associazioni artigiane, due confederazioni commerciali e via di questo passo.

Naturalmente sappiamo tutti che sul piano culturale e dell’autonomia politica tutte quelle organizzazioni hanno via via sciolto i vecchi collateralismi, ridefinendo la loro identità progettuale la loro autonomia e politica. E non vi è dubbio che un processo politico che superi storiche divisioni politiche, può favorire processi di unificazione anche nella rappresentanza sociale del riformismo.

Anche questo, dunque, è un motivo di fecondità del Partito Democratico.

Discende da questa impostazione anche la risposta al “con chi” e “come” costruire il Partito Democratico.

“Con chi”.
E’ evidente che l’intesa tra le due principali forze riformiste italiane – DS e Margherita – è condizione necessaria per dar vita al Partito Democratico.
Ma se è condizione necessaria, non è da sola sufficiente.
E’ un’affermazione che abbiamo fatto fin dall’inizio di questo progetto – ne fanno fede documenti, scritti e comportamenti – e solo una pervicace strumentalità può continuare a rappresentare un progetto che vogliamo ampio e plurale come semplice somma di due partiti, fusione fredda tra due nomenclature, una caricatura ingenerosa prima di tutto verso i tantissimi che in questi anni si sono spesi prima per L’Ulivo e poi per il Partito Democratico.

Certo, non sfugge neanche a me che, da Orvieto a oggi, in questa fase il ruolo dei partiti sia stato preminente.
D’altra parte avendo considerato tutti – in primo luogo i critici o gli avversari del PD – che fosse pregiudiziale a ogni ulteriore scelta, una deliberazione congressuale, non poteva che essere così.

E, tuttavia, anche questa prima fase è stata caratterizzata da un’alta partecipazione: 255.000 partecipanti ai Congressi DS; decine di migliaia ai Congressi della Margherita; migliaia di iniziative pubbliche di confronto con i cittadini.

In ogni caso con lo svolgimento dei Congressi nazionali la prima fase giunge al suo compimento.
Adesso si apre la “fase 2”, il processo costituente, che dovrà essere caratterizzato fin da subito da quell’apertura che tutti auspichiamo.

E in questi stessi mesi si sono già manifestate molte forze pronte a concorrervi.

Oltre 3000 ambientalisti – tra cui tutti i più significativi esponenti politici e culturali dell’ecologismo italiano – hanno sottoscritto un manifesto per il Partito Democratico.

I Repubblicani europei – eredi della tradizione riformista laica di Piero Gobetti, Ernesto Rossi, Ugo La Malfa – hanno confermato la loro volontà di essere parte di questo progetto.

Mentre la sinistra liberale – anch’essa espressione del riformismo laico democratico – ha scelto di partecipare al Partito Democratico aderendo ai Democratici di Sinistra.

E la stessa scelta ha fatto Ivan Scalfarotto, espressione di un mondo giovanile che guarda al Partito Democratico come lo strumento per innovare la politica e aprirla alle giovani generazioni.

Un’area vasta di dirigenti sindacali di Cgil, Cisl e Uil hanno sottoscritto un “Manifesto per il lavoro” che costituisce un prezioso e forte arricchimento della prima bozza di Manifesto per il Partito Democratico.

Analoghi contributi sono venuti da esponenti significativi del mondo del lavoro autonomo, così come dal mondo del volontariato, del terzo settore e dell’impresa no profit.

Un gruppo di Associazioni per il Partito Democratico insieme a Libertà e Giustizia e ai Cittadini per L’Ulivo hanno costituito un primo Coordinamento nazionale che consente di dare voce a forze civiche e di società civile.

Da Sindaci e amministratori locali è venuto proprio in questi giorni un contributo prezioso sui caratteri e il profilo del PD, che deve essere capace di raccogliere le esperienze di autonomia civica e federalista.

Personalità significative del mondo cattolico – da Domenico Rosati a Luigina Di Liegro – hanno sottoscritto un Appello per il PD e deciso di accogliere l’invito dei Cristiano Sociali dei DS ed essere parte attiva alla costruzione del Partito Democratico.

E anche dal mondo socialista sono molte le voci che auspicano la piena partecipazione al PD, consapevoli che un processo di unificazione politica del riformismo italiano non può non includere quella grande storia che è stata protagonista della vita della sinistra e della democrazia italiana.

Peraltro lo Sdi è stato partecipe dell’Ulivo fin dalla sua fondazione e ha contribuito nel 2004 e 2005 al suo rilancio come progetto riformista.

Proprio per questo voglio ancora una volta rivolgere da questa tribuna un appello a Enrico Boselli e ai dirigenti dello Sdi e di altre organizzazioni di ispirazione socialista.

Non corrisponde alla realtà rappresentare il PD – come si è fatto recentemente nel Congresso socialista di Fiuggi – come una riedizione, in scala minore, del compromesso storico. Non solo tutto è radicalmente diverso da trent’anni fa – scenario internazionale, rapporti di forza, identità politiche, culture del Paese – ma soprattutto non è nella nostra volontà riproporre quell’impianto.

Noi vogliamo unire i riformisti italiani. Tutti.
E il Partito Democratico è la casa anche dei socialisti.

E anche gli aspetti su cui oggi lo SDI solleva dubbi e obiezioni potranno essere tanto meglio chiariti e risolti se i socialisti faranno valere le loro proposte nella costruzione del PD.

Siamo sempre stati rispettosi del travaglio – in alcuni passaggi drammatico – vissuto dai socialisti negli ultimi quindici anni. E siamo consapevoli che la dispersione del patrimonio socialista e dei suoi elettori sia stata ragione non ultima dell’impoverimento politico e elettorale del centrosinistra.
E comprendiamo l’ansia e la passione che muove quanti continuano a battersi perché il socialismo riformista sia una presenza viva della politica italiana.

Proprio per questo siamo convinti che una presenza forte e visibile del riformismo socialista nel Partito Democratico può costituire il modo giusto per realizzare la ricomposizione delle forze socialiste fino ad oggi disperse, facendole incidere e pesare in un grande partito.

Per questo ci auguriamo che la “Costituente socialista” possa essere non già una forma di autoisolamento, bensì uno strumento di aggregazione di forze socialiste in vista di una loro partecipazione al Partito Democratico.

Insomma, quel che vogliamo costruire è un percorso largo, aperto, partecipativo. Tutto il contrario di un incontro tra nomenclature, ceti politici o burocrazia.

L’obiettivo è parlare a milioni di donne e di uomini del nostro Paese che chiedono e attendono dalla politica una stagione di novità e di cambiamenti.

Restituire parola ai cittadini, rilegittimare la politica, ricreare fiducia nelle istituzioni: questo ci proponiamo.

E per questo vogliamo subito mettere in campo un processo costituente che parli ai giovani, alle donne, all’associazionismo democratico e civico, al popolo delle Primarie, a quanti si sono riconosciuti nell’Ulivo e ai tantissimi che vogliono una politica innovativa, aperta, pulita.

Un obiettivo da cui discende anche il “come” perseguirlo.

Fin da domani, il processo di costruzione del Partito Democratico dovrà decollare, con la Costituzione del Comitato promotore nazionale presieduto da Romano Prodi e promuovendo in tutta Italia analoghi Comitati promotori – aperti a partiti, associazioni, società civile, cittadini – e avviando subito una fase di largo confronto e discussione sulla prima bozza di Manifesto, che proprio perché carta fondativa del nuovo partito ha bisogno di essere patrimonio condiviso di milioni di donne e di uomini.

E parallelamente proponiamo di promuovere la Costituente delle donne per il PD e i Forum tematici del PD sulla scuola, sulla famiglia, sull’ambiente, sulla ricerca e sui principali assi del nostro progetto, così da coinvolgere nella stesura finale del Manifesto saperi, competenze, professionalità.

Sulla base di questa larga azione partecipativa prepariamo per l’autunno la Assemblea Costituente, eletta dai cittadini sulla base del principio una testa – un voto.
E proponiamo che lì si vari il testo aggiornato ed emendato del Manifesto, si adotti uno Statuto del partito e si lanci la fase finale di costituzione in tutti i Comuni italiani delle strutture di base del PD, fissando la convocazione del Congresso di fondazione entro la primavera del 2008, in modo da presentare il nuovo partito già alle elezioni amministrative parziali del prossimo anno.

Come si vede noi DS crediamo con convinzione alla costruzione di un Partito nuovo, anche nelle forme di organizzazione e nel rapporto con i cittadini.

Anche i partiti, infatti, sono figli del ‘900 e del fordismo, da cui hanno mutuato strutture, gerarchie, rigidità.

Il Partito Democratico vogliamo che sia anche una formidabile occasione per innovare la politica, le sue forme, i suoi linguaggi.

Per questo proporremo nello Statuto del PD norme che prevedano il ricorso alle primarie per la scelta di candidati a incarichi elettivi; che anche nel PD si introduca il limite nel numero dei mandati a incarichi dirigenti; che tutti gli incarichi dirigenti siano a voto segreto; che si applichi la parità di rappresentanza di genere e si apra con coraggio l’accesso di nuove leve a funzioni dirigenti.

E anche la scelta della leadership del Partito Democratico – in coerenza con l’intero impianto aperto di un partito dei cittadini – dovrà essere affidata al voto individuale e segreto di tutti coloro che si riconoscono nel Partito Democratico.

Proporremo che la rete diventi strumento quotidiano di rapporto con i cittadini, sperimentando nuove forme di “democrazia deliberativa”.

E tutto ciò non è affatto in contrasto con l’essere un partito radicato, con centinaia di migliaia di aderenti, con strutture di base in tutti i comuni italiani, con un’attività politica costante, con capacità di formazione e selezione di nuove classi dirigenti, con struttura federale coerente con l’assetto regionalista del Paese.

Lasciamoci definitivamente alle spalle la disputa astratta tra sezioni e gazebo.
Abbiamo bisogno di sezioni perché senza organizzazioni radicate non saprei davvero chi organizza i gazebo.
Ma abbiamo bisogno di gazebo perché altrimenti le sezioni rischiano di rinchiudersi in sé stesse.

E il PD sia un partito che riproponga ad una società spesso sfiduciata e diffidente, i valori etici della responsabilità, della trasparenza, della sobrietà pubblica, dell’onestà personale, del primato dell’interesse generale.
Un partito che si batta per dare attuazione all’art. 49 della Costituzione e per forme di finanziamento trasparenti e certe della politica.
E che non tolleri livelli di indennità e stipendi di politici che i cittadini considerano inaccettabili.

Insomma, un partito, aperto, partecipativo, democratico di nome e di fatto.

E per questo un partito capace anche di contribuire al rinnovamento del riformismo in campo europeo e internazionale.
Quei cambiamenti, infatti, che sollecitano la nascita del PD in Italia, battono alle porte del riformismo in altri paesi.

In tutte le nazioni chiamate al voto negli ultimi due anni – in Italia, Germania, Olanda, Austria, Svezia, Finlandia – il differenziale tra chi ha vinto e chi ha perso si è ridotto a un punto percentuale o poco più.
Segno che i comportamenti dell’elettorato si bipolarizzano sempre di più e che la frammentazione politica non raccoglie la domanda di rappresentanza della società.

E crescono le tentazioni populistiche – non solo a destra – come facile suggestione ad una crisi di rappresentanza con cui tutti gli schieramenti politici hanno difficoltà a misurarsi.

Unire le forze progressiste e riformiste e dare loro un nuovo profilo non è, dunque, soltanto un nostro obiettivo.

Ne ha dato prova il PSE che – anche tenendo conto del nostro progetto – ha riformulato il suo Statuto, dandosi come missione di riunire non solo i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti, ma anche progressisti e democratici dell’Unione Europea.

E su un’analoga apertura sta riflettendo il Gruppo Socialista al Parlamento Europeo, dove già oggi siedono non solo europarlamentari socialisti.

Peraltro chiunque sa che i partiti socialisti e socialdemocratici non sono certo quelli della II Internazionale. Ciascuno di loro ha conosciuto una evoluzione culturale, programmatica, politica – talora anche organizzativa – che ne fanno partiti di centrosinistra dentro cui si ritrova l’arco di posizioni che in Italia si ritrova nell’Ulivo.

E’, dunque, del tutto naturale che un grande partito riformista, quale vuole essere il PD, trovi collocazione là dove si riuniscono le altre forze riformiste europee, che nella stragrande maggioranza sono socialiste e socialdemocratiche.

E’ evidente che il Partito Democratico ha una sua specifica e peculiare identità di partito riformista plurale, che nasce per contribuire ad una più larga unità del riformismo europeo.
Ma proprio in funzione di questo obiettivo è necessario un rapporto forte e strutturato con il Pse. Se si ha l’ambizione di unire il riformismo europeo, non si può eludere il rapporto organico con quella famiglia socialista che ne rappresenta il 90%.

D’altra parte, di ciò sono consapevoli gli amici della Margherita che non a caso pongono la questione della collocazione europea del PD in termini diversi da un anno fa, quando sembrava prevalere la suggestione di dar vita ad una famiglia democratica europea che si aggiungesse alle famiglie politiche esistenti.

Oggi invece si riconosce che l’obiettivo di realizzare un campo riformista più ampio va perseguito “insieme al Pse”.
Bene, proseguiamo il confronto tra noi e con gli stessi socialisti europei per individuare le forme concrete e praticabili di questo impegno comune.

Peraltro all’obiettivo di un campo più largo di forze riformiste e progressiste tende anche l’Internazionale Socialista, che già oggi è costituita per quasi metà dei suoi 185 partiti da forze di ispirazione culturale diversa dall’esperienza socialista.
E i rapporti sempre più stretti che il Presidente dell’I.S. Papandreou sta promuovendo con Democratici americani, con il Partito del Congresso Indiano e con il Partito dei Lavoratori di Lula, possono consentire al nostro Partito Democratico di collocarsi nello stesso percorso, che potrà essere favorito da atti politici e simbolici con cui l’Internazionale Socialista prosegua il cammino di apertura alle principali forze democratiche e progressiste del mondo intero.

Sono, dunque, questi i lineamenti e i caratteri del progetto del Partito Democratico, che dovranno essere ulteriormente definiti e precisati nel corso del processo costituente.

Proprio il carattere aperto, democratico, partecipativo che tutti auspichiamo, esclude un progetto chiavi in mano, prendere o lasciare.
Al contrario sarà proprio dal contributo di tutti i protagonisti – e in primo luogo dei cittadini – che dovrà derivare il profilo e la forma del nuovo partito.

La rete di Comitati promotori dovrà essere l’occasione per un coinvolgimento largo, insieme ai partiti, di associazionismo democratico, cittadini e articolazioni della società.

Il Manifesto per il PD – redatto da un gruppo di personalità indicate da Romano Prodi – dovrà adesso essere lo strumento di un largo confronto che consenta di emendarne il testo, raccogliendo integrazioni, arricchimenti, proposte, in vista di redigere un nuovo testo aggiornato, da sottoporre all’Assemblea Costituente.

Così anche lo Statuto del nuovo Partito – che proponiamo sia redatto da un gruppo di lavoro aperto e composto per metà da donne e per metà da uomini – dovrà essere ampiamente discusso per farlo poi assumere dall’Assemblea Costituente.

Insomma: un processo in cui nulla è scontato e definito a priori, ma tutto va costruito con procedure democratiche e trasparenti, consentendo di esserne partecipe anche a chi fino ad oggi ha espresso opinioni contrarie o critiche alla formazione del PD.

Alle compagne e ai compagni che hanno votato la mozione Mussi esprimendo contrarietà al PD, non chiedo di rivedere o revocare le proprie opinioni. Chiedo di essere impegnati con noi – e con le loro idee, le loro proposte, le loro suggestioni critiche – nella costruzione del nuovo partito.
E peraltro in un grande partito riformista c’è tutto lo spazio anche per chi esprime una maggiore radicalità politica.

E ai compagni che votando la mozione Angius hanno inteso sottolineare l’esigenza di introdurre correzioni e integrazioni al percorso fin qui condotto – proposte in buona parte condivisibili e che intendiamo raccogliere – chiedo di far valere le loro proposte nel cantiere del PD.

Lungo il percorso non mancheranno le occasioni per operare tutte le verifiche necessarie e, in ogni caso, all’indomani dell’Assemblea Costituente, questa Assemblea Congressuale – che a norma di Statuto rimane in vita tra un Congresso e l’altro ed è la sede di decisione democratica più larga – sarà riunita per valutare l’andamento del processo costituente e assumere gli adempimenti successivi.

Veniamo tutti da una lunga storia segnata ripetutamente da rotture e scissioni, nessuna delle quali è stata foriera di maggiori opportunità per la sinistra e le sue battaglie.

Tra le tante eredità del ‘900 da non portarsi in questo nuovo secolo c’è anche questa: l’idea che separarsi sia il modo giusto per risolvere i problemi. Non è così.

Non sottovaluto naturalmente la suggestione di un’aggregazione di sinistra radicale che si affianchi al Partito Democratico, anche se là dove si è realizzata, ha suscitato più che alleanze tra riformisti e radicali, nuove conflittuali competizioni.
Quel che è certo, in ogni caso, è che una simile aggregazione non si collocherebbe nella famiglia del socialismo europeo.

Né mi pare francamente auspicabile la nascita di un ulteriore “movimento per l’unità della sinistra”, che come primo atto realizzi un ulteriore divisione.

E appare non meno problematica una fusione con lo SDI, dalle cui proposte, la sinistra DS appare assai distante.

Davvero da questa tribuna rivolgo un appello a tutte le compagne e i compagni perché prevalgano unità e coesione.

So di poterlo fare non solo a nome della maggioranza che ha vinto il Congresso, ma interpretando i sentimenti anche di tante compagne e compagni che pure hanno votato per le altre mozioni, ma che non vogliono nuove divisioni e hanno a cuore prima di tutto l’unità nostra e del centrosinistra.

D’altra parte, il Partito Democratico non rappresenta davvero la fine della nostra storia.
Quei valori per cui la sinistra è nata, è vissuta e vive sono più attuali che mai, più necessari che mai.
Socialismo e sinistra sono parole di cui il mondo ha ancora bisogno. Parole che noi intendiamo continuare a pronunciare.

No, non arrotoliamo le nostre bandiere.
Quelle bandiere, insieme alla nostra storia, le portiamo nel Partito Democratico, dove incontreremo donne e uomini che venendo da storie e culture diverse, vogliono come noi battersi per un mondo libero, giusto, solidale.

E vogliono battersi con noi, guardando al futuro con la stessa nostra speranza, la nostra stessa fiducia.

Care compagne e cari compagni,
grava sulle nostre spalle una gigantesca responsabilità verso l’Italia e gli italiani, verso la sinistra, verso noi stessi.

A questo appuntamento arriviamo lungo un cammino che ci ha visto protagonisti della ricostruzione del centrosinistra e della rinascita dell’Ulivo.
Un cammino lungo il quale – dal 2002 a oggi – ogni passaggio elettorale è stato l’occasione per consolidare e allargare i consensi del centrosinistra, espandere le sue responsabilità di governo locale e regionale, acquisire credibilità alla sua proposta di Governo.

Non ci sfugge che le urne del 2006 ci dicono che la destra è ancora forte e che raccoglie i consensi di metà del Paese.
Quegli italiani che si sono riconosciuti nella destra – e ancora le hanno concesso il voto nelle elezioni politiche dell’anno scorso – noi non li abbiamo mai considerati nemici.
Sono cittadini del nostro Paese a cui noi ci rivolgiamo per dire loro che – con il Partito Democratico – vogliamo raccogliere anche le loro ansie, le loro aspettative, le loro speranze.

E tra qualche settimana quando si voterà a Genova, Palermo, Verona, Gorizia, La Spezia, Frosinone, Lucca, Lecce, Taranto e in tante altre città e province, noi ci rivolgeremo a tutti gli elettori – a chi ha già avuto fiducia in noi e chi ancora deve essere convinto – per raccogliere un consenso largo e maggioritario intorno al centrosinistra, alle sue candidate e ai suoi candidati.

Siamo consapevoli di quanto decisivo oggi sia il ruolo dei Democratici di Sinistra, per la forza di cui disponiamo, per le radici che abbiamo, per il credito di cui godiamo.

Lo dimostrano i 7.000 Congressi di Sezione, i 255.000 partecipanti che hanno discusso e votato con scrutinio segreto, le centinaia di iniziative pubbliche promosse in ogni città italiana.
Cifre significative che smentiscono qualsiasi caricatura del nostro Partito e della sua vita democratica.
Cifre che non hanno eguali nell’esperienza di nessun altro partito europeo.
Cifre che soprattutto indicano quanto sia consapevole il nostro popolo della posta in gioco e delle decisioni da assumere.

E per questo desidero ringraziare tutti i nostri iscritti – e in particolare i Segretari di Sezione e i nostri dirigenti locali, provinciali e regionali – che con la loro passione e generosità hanno contribuito ad una stagione democratica così intensa e straordinaria.

Così come ringrazio Fabio Mussi e Gavino Angius – e le compagne e i compagni che li hanno sostenuti – per il contributo che hanno fornito a rendere il nostro confronto vero e libero.

E mi permetterete di ringraziare quei 200.000 compagni che hanno accolto la proposta da me avanzata e mi hanno rieletto per la terza volta alla guida del nostro Partito, affidandomi il compito di condurre i DS al Partito Democratico: voglio loro dire che sento tutta la responsabilità che mi viene da un attestato di fiducia così ampio e – come sempre – spenderò ogni mia energia perché tanta aspettativa sia onorata nel migliore dei modi.

Siamo un partito in piedi e in campo, che giunge a questo appuntamento avendo superato il grave trauma della sconfitta del 2001.
Un partito che ha riconquistato iscritti, capacità di iniziativa, consensi elettorali, credibilità e autorevolezza.

E la manifestazione più significativa – e di cui dobbiamo essere tutti orgogliosi – è la nuova leva di giovani dirigenti che in questi anni ha via via preso nelle proprie mani il nostro partito.
Che oggi due terzi dei Segretari regionali e dei Segretari provinciali abbiano meno di quarant’anni è un fatto prezioso non solo per noi, ma per il Partito Democratico che dobbiamo costruire.

Al processo costituente del Partito Democratico noi Democratici di Sinistra andremo, dunque, con l’esperienza delle nostre organizzazioni, il patrimonio delle nostre proposte, il credito dei nostri gruppi dirigenti.

La nascita del Partito Democratico è l’approdo finale di un percorso che deve essere costruito, con le modalità ampie e partecipative che abbiamo indicato.

Perché noi parteciperemo a ogni passaggio del percorso costituente – Comitati promotori, Forum tematici, Manifesto, Statuto, Assemblea costituente –con la ricchezza delle nostre elaborazioni e delle nostre esperienze.

Le nostre organizzazioni di base, i nostri gruppi dirigenti, le nostre strutture di lavoro devono essere consapevoli che da oggi l’asse centrale di tutta la nostra attività è la costruzione, insieme ai nostri partner, del Partito Democratico.

E che al Partito Democratico deve essere finalizzata ogni nostra iniziativa, a partire dalla prossima stagione delle Feste de L’Unità che dovranno essere le “Feste della doppia U: Unità e Ulivo”.

Insomma, del “se” abbiamo discusso e deciso. Adesso è il tempo del “come”, il tempo della costruzione concreta e effettiva di un nuovo partito.

E questo richiede anche che le nostre strutture di lavoro e di direzione siano più snelle e agili, concentrate nella tessitura unitaria del processo costituente e nella costruzione del nuovo partito.
Dobbiamo rendere pienamente partecipi di questa stagione iscritti e militanti, i nostri amministratori locali, i nostri parlamentari, le personalità più significative di cui disponiamo in ogni territorio.

E io stesso chiederò alle più autorevoli personalità del nostro partito – a partire dal compagno Massimo D’Alema – di essere ancor di più al mio fianco per esercitare insieme e al meglio l’attività dirigente in un passaggio così cruciale.

Ci muove la convinzione profonda e radicata di quanto sia giusto, necessario, urgente dare all’Italia una grande forza democratica, riformista, progressista.

Sappiamo che ogni innovazione non è immune da rischi e contraddizioni.

E sappiamo che di fronte a sfide impegnative scatta istintivo uno spirito di autoconservazione tanto più intenso quando evoca sentimenti forti, passioni radicate, emozioni vissute.

E’ sempre così.
Vale forse la pena di ricordare che anche la Cgil nacque cento anni fa a maggioranza, in una tempestosa assemblea di rappresentanti di camere del lavoro e leghe sindacali, con una parte dei delegati che denunciava il venir meno degli ideali socialisti e del mondo del lavoro.
Oggi certamente nessuno rimpiange che la Cgil sia nata e sia stata straordinaria protagonista di ogni passaggio della vita democratica dell’Italia.

Guai a credere che stare fermi, rifugiarsi nell’identità, coltivare le nostalgie della memoria, sia sufficiente per esercitare il ruolo politico a cui la sinistra aspira.

Non è così.
La fecondità di una forza politica sta nel suo essere in sintonia con la società e la sua costante evoluzione.
Sta nella funzione dinamica e sociale che esercita.
Se continua a essere valida la lezione di Bernstein sul “socialismo come movimento e non come processo verso fini già definiti“ e se è vero che il “movimento fa la storia”, chi fa politica – cioè chi ha l’ambizione di guidare una società e i suoi processi – ha il dovere di essere sempre in cammino.

D’altra parte, se guardiamo a tutta la nostra vicenda storica la lezione che traiamo è proprio questa: conoscere la realtà per trasformarla.
Questo ci ha insegnato il pensiero, tuttora fecondo, di Antonio Gramsci, di cui tra qualche giorno ricorderemo il 70° anniversario della morte, dopo oltre un decennio di sofferenze nelle carceri fasciste.

Questo ci hanno insegnato altri dirigenti che nel loro tempo spesso furono anticipatori e “eretici”, come Giuseppe Di Vittorio.

Questa continua a essere la lezione morale e politica di Enrico Berlinguer, l’uomo degli strappi, delle vie inesplorate, della navigazione in mare aperto.

E questa è l’esperienza anche degli anni più recenti, in cui ciascuno di noi è stato sollecitato a innovare pensiero, azione, strumenti per rispondere alle sfide, alle domande, ai bisogni di una società in continuo movimento.

Ci muove, in questa nostra tensione al cambiamento, la forza della nostra storia.
Fatta di conquiste, successi, vittorie di cui siamo orgogliosi. E anche di sconfitte e di tragedie, alla cui responsabilità non ci sottraiamo.

E soprattutto una storia fatta della passione, della generosità, della dedizione, del sacrificio di milioni di donne e di uomini del nostro Paese.
Una storia che ci appartiene, ma che appartiene non solo a noi.
Appartiene all’Italia.

Certo, della storia non si può essere prigionieri.

La storia la si scrive governando il presente e progettando il futuro.

“Il futuro non è più quello di una volta!” recita un graffito sul muro di una stazione della metropolitana di Milano.
E, in quell’invocazione ironica c’è tutta l’insicurezza esistenziale di una generazione che – nonostante sia più istruita e viva in una società più ricca – ha spesso meno opportunità e certezze delle generazioni che l’hanno preceduta.

Il bullismo, così come l’aumento di uso di sostanze dopanti e di droghe da parte di adolescenti, ci parla di una gioventù fragile e insicura, segnata da un’ansia di competizione che svilisce le relazioni interpersonali e accresce la solitudine esistenziale.


Al centro della nostra sfida ci sono loro, le ragazze e i ragazzi italiani a cui vogliamo offrire opportunità, aprire porte, restituire speranza, fiducia, futuro.

Sì, certo perché il Partito Democratico non lo facciamo certo per noi o per le generazioni precedenti.
Il Partito Democratico lo pensiamo per chi nel 2010 avrà vent’anni.
Per chi è nato e cresciuto nell’Europa nuova che non ha più muri.
Per chi la paghetta l’ha ricevuta sempre in euro.
Per quel giovane che ci ha detto: “ma questo PD cosa dice del fatto che non fa più freddo?”

Per chi vuole scommettere sul proprio talento, vuol mettersi alla prova, vuole realizzare le proprie aspirazioni di vita.
Per quei ragazzi che dopo anni di studio vogliono un lavoro non insidiato dalla precarietà.

Per quelle ragazze e quei ragazzi che vogliono potersi sposare, vivere in una casa propria, avere dei figli.

Per questo abbiamo scritto nello slogan di questo Congresso: “Una forza grande come il futuro”.

E costruire il futuro è ciò che vogliamo fare, insieme a chi ha scelto di condividere con noi questo nuovo appassionante cammino.

Il futuro nostro e dei nostri figli dipende da noi, dalla storia che sapremo narrare , ma soprattutto dalla storia che sapremo scrivere.

Il futuro è adesso. E qui inizia una nuova storia.
E sono sicuro che, la sapremo vivere con la passione, la generosità, il coraggio che richiedono le grandi imprese.

Ce la faremo, amici, compagne e compagni.

Sì, per noi, per i nostri figli, per l’Italia, ce la faremo!

 

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