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"Così nascono le nuove
possibilità della nostra storia"

David Bidussa


Quello che segue è il testo dell’intervento tenuto dall’autore al congresso nazionale dei Democratici di Sinistra a Firenze 21 aprile 2007.


Credo che il nostro presente ci consegni una sfida culturale e politica cui non possiamo, né dobbiamo sottrarci. Questa si volge a come rispondere al nuovo entusiasmo religioso, alle identità forti di appartenenza, contro le identità ibride, plurime, molteplici che rappresentano la quotidianità profonda di ciascuno di noi. Di questo vorrei dire in questo mio intervento, secondo le parole del mio mestiere, quello dello storico sociale delle idee.

Qualcuno ha detto che questo non è un congresso di addio, di chiusura, ma è una tappa all’interno di un processo. In questo processo si trovano coinvolti individui che hanno storie ed esperienze diverse tutti accomunati da un aspetto: quello di sapere che la propria identità e la propria storia non esauriscono il profilo complessivo di quel soggetto politico cui stiamo lavorando. In breve la consapevolezza di essere contemporaneamente “a casa” e “fuori casa”; di essere in diaspora e non in esilio. E’ una distinzione importante e su cui torneò in conclusione di questo mio intervento.

Noi viviamo il passaggio alla società multietnica. La multietnicità non è una condizione naturale. Non riguarda il chi compone una società, bensì il come si rapportano tra di loro gli individui che ne fanno parte.
La società multietnica non è facile. Ci chiederà di combattere. Prima di tutto con noi stessi, con la storia politica e sociale, con i simboli, con le parole, che ci portiamo dentro.

All’inizio della nostra storia sta l’idea di comunità e la convinzione che il domani, la società del futuro, sia una estensione infinita della comunità di cui noi facciamo parte. I grandi partiti di massa del Novecento sono stati questo: uno straordinario incontro di persone convinte che il futuro non solo li riguardava in prima persona ma quel futuro non sarebbe stato altro che l’estensione numerica di una comunità di cui già facevano parte.
Questo modello è entrato in crisi quando ci siamo resi conto che occorreva prendere in carico la sfida interculturale. Una sfida che consiste nel coniugare un sistema di regole che vincola tutti con il fatto che la presenza di più soggetti obbliga a riconsiderare come tutti insieme stiamo in una società aperta, fatta di attori sociali e culturali differenti, ma che nel tempo si trasformano. Ciascuno e insieme.

“Contrariamente a ciò che in genere credono gli stranieri - ha scritto il politologo inglese Ernest Gellner – una tipica donna musulmana non indossa il velo perché così faceva sua nonna, ma perché sua nonna non lo faceva. Col velo la nipote festeggia la propria appartenenza a quel gruppo, e non la propria lealtà nei confronti della nonna”.
Non vale solo per gli islamici. Nei processi di nuovo entusiasmo religioso non si celebra la continuità di un gruppo, bensì la sua discontinuità. E’ questa discontinuità a rappresentare la sua “contemporaneità”. Come scrive il grande storico Marc Bloch: “Gli uomini somigliano al loro tempo, più che ai loro padri.” Così anche per noi.

Abbiamo di fronte a noi due diverse sfide. Sapendole guardare e affrontare contemporaneamente noi saremo in grado di andare “con il nostro tempo”. Ovvero saremo in grado rispondere alle questioni che il nostro tempo ci pone.

La prima sfida riguarda il tipo di società che desideriamo per noi e che vorremmo dare in consegna a chi verrà dopo di noi, come risposta alle sfide della globalizzazione e della multietnicità nella nostra società. Possiamo decidere che vogliamo stringere con i nostri nuovi vicini di casa un patto di genetica della salvezza. In questa prospettiva chiediamo loro di smettere di essere ciò che sono; chiediamo loro - perché padroni a casa nostra - di aderire al nostro “Io”. Chiediamo loro di abbandonare la propria storia. Questa non è mai stata la nostra ipotesi.

La nostra ipotesi è stata l’idea che si potesse pensare a una società aperta e dunque a un patto di rigenerazione universale in cui ogni volta, ciclicamente, la nostra società è l’insieme di soggetti diversi che si incontrano e danno vita a nuove sintesi. Quei soggetti sono il risultato e la sommatoria di singole parti che si trasformano, si ibridano e dunque si modificano (senza dimenticare, tuttavia, che dobbiamo fornire i nostri nuovi vicini di strumenti che consentano loro di crescere con noi: ovvero una lingua con cui comunicare, dei servizi per cui la loro vita materiale sia decente, delle scuole per i figli,….).
Dunque noi siamo per il patto di rigenerazione universale.

Ma questa scelta da sola non basta. Noi dobbiamo affrontare una seconda sfida.
Nell’epoca della delocalizzazione, della cultura del “non luogo”, come ha detto l’antropologo Marc Augé, noi dobbiamo scegliere se optare per la dimensione dell’esilio o per quella della diaspora.
Che differenza c’è tra esilio e diaspora? Fisicamente nessuna, si vive in un luogo che non è quello che si sogna. La differenza è mentale ed è rilevante.
Chi è “in esilio” si pensa come un diaframma. Non solo aspira a tornare laddove crede sia il suo passato, riconoscendo a quel luogo la possibilità di continuare a esistere nella storia, ma ha un rapporto fermo con il proprio passato. Per esistere nella storia non si tratta solo di tornare, ma di rifare tutto quello che c’era prima. Pensarsi “in esilio”, significa essere culturalmente impermeabili al tempo. Considerare che le sollecitazioni culturali, i cambiamenti del tempo, il contatto con le culture diverse dalla propria siano una distrazione e un tradimento rispetto alla propria identità.

Chi è “in diaspora” si pensa come una spugna. Si trasforma nel tempo, si appropria di molte cose, e le rimescola più o meno coerentemente con ciò che si trasporta dal passato. In una parola si ibrida e si assimila.
Noi dobbiamo essere diasporici per pensare a domani, con la consapevolezza che ciò non significa dimenticare la propria condizione di partenza, ma solo non pensare con nostalgia al proprio sradicamento. Le sfide che riguardano noi nella società multietnica, riguardano noi nella impresa del partito democratico.

Decidere non è mai facile. Soprattutto se decidere significa prendere congedo da una parte di sé. Lasciare alle spalle definitivamente qualcosa. La sfida è con quale prospettiva si compie questo passaggio.
Nell’esperienza storica delle minoranze che sono transitate per luoghi non propri nel tempo, ogni nuovo spostamento richiedeva che si lasciassero cose perché non tutto era consentito portarsi via. Per mancanza di tempo, ma anche perché si doveva partire con poche cose. Ogni volta si trattava di scegliere. In quella scelta c’era lo strappo dal passato, ma anche la possibilità di trattenere nelle propria memoria quanto più possibile di quel passato. E poi di riconnetterlo, sempre diverso, mutevole, in una nuova condizione.

Questa è la diaspora. Non il rifiuto del passato, né l’impossibilità di averne uno, ma l’accettazione serena che il passato non si perde. Si riscrive e si rimodella attraverso le sfide del presente. Talora, forse, anche lo si ritrova, ma mai identico al prima e comunque senza tradirlo. In ogni caso il passato non dice chi siamo, ma è parte di ciò che diventiamo. Ha scritto Vittorio Foa nelle sue memorie: “La nostalgia del futuro è partire dalle cose amate per cercare”.
Non c’è la fine della storia. Ma la nascita di una nuova possibilità. Questo siamo noi oggi. Ed è per questo che siamo qui.

 

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