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320 - 02.05.07


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“Serve superare le
durezze dell'identità”

Giuliano Amato


Il testo che segue è il testo dell'intervento tenuto dall’autore al congresso nazionale dei Ds il 21 aprile 2007.

Sono qui da vecchio socialista per dirvi che credo nel Pd e che sarò con voi e con tutti coloro che fuori di qui lavoreranno alla sua costruzione.

E voglio in primo luogo ringraziarvi per l’impegno unitario e per il coraggio - che per primo e più di tutti ha dimostrato Piero Fassino - con il quale affrontate un cambiamento che è necessario per consegnare alle giovani generazioni una forza politica che si misuri con il futuro e non più con le sfide e i contrasti su cui la mia generazione ha consumato (non certo inutilmente, ma il passato è passato) i suoi anni migliori.

Si compie così un processo al quale ho dedicato io stesso il mio impegno politico di questi anni, anni nei quali ho rappresentato nella Presidenza del Pse i due partiti italiani che ad oggi ne fanno parte, i Ds e lo Sdi. E l’ho fatto nell’aspettativa, che evidentemente era condivisa da entrambi i partiti che mi conferirono questa rappresentanza congiunta, che essi sarebbero giunti all’unità anche in patria. Ho incarnato per anni l’aspettativa europea di tale unità e mi amareggia profondamente che nel momento in cui essa può finalmente realizzarsi, uno dei due partiti si chiami fuori, così come mi amareggia che vi sia chi lo fa anche fra i Ds. Scissioni e separazioni danno una forza momentanea ai loro protagonisti, ma indeboliscono sempre il movimento. Non a caso sono sempre vissute dai nostri iscritti con autentica sofferenza, come le disgrazie. Per questo mi unisco all’augurio fatto da Piero nella sua relazione introduttiva a proposito della Costituente socialista, l’augurio che finisca per essere essa stessa un passo verso una successiva più larga unità nel Pd.

I socialisti hanno sempre avuto ambizioni più grandi di loro. Le ebbero a fine Ottocento: niente di meno che cambiare il mondo. E il mondo, grazie alle loro lotte, riuscirono a cambiarlo. E perché oggi la loro grandezza e la loro lungimiranza dovrebbero esprimersi nel chiudersi in un recinto che porta il loro nome e non nel portare la loro storia, i loro valori e le loro aspettative in un contesto più ampio, capace non solo di unire tutti i riformisti, ma, su questa base, di ricondurre al riformismo le tante e diversificate inquietudini che attraversano le nostre società e il mondo intero e rischiano di trasformarlo in un gigantesco e ingovernabile groviglio?

Nel suo libro più recente, Second Chance, Zbigniew Brzezinski vede come frutto principale fatto maturare dalla globalizzazione la ormai sterminata comunità senza frontiere di quanti, in ogni parte del mondo, chiedono eguaglianza e il riconoscimento della propria dignità. La globalizzazione ha fatto maturare questo frutto, ma tutto ciò ha alle spalle - dice Brzezinski - il moto avviato nel Settecento dalla Rivoluzione francese grazie al protagonismo della borghesia, continuato dal movimento socialista che lo estese alle masse dei paesi industriali, entrato poi nei paesi già coloniali grazie ai movimenti indipendentisti ed oggi penetrato in ogni angolo e in ogni ceto sociale.
Questo frutto è una straordinaria espansione dei principi per cui noi ci siamo battuti e il segno tangibile della realizzazione della nostra speranza, quella di vivere in un mondo in cui ogni uomo abbia la stessa libertà e gli stessi diritti di ogni altro e ciascuno possa così realizzare il suo progetto di vita.

Ma attenzione, la durezza e le diversificate fattezze della realtà non consentono a questa grande e sacrosanta aspirazione di esprimersi in forme che la rendano gradevolmente riconoscibile e convogliabile nei canali di cui ci servimmo nel secolo scorso. Al contrario essa non solo assume forme diverse, ma si identifica, in parti diverse del mondo, in miti e aspettative che in più casi vanno più disinnescate che assecondate: da Chavez o Morales in America Latina, al riscatto di una identità islamica fiammeggiante e vendicativa in Oriente, alle lotte sovrastate da identità razziali o tribali in Africa, all’inquietudine frustrata che abbiamo di fronte nei paesi più avanzati, dove diminuisce stabilmente da anni la quota della ricchezza prodotta che va al lavoro e aumentano i precari, aumentano i prodotti importati a basso prezzo e aumentano le immigrazioni che affollano il mercato del lavoro. Ne escono contrapposizioni laceranti, divisioni interne.

Ecco allora il grande compito della politica riformista, che è quello di unire, di uscire quindi di casa per costruire case più grandi nelle quali ciò che oggi tende a lacerarsi venga ricucito, filtrato all’insegna di principi condivisibili e condivisi e quindi ricomposto in identità comuni all’insegna di più estesi diritti e di più eguaglianza. E’ ciò che fece il socialismo di fine Ottocento che fu capace di dare, nel suo progetto futuro, una identità comune tanto ai lavoratori che l’industrializzazione stava spogliando del loro lavoro, quanto a quelli a cui stava dando un lavoro senza diritti. Non precostituiamo allora delle critiche di comodo nei confronti del partito che si vuole creare. Ciò che esso dovrà fare non sarà annacquare il messaggio, sarà caso mai annacquare le punte identitarie che impediscono l’unità all’insegna di un messaggio più forte e più condiviso.

Ne discendono due conseguenze.
La prima è che dobbiamo attrezzarci, tutti, a capire le ragioni degli altri. A far valere, certo, la forza di quei principi e valori che riteniamo universali e che debbono contaminare le culture che ancora non li riconoscono. Ma anche a saper superare quelle durezze identitarie che non servono a questa affermazione e che possono per ciò stesso ostacolare una più larga identità comune.

Se di questo si tratta, se ciò che dobbiamo unire sono tanti fili diversi, nutriti oggi da culture, da paradigmi mentali, da giudizi e pregiudizi diversi, è davvero paradossale e scoraggiante che taluno ritenga ostativo al successo del Partito democratico l’incontro che in esso vogliamo realizzare fra riformismo di matrice socialista e riformismo di matrice cattolica, fra non credenti e credenti. In un mondo come quello di oggi, in un mondo dove tante diversità accampano uno spazio per le loro verità, storiche o religiose che siano, in un mondo sul quale incombe il rischio della distruzione, rischio che no istessi abbiamo provocato con l’azione umana, che vi sia in tutti il senso del limite: il limite al di là del quale l’imposizione della propria verità può lacerare la società e distruggerne il bene comune, e il limite, per converso, al di là del quale l’espansione delle libertà di ciascuno può portare al medesimo risultato.

E’ dunque giusto chiedere alle religioni, a tutte le religioni, di non pretendere di islamizzare la società civile, una società nella quale esse convivono con altri. Ma comincino i laici come me con l’ammettere che le colonne d’Ercole ci sono per tutti e che sbaglia chi ritiene che la laicità possa liberarcene e portarci in un assoluto senza limiti. E prendiamo atto che le religioni e la loro forza conformativa dei comportamenti umani hanno uno straordinario potenziale nel far prevalere fra gli uomini il messaggio della comprensione reciproca, dell’amore e quindi della pace. Il dialogo e l’incontro partono da qui.

La seconda conseguenza di questa universale aspirazione alla dignità e alla libertà investe direttamente la sfera politica e i modi in cui la si organizza e quindi i modi stessi della forma partito. Attenzione, non si può predicare il riscatto di ciascuno, il diritto di ciascuno di esserci, di dire e di far valere la sua, e poi chiudersi in strutture oligarchiche, tagliare le gambe ai nuovi accessi, affidarsi per decenni agli stessi dirigenti. Io mi guardo bene, e invito gli altri a guardarsi, dal predicare assemblearismi, democrazia soltanto diretta, decisioni per sondaggio e quant’altro. So bene che questo significa in realtà scivolare verso il populismo e porre le premesse di sistemi autoritari. Credo alla democrazia rappresentativa e so che la partecipazione ne è un complemento essenziale, non un sostituto. Ma le élites devono essere davvero mobili , aperte, rinnovabili e rinnovate.

Non si fa un partito per il ventunesimo secolo se lo si organizza come quelli del ventesimo. Come lo si deve fare? Non lo so interamente, aspetto io stesso di impararlo. Ma intanto si faccia davvero ciò che tutti promettono, ma che San Tommaso, francamente, ha il diritto di vedere: si faccia realmente scaturire la Costituente del nuovo partito da elezioni aperte a tutti coloro che vorranno riconoscersi in esso, così come fu fatto con le primarie che candidarono Prodi. E che vi sia spazio per tutti, anche nella presentazione delle candidature.

Non ha da esserci discriminazione alcuna per chi è iscritto e militante di partito, quasi che popolo o società civile fosse solo chi non è né iscritto né militante. Questo è davvero inaccettabile. Ma altrettanto inaccettabile sarebbe se cancellassimo, o solo mortificassimo, la bellissima esperienza che abbiamo alle spalle, l’esperienza dell’Ulivo e delle aggregazioni che in suo nome abbiamo saputo costruire, raggiungendo anche i tanti che si riconoscono nell’insieme pur senza aderire a nessuna delle sue componenti.
Scriveva Alfredo Reichlin, un uomo a cui tutti dobbiamo molto, ma davvero molto e specie in questa occasione, che ha ragione Prodi nel volere la prima tessera non per sé, ma per una ragazza giovane. E tuttavia aggiungeva: “Su questo siamo tutti d’accordo, il problema però è un altro. E’ cosa dire alla ragazza di Prodi”. Giusto Alfredo. Ma facciamolo dire a lei, mettiamola in condizione di farlo.

Forse avrà bisogno anche della nostra esperienza. Ma che la politica riceva contenuti e prospettive dai giovani e dai tanti che oggi la guardano da fuori, è un’esigenza vitale per ragioni che non investono solo il diritto a partecipare. Diciamo la verità. Lasciata a se stessa la comunità politica esistente - e mi riferisco non solo ai noi che facciamo politica, ma ai commentatori, agli editorialisti e a tutti gli addetti e interessati ai lavori - è tutto un insieme che sembra scaldarsi soprattutto quando celebra anniversari, quando fruga nel passato, quando può risalire alle radici. Ebbene le radici contano, ma non possiamo chiuderci dentro di loro, non possiamo far scandire il nostro calendario futuro dagli anniversari che verranno, non possiamo consegnare il futuro al passato. Per questo ci serve la ragazza di Prodi e ci servirà ascoltare e dare spazio a tutti coloro che del futuro dovranno essere i protagonisti.
Vedrete. Ci parleranno di un mondo nel quale la ricchezza che si produce cresce, ma crescono anche le distanze nella sua distribuzione e i pochi hanno troppo mentre i più non hanno l’essenziale. Ci aiuteranno a capire che ci sono modi, per nulla eversivi ma nuovi rispetto al nostro vecchio bagaglio, per mantenere alto il livello della produzione, ma far accedere di più i più alla ricchezza prodotta.

Ci parleranno della loro solidarietà e, perché no, delle loro incomprensioni e dei loro timori davanti ai tanti che vengono da noi a vivere una vita che sperano migliore. Ci parleranno dei loro bambini, che in tanti casi rischiano di perdere la corsa della vita già ai blocchi di partenza, delle umiliazioni che una donna deve ancora patire perché è donna, di un progresso economico al quale non possiamo consentire di distruggere l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo, il pianeta in cui i loro figli domani avranno diritto di vivere. Dell’Europa, alla quale anche per questo i giovani, più di noi, sanno affidare le loro speranze. E noi allora ci accorgeremo che i valori, le aspirazioni, le indignazioni e le speranze del nostro passato hanno ancora un senso e che a loro le dobbiamo trasmettere. Potremo a quel punto seppellire i nostri morti. Ma porteremo dentro di noi quello che ci hanno insegnato.

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