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319 - 17.04.07


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Mosca-Grozny, viaggio
lontano dalla normalità

Francesca Sforza


Mangiare, bere, amare, credere. Questo si incontra se si fa l’esperimento di ridurre al minimo il tratto coercitivo del termine “normale”, prima che si trasformi in una piattaforma di esercizi per definire ciò che vogliamo e ciò che non vogliamo. Né mangiare né bere, né amare né credere sono, in Cecenia, cose normali. Il resto,
poi, è affidato al capriccio di pochi, e raramente si struttura in base a principi di non violenza. La fragilità di un presunto vivere “normale” si rivela, dentro i confini delle isolate repubbliche nordcaucasiche,
nella tenacia con cui il Cremlino ha voluto imporre la strategia della “normalizzazione”. Piú quest’ultima si imponeva, meno la normalità mostrava il suo volto umano.

Cominciamo dalla storia: il termine “normalizzazione” è stato coniato dagli spin doctor del presidente russo Vladimir Putin nel 2001, ed è stato sempre utilizzato per avvalorare la tesi della fine della guerra e la ripresa della ricostruzione. Solo che ogni volta ne succedeva
una, e la parola, faticosamente tenuta su dalla politica, cadeva con regolarità sotto i colpi degli accadimenti reali. Il 23 ottobre 2002 – quando la “normalizzazione” aveva da poco compiuto il primo anno di vita – un commando ceceno fa irruzione nel teatro moscovita della Dubrovka, minacciando di farlo saltare in aria insieme ai 700 spettatori tenuti in ostaggio, se le truppe
russe non si fossero ritirate dalla Cecenia. Un blitz delle teste di cuoio russe armate di gas tossici la cui composizione non è mai stata resa nota scattò all’alba del 26 ottobre. Il bilancio ufficiale fu di 50 morti tra i terroristi e di 129 tra i civili. Di questi 125 non hanno
retto agli effetti dei gas.

Si torna a parlare di normalizzazione nel marzo 2003, con la decisione di Putin di convocare un referendum per l’adozione della Costituzione e per approvare la successiva convocazione di elezioni presidenziali prima e legislative poi. Nel gennaio 2004 persino Colin
Powell, allora Segretario di Stato degli Stati Uniti, impegnati a 360 gradi nella lotta al terrorismo, dichiara: “La Cecenia fa parte della Russia e la soluzione del problema è una questione interna alla Federazione Russa”.

Forte anche del sostegno politico internazionale, la normalizzazione sembrava riprendere quota, ma il primo settembre 2004 la scuola n. 1 di Beslan, cittadina del Nord Ossezia, al confine con la Repubblica d’Inguscezia, viene assaltata da un commando composto da guerriglieri ceceni e ingusci. Per quattro giorni 32 terroristi hanno tenuto sotto sequestro 1.200 persone. Il caotico intervento delle forze speciali russe, in una piazza che per giorni aveva covato rabbia e
raccolto armi – al punto che chiunque, al momento del blitz, era armato fino ai denti – non è servito a impedire un bagno di sangue: 331 morti, di cui 186 bambini.

Dopo Beslan ci vorrà un po’ prima di tornare a parlare di normalizzazione, ma succede di nuovo, succede alla fine del 2005, per la precisione il 23 novembre, giorno delle elezioni del primo parlamento ceceno, al termine delle quali sale ufficialmente al potere, in qualità di premier, Ramzan Kadyrov, figlio spregiudicato del già
spregiudicato Akhmad. Quest’ultimo, lo ricordiamo, era presidente quando venne ucciso in un attentato il 9 maggio 2004, mentre si trovava allo stadio di Grozny per presenziare ai festeggiamenti nazionali del Giorno della Vittoria.

Ecco, fino a oggi, stando così le cose, la normalizzazione è ancora in corso, ma siccome quando si parla di Cecenia bisogna sempre tenere presente che la ripetizione dell’identico ha comunque il carattere
di una sorpresa, dell’accadimento impreveduto, teniamo a mente il tratto allo stesso tempo fragile e robusto della normalizzazione, ovvero la sua capacità di essere disintegrata dalla potenza degli eventi – ahimè per lo più sanguinosi – e di rinascere dalle ceneri tale e quale.

Dalla fine della cosiddetta prima guerra cecena, nel 1996, sono confluiti da Mosca a Grozny circa 2 miliardi di euro per finanziare la ricostruzione. Dal momento che poi c’è stata anche la seconda guerra cecena (1999-2002) buona parte di quei soldi si sono persi o
sono stati investiti in armi. Oggi Grozny si presenta come una città che, fatta eccezione per la piazza dedicata ad Akhmad Kadyrov e per le facciate del corso principale – ripitturate di fresco pochissimo
tempo fa – porta ancora intatti i segni delle passate distruzioni. Le strade sono sterrate o dissestate, i palazzi abitati sono crivellati di colpi e parzialmente sventrati, mentre di quelli abbandonati non
resta che l’intelaiatura. Le persone sono costrette a camminare tra mucchi di macerie, rifiuti, acquitrini maleodoranti.

Tra le iniziative prese da Ramzan Kadyrov subito dopo la sua nomina a premier da parte del Cremlino – prima era soltanto vice, ma dalla morte del padre il potere in Cecenia è stato sempre e soltanto in mano sua – c’è stato l’annuncio del programma di ricostruzione.
Ha cominciato facendo un inventario dell’esistente: a
Grozny ci sono 1.935 case distrutte tra abitazioni private e del comune, e di queste il 33% non sono ricostruibili, perché sono state rase al suolo o troppo gravemente lesionate (si parla di 2.500.000 m2
inagibili). Kadyrov ha promesso che entro il 2010 strade, case e tubi saranno a posto, e già dalla fine del 2007 i nuovi appartamenti saranno pronti a ricevere gli abitanti di Grozny.

Si rende necessaria, a questo punto, una breve parentesi sul tema della kompensazia, ‘compensazione’, che affligge gli abitanti della Cecenia peggio di una febbre malarica. Alla fine della seconda guerra, il Cremlino avviò un progetto di risarcimento per chi aveva perduto la propria casa. Si trattava di definire il valore della casa prima della distruzione, dopodiché presentare domanda agli uffici ceceni
competenti, riempire una serie di formulari, pagare in termini di tempo e sfinimento il proprio tributo alla burocrazia e infine ottenere i soldi della compensazione da investire nella nuova casa. Senza pretendere di trarre conclusioni universali, posso dire di non avere incontrato una sola persona che abbia ricevuto i soldi della kompensazia in maniera regolare.

I più fortunati sono riusciti a vedere soddisfatta la loro richiesta per un terzo, ma la maggior parte ha dovuto utilizzare l’intera som- ma per corrompere i funzionari che erano preposti al rilascio della
medesima. Lidia, un’anziana signora incontrata nel treno Mosca-Grozny, ha raccontato di aver speso metà della sua kompensazia prima ancora di averla ottenuta: “Era il prezzo che bisognava pagare agli impiegati che si occupavano dei risarcimenti “. Alla fine, dei 10.000 euro che le erano stati assegnati, ne ha ottenuti 4000. “E che casa ci ricostruisco con quella cifra?” Lidia si considera fortunata, perché i suoi vicini, che grazie ad alcune conoscenze erano riusciti nella straordinaria impresa di non scucire neanche un rublo per ottenere ciò che era loro dovuto, non avevano fatto in
tempo a entrare nella nuova casetta che già qualcuno – nottetempo – aveva pensato ad appiccarvi il fuoco.

Tornando ai progetti di ricostruzione, due sono le cose: o si riproporrà una nuova versione del problema della kompensazia, oppure Ramzan farà il miracolo e la Cecenia diventa un paese normale per davvero. Mosca ha già confermato che il suo impegno finanziario
sarà di circa 22 milioni di euro in un’unica soluzione, più un contributo annuale a partire dal 2006 di altri 15. Tra le prime cose promesse al popolo ceceno da Kadyrov jr. ci sono un business center e un grande centro amministrativo: 12 ettari per palazzo presidenziale, palazzo del governo, palazzo del parlamento più giardino, albergo e uno stadio. Costo complessivo, circa 45 milioni di euro, che ancora
non si sa da dove dovrebbero provenire.

A dimostrazione che la normalità è una questione di punti di vista, in un’intervista al quotidiano russo Moskovskj Komsomolets nel maggio 2006 Ramzan Kadyrov ha offerto anche qualche dato sulle potenzialità del sistema bancario ceceno, il quale evidentemente prospera anche in assenza di negozi che non siano sudice tavole ingombre di povere merci, di ristoranti, di bar, di imprese edili o altre forme di attività continuative. La banca cecena
Rosselkhozbank avrebbe infatti trentamila clienti, e in cinque anni avrebbe rilasciato crediti per la somma di 1 miliardo di rubli, quasi 30 milioni di euro. Ci sarebbe stato anche un raddoppio delle entrate fiscali (8 miliardi di rubli nel 2005, due volte di più del 2004)* e sarebbero in vista anche investitori dall’estero, in particolare dalla Cina. Non si capisce però come i cinesi dovrebbero raggiungere la capitale cecena, visto che l’aeroporto di Grozny – reso inagibile nel 1999 da una pioggia di bombe – non è mai più stato riaperto.


*Le cifre e i numeri che riguardano la Cecenia sono molto piú vicini alle opinioni che ai fatti. In assenza di istituti e organizzazioni indipendenti che si occupino
di monitorare, registrare e raccogliere i dati, non resta che attenersi alle cifre ufficiali prodotte dal Cremlino o dall’amministrazione Kadyrov. E tenere gli altri sensi ben svegli – la vista soprattutto – quantomeno a misurare macroscopiche incongruenze.

 

 

Questo testo è tratto dal libro di Francesca Sforza
Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno.
Viaggio nella Cecenia di Vladimir Putin

Presentazione di Enzo Bettiza
Salerno Editrice, 2007, pag.137, euro 12,00.

 

 


 

 

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