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319 - 17.04.07


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Crescete e moltiplicatevi,
in nome della Grande Russia

Andrea Neri e
Federica Visani


“Prolificate e moltiplicatevi”. Lo dice la Bibbia, Genesi 1,28. Ma se la citazione esce dalla bocca del Presidente russo Vladimir Putin, va forse constatato che, da qualche parte, deve esserci un problema. E il problema c'è ed è noto da tempo. Ma di soluzioni concrete per ora non se ne sono viste.

Il problema è la profonda crisi demografica che la Russia sta vivendo da ormai quindici anni e che, secondo gli studiosi più pessimisti, potrebbe addirittura mettere a repentaglio la sopravvivenza dell'etnia russa. Un fattore di degrado, di instabilità per una Russia in declino che va sommato, d’altro lato, alla perdurante ricchezza energetica del Paese sulla base della quale Mosca cede spesso e volentieri a tendenze “ricattatrici”. Una miscela molto amara da digerire per un’Europa che ha pochissimi mezzi per stimolare un ciclo virtuoso nel suo maggiore vicino.

È nel suo ultimo discorso sullo stato della nazione che Putin ha messo la questione demografica in cima alla lista delle priorità del Cremlino, tanto da lanciare l'accorato appello di cui sopra alla popolazione della Federazione Russa. Forte di un potere consolidato, certo di un sistema politico sfacciatamente addomesticato che risponde senza esitazioni ai suoi stimoli, Putin, in vista della fine del suo secondo mandato, può tutto. Ma non può eludere una situazione evidentemente allarmante. Una situazione tra l’altro visceralmente legata a un fattore di orgoglio nazionale. Un declino che non solo da anni è oggetto delle indagini del Rosstat, l’Istituto Statistico Nazionale, ma che viene messo in evidenza anche dagli organismi internazionali, Organizzazione delle Nazioni Unite in prima fila. I dati dell’Onu evocano infatti la possibilità di un crollo del 20% della popolazione russa entro il 2020. Ed è così che, il 10 maggio dell’anno scorso, il tema finisce in vetta all’agenda del Cremlino. Nel suo discorso il Presidente annuncia un piano per la «stimolazione della natalità», come Putin stesso lo definisce. Un piano entrato in vigore il 1 gennaio scorso e che – sempre che lo si voglia considerare un dato significativo – ha già portato i primi “frutti”. Ecco allora che nei telegiornali russi si moltiplicano le notizie sui “Certificati di Capitale Materno” consegnati dal fondo pensionistico alle madri più “produttive”. Ma di che cosa si tratta?

Il programma ha il pregio di fare un quadro analitico della situazione piuttosto obiettivo. Le soluzioni proposte restano a un livello generico, per non dire teorico, tranne una: incentivi economici per le famiglie che fanno figli. I sussidi per il primo nato passano da 700 a 1.500 rubli (da 20 a 40 euro). Per il secondogenito si prevedono aiuti fino a 3.000 rubli. Il periodo di maternità viene innalzato fino ad un anno e mezzo.

Ma basta leggere attentamente i dati per rendersi conto che sussidi e aiuti economici per stimolare le coppie a fare figli, sono una falsa soluzione – demagogica – a un problema di natura complessa. Dal 1992 al 2005, la Russia ha perso oltre 11 milioni di abitanti: più del 16% della popolazione. Ed è lo stesso Putin a sottolineare che nel 2006 sono morte 700 mila persone in più di quante non ne siano nate. Una vera e propria implosione le cui cause ovviamente non vanno ricercate solo nel pur bassissimo tasso di natalità (passato dagli 1,8 figli per coppia del periodo 1985-1995 agli 1,2 del decennio successivo), ma in primis nello straordinariamente alto tasso di mortalità. Il risultato di un cocktail esplosivo dentro al quale va individuata, al primo posto, una vera e propria moria fra la popolazione maschile. Le cause sono sia ambientali che comportamentali: 35.000 morti all’anno sulle strade; alcolismo dilagante e abuso di distillati artigianali, spesso deleteri; criminalità; malattie cardiovascolari. Ma un’impostazione culturale ben radicata sin dall’epoca stalinista e uniformata al modello del macho a tutti i costi, dà un contributo tristemente fondamentale: eccedere nel fumo e nell’alcool è praticamente un dovere, ricercare il rischio è un merito, prenotare una visita dal medico è una debolezza. E i suicidi. Uno degli ultimi dati reperibili è quello del 2003: 60 mila solo fra gli uomini. Un quadro a dir poco devastante al quale va aggiunta la rapida diffusione dell’Hiv. L’incidenza del virus è particolarmente elevata nei giovani fra i 15 e i 24 anni che rappresentano i due terzi della totalità dei malati (dato Unfpa).

Cifre e riflessioni alle quali non si è sottratto neppure l’ex primo ministro Evgeni Primakov. Citato a gennaio dal quotidiano Rossijskaja Gazeta, dipinge un quadro dell’ultimo anno della Russia quasi da magnifiche sorti e progressive. Ma è costretto a concludere con la nota dolente della difficoltà per il Paese di uscire dall’impasse demografico. E riporta un dato sconcertante: le famiglie dei lavoratori attivi con uno o due figli a carico rappresentano il 35% di quanti sono in condizioni pari o inferiori alla soglia di povertà. Ossia: i russi poveri sono in gran parte persone che hanno uno stipendio o percepiscono una pensione, ma talmente ridicoli rispetto al costo della vita da ridurli in miseria.

Fattori ambientali e culturali, comportamentali, si diceva, nel crollo della popolazione maschile che, tra l’altro, ha raggiunto il minimo storico nell’aspettativa di vita: 58,6 anni. Cinque in meno rispetto all’epoca sovietica. Ma il peso di un fattore più genericamente culturale è riscontrabile a un più ampio livello: il modello di famiglia sovietica perde terreno a favore del modello occidentale. Su questo punto, la strategia di Putin va in una direzione apparentemente inaspettata. Il Presidente russo cita Dmitrij Lichacev (“l’amore per il proprio Paese inizia dall’amore per la propria famiglia”) e sottolinea che nessuna misura sarà efficace se non verrà accompagnata da un ritorno alla “famiglia tradizionale”. E quando parla di modello tradizionale, Putin parla proprio della famiglia pre-sovietica, quella che la rivoluzione bolscevica ha volutamente sradicato imponendo l’idea di Stato come famiglia allargata. Ma che cosa avevano in comune i due modelli di famiglia con i quali la Russia degli ultimi due secoli si è confrontata? Da un lato il Paese degli Zar, tradizionalista, intriso da una profonda religiosità. Dall’altro il Paese dei Soviet in cui la cellula familiare viene cancellata in nome della crescita collettiva. Per motivi opposti le due situazioni creavano un terreno fertile per un alto tasso di natalità. Fattore invece certamente assente nel prototipo “occidentale” che favorisce le ambizioni professionali della donna (almeno nelle aree urbane), che ha spinto molto più avanti negli anni la decisione del matrimonio, che calcola la possibilità di allargare la famiglia a partire dalle esigenze individuali e dunque sulla base delle disponibilità economiche.

L’impostazione di Putin dunque, più che un’inversione di rotta da osservare con interesse, è la conferma di un dato politico rilevante: seppure fra mille, innegabili difficoltà, l’orizzonte cui guarda il Cremlino è il rilancio di un ruolo chiave a livello internazionale della grande potenza. Un rilancio che, senza solide basi demografiche, questo è chiaro, non può avere luogo. Lo dice lui stesso, come spesso fa, in maniera arguta e ironica, vagamente in stile berlusconiano: “Il compagno lupo sa chi mangiare. Mangia senza ascoltare nessuno. E di ascoltare non ne ha nessuna intenzione”. Il riferimento, fatto attraverso una nota barzelletta di epoca sovietica sui “kgbisti”, è ovviamente agli Stati Uniti. È per controbilanciare, per contrastare “il lupo” che la Russia deve tornare a crescere, in tutti i sensi: primo fra tutti quello demografico.

Nulla di nuovo sotto il sole in questo tipo di impostazione. Tutta la storia russa del Ventesimo secolo è attraversata dal sentimento, dal desiderio di porsi, di sentirsi superpotenza. Lo ricorda con chiarezza Mark Urnov, Presidente del Centro di Studi Politici e Strategici Expertiza, sul sito dell’agenzia stampa Ria Novosti. Fa riferimento a un sondaggio sottoposto ai parlamentari della Duma nel 1990: “Quanti speravano di vedere nel Paese una grande potenza non erano più del 4%, sia fra i comunisti che fra i democratici. Gli altri rigettavano l’idea, auspicando piuttosto che la Russia si consacrasse ai problemi interni. Stesso stato d’animo fra la popolazione. Ma se si guarda alla storia russa del Ventesimo secolo, si osserva una costante. A ciascuno dei brevi periodi di rigetto dell’idea della grande potenza, è seguita una forte ondata di retorica nazionalista da grande potenza”.

Insomma, sembra che il cerchio si chiuda. Di fronte alla crisi demografica che rischia di minare alle radici la crescita russa, le soluzioni sono dispensate da Putin nel quadro di una strategia populista da inquadrare nel contesto di fine mandato. A inizio marzo si sono visti alcuni movimenti d’assestamento nei giochi di potere in vista delle presidenziali 2008. Dopo la promozione a vice primo ministro di Sergei Ivanov, delfino di Putin e già ministro della Difesa, è stata la volta di Dmitrij Medvedev, altro fedele dell’attuale capo del Cremlino, anche lui attuale vice primo ministro. Richiama l’attenzione il fatto che proprio Medvedev presieda il Consiglio per la realizzazione dei progetti nazionali prioritari e per la politica demografica.

In questo panorama, i risultati delle elezioni locali dell’11 marzo, che hanno visto la netta affermazione di Russia Unita (partito vicino a Putin) in tutte e le 14 regioni in cui si rinnovavano i parlamenti locali, riducono ulteriormente i dubbi sul possibile risultato delle elezioni parlamentari del prossimo dicembre e delle presidenziali che si terranno esattamente fra un anno. Quasi il 40% dell’elettorato si dichiara pronto a seguire le indicazioni di voto di Putin, al quale la costituzione non consente un terzo mandato. Difficile non farsi venire in mente gli “insegnamenti” del Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

 


 

 

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