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319 - 17.04.07


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Berdjaev, l’anima russa
che guarda all’Europa

Barbara Cannelli


Il problema dell'Europa da Pietro il Grande a Putin

Da Pietro il Grande, il despota terribile e geniale che invia i suoi funzionari a formarsi in Europa ma vuole fare della Russia la superpotenza del continente, all’atteggiamento non certo di soggezione verso l’Occidente della Russia di Putin, il dibattito tra slavofili e occidentalisti ha costituito una costante della cultura russa.
La Russia è in Europa, in un'Europa che De Gaulle vagheggiava estesa "dall'Atlantico agli Urali" o è un continente altro, immenso, prestigioso e ostile di fronte all'Europa?
Si tratta di posizioni che nel loro sviluppo nell'epoca moderna si sono rivelate spesso una sorta di strozzatura concettuale, delineandosi perlopiù come un’alternativa senza sbocchi: cos’è l’Europa per la Russia, l’alterità inaffidabile e poco attraente di un Occidente imperialista ma carente d’anima e in fondo decadente, fiaccato dalla democrazia e inferiore alla grandezza incommensurabile della terra russa; o il modello di una modernità vincente, cui la Russia deve, in modalità ora opportunistica ora sinceramente ammirata conformarsi per emergere nella storia e entrare in Occidente? In prevalenza, si è trattato di due atteggiamenti ferocemente inconciliabili, pro e contro; una posizione di difesa e di chiusura, se non di ostilità, fondata su un senso profondo di superiorità, che prevede una gerarchia tra culture, o un interesse tacciato di assimilazione, che tende a misconoscere il valore della tradizione russa, vista come la madre di tutte le arretratezze e come la responsabile del pensiero più retrivo. In questo senso, l’Europa non ha mai cessato d’essere, a volte ossessivamente, oggetto di discussione per l’intellettualità russa: come avviene ancora oggi, all'interno di un panorama internazionale che non conserva più alcuna traccia dell'ordine geopolitico nel quale è trascorso l'intero Novecento.

Nella Parigi occupata dai nazisti, nel momento più duro della caccia agli ebrei, un gruppo di russi ortodossi, in una sede della periferia, lavorava clandestinamente per la salvezza dei perseguitati; immersi nel centro della cultura occidentale, provenienti dall’esperienza della Rivoluzione d’Ottobre, cui, seppure con posizioni fortemente autonome avevano partecipato, all’interno di una situazione ecumenica e interreligiosa creata dall’Occupazione, questo gruppo eterogeneo di intellettuali, laici, religiosi e filosofi, vedeva nella tragedia della guerra una misteriosa opportunità per la Russia di avvicinarsi, senza rinnegare se stessa, all’Occidente.
Tra di essi, una straordinaria personalità femminile, Elisabeth Pilenko, poi Mat’Maria, in seguito arrestata dalla Gestapo e destinata a morire nella camera a gas di Ravensbruck, e un filosofo russo-ucraino, Nikolaj Berdjaev. Nelle circostanze più drammatiche maturava in questo ambiente estremamente singolare, una vera e propria avanguardia intellettuale e spirituale, connotata da una grandissima apertura culturale rispetto ai canoni normali dell’emigrazione russa, un nuovo pensiero russo sull’Europa.

Nel gruppo che a Clamart, alla periferia di Parigi, si interroga sui misteriosi legami, che sembrano diventare possibili nella comune esperienza della sofferenza e della guerra, tra Ortodossia e cattolicesimo, tra ebraismo e cristianesimo, tra spiritualità dell'Oriente e razionalismo occidentale, tra Rivoluzione e democrazia, in definitiva tra l'anima russa e l'Europa, un filosofo fuori dagli schemi avanzava una possibile diversa chiave di lettura al di là dell’aut-aut tra slavofili e occidentalisti.

La Russia e l’Europa, anche se non assimilabili, non sono inconciliabili. La caduta delle frontiere provocata già dalla I Guerra e l’evento della Rivoluzione hanno posto la Russia finalmente al di fuori del suo isolamento e di fronte al mondo. Si tratta di una chance storica irripetibile per un paese che non va posto sul confine dei rapporti tra Oriente e Occidente: perché è esso stesso un paese-ponte, un “grande Oriente – Occidente integrale”; e in ciò, se mai si possa parlare di missione delle nazioni, consiste il suo compito storico: unificare e non separare i due mondi. Si tratta di una posizione allora e tuttora anomala all’interno del lungo dibattito russo.
Nikolaj Berdjaev è il teorico che ravvisa proprio all'interno della specificità russa i semi di una compresenza dei due mondi e per questo la necessità di una diversa maniera di concepire la loro relazione.

Un filosofo orientale-occidentale

Russo-ucraino per nascita e cultura ma, per formazione filosofica e vicende biografiche, profondamente edotto della storia e della cultura europee, Nikolaj Alexandrovic Berdjaev si presenta fin dall'inizio allo studioso come un filosofo “orientale-occidentale”: uno spirito aperto, che interpreta criticamente quell’entità antropologica definita "anima russa” e che osserva con disincanto contraddizioni e opportunità dell'Occidente; ma anche un testimone atipico della difesa filosofica e storica della libertà nell’epoca dei totalitarismi.

Esistenzialista, filosofo critico, studioso di Kant e Marx, pensatore “sociale” ma anche religioso, Berdjaev ha inconttrato in Europa, lungo il secolo di cui certamente rappresenta un’espressione filosofica originale, un’alterna fortuna critica: stretto tra le polarizzazioni ideologiche novecentesche il suo pensiero non si prestava facilmente a troppo schematiche classificazioni.
In realtà questo aristocratico nato a Kiev nel 1874 e morto in Francia alle soglie della guerra fredda, con trascorsi giovanili anarchici e marxisti, imprigionato e deportato più volte dalla polizia zarista, e successivamente, dopo la rivoluzione, in rapporti critici con il governo bolscevico, ha superato la prova, difficile negli anni tragici del secolo, della coerenza tra il pensiero e il vissuto.

Esperto della filosofia classica tedesca e insieme della gnosi russa, emigrato nella Parigi entre deux guerres ovvero al centro della vita intellettuale dell’epoca e immerso nella prima stagione dell’esistenzialismo francese, Berdjaev offre forse proprio oggi, tramontato il Novecento e il ruolo che la Russia ha avuto in esso, una testimonianza filosofica di grande interesse e indubbiamente poco comune.

L'intero sviluppo del suo pensiero è stato guidato, in maniera poco conforme ai canoni della tradizione russa, a fornire ciò che egli riteneva compito proprio del filosofo, un'analisi lucida dei segni dei tempi. La sua riflessione, asistematica ed eclettica, spazia dall'esistenzialismo al socialismo personalista alla rielaborazione di alcuni punti della spiritualità russa. Ma, in maniera eminente, soprattutto le pagine dedicate ai rivolgimenti politici di cui fu testimone, alcune scritte non più tardi degli anni Trenta, accanto a quelle dedicate alla catastrofe dei totalitarismi, collocano Berdjaev tra quei pochi, nella cultura europea, che furono in grado tempestivamente di riflettere, di comprendere e prevedere il dramma e gli sviluppi verso cui il secolo andava precipitando.

Attratto dalle vicende del socialismo rivoluzionario in Russia e in Europa nei primi anni del secolo, esponente di spicco del “secolo d’argento” della cultura russa, Berdjaev offrirà nella maturità l’abbozzo di una critica della società capitalistica occidentale, nel suo assetto economico-sociale e nei suoi presupposti teorici; ma, nello stesso tempo e fin da giovane, non si esime da una critica puntuale e acuta del messianismo e provincialismo di una parte importante dell'antropologia intellettuale russa.

Parallela alla demitizzazione dell’umanesimo europeo condotta in alcune delle sue opere più celebri – umanesimo il cui enorme finale fallimento Berdjaev ravvisa nell’instaurazione delle dittature e nella comparsa del “bestialismo” nazista – è infatti la constatazione critica dell’assenza, nella storia russa, di una vera e propria fase umanistica, con il rifiuto della cultura che ne è conseguito.

Berdjaev sfugge in tal modo ai possibili esiti retrivi della santificazione di alcuni valori profondi legati alla terra russa, e tenta di recuperare in chiave di apertura e di universalismo la “missione” della Russia in Europa. Se resta consapevole della sua irrinunciabile specificità egli mette in luce anche la realtà del suo isolamento nella storia moderna del continente, rilevando, accanto al suo enorme patrimonio di spiritualità e cultura, altrettanto profonde tentazioni di chiusura e di sciovinismo. E’ in questa prospettiva che il filosofo può scorgere nella Russia del Novecento un grande paese posto di fronte a una chiamata della storia: aprirsi – finalmente – al mondo, e nel contempo fornire all’Europa un proprio originale contributo.
Berdjaev tenterà infatti di disegnare una prospettiva in cui ripensare la relazione tra due mondi diversa dalle esclusive alternative rappresentate dallo slavofilismo e dall'occidentalismo: una relazione che peraltro, contro le sue speranze iniziali, era destinata a riemergere in un certo senso solo ai nostri giorni, dopo la lunghissima parentesi del comunismo e della guerra fredda.

I “ragazzi russi” e i “problemi maledetti”

A tale diversa prospettiva non sono estranei né la seduzione esercitata su Berdjaev dalle grandi sistematizzazioni logico-dialettiche del pensiero europeo né la critica, o il rifiuto, o l’eversiva alternativa, rappresentati dall’attitudine anti-stanziale, in un certo senso anti-culturale e incessantemente itinerante dell'universo degli iurodivi o stranniki, i pellegrini russi, inassimilabili per scelta nella città degli uomini e icona (spesso paradossale e di alto livello spirituale) di un tipico atteggiamento perdurante nella cultura russa: un atteggiamento inconsueto se non estraneo per l’Occidente razionalista, ma non privo secondo Berdjaev della capacità di introdurvi un salutare e paradossale elemento di stimolo. Ma, nello stesso tempo, anche i germi degli atteggiamenti totalitari che come ben si sa si manifestarono negli anni successivi alla Rivoluzione, senza essere privi di un consistente supporto di consenso, sono individuati da Berdjaev a livello embrionale nella cultura massimalista dei terroristi russi dell’epoca zarista, oltre che nella lunghissima "notte" dell'autocrazia: situazioni culturali diverse e incommensurabili ma entrambe, in un certo senso, riconducibili a un’asfissia della libertà di coscienza e del pluralismo. Accanto alle domande abissali poste da Dostoevskij e dai suoi "ragazzi russi" che, in miserabili taverne, discutono fino a notte fonda sui "problemi maledetti" ("la libertà, il male, la teodicea, il socialismo"), Berdjaev, appassionato difensore della “singolarità” nell’epoca dei totalitarismi, aggiunge, alla maniera russa, il quesito essenziale che si ritiene in genere proprio solo dell'Occidente, ovvero la problematica dei diritti del singolo individuo in quanto persona. Per questo egli riprende con efficacia le domande che Dostoevskji pone sulle labbra di Ivan Karamazov sulla legittimità di provocare le lacrime di un solo bambino, ovvero del sacrificio degli innocenti, per la realizzazione della società futura, e per i superiori interessi dello Stato: una legittimità che tuttora l'Occidente rimprovera a quelli che appaiono gli abusi della nuova democrazia russa. Ovvero il quesito se sia lecito “innalzare l’edificio del destino umano con lo scopo finale di far felici gli uomini… ove per questo fosse stato necessario e inevitabile tormentare solo una miserabile creaturina, ecco proprio quel bambino che si batte il petto con il suo piccolo pugno, e sulle sue lacrime invendicate fondare questo edificio”.

Al recupero di questa dimensione miravano, da parte di un russo, la constatazione critica del rifiuto della mediazione della cultura e la deconsiderazione della libertà soggettiva che spesso in maniera infausta hanno connotato storicamente la storia russa.
E’ un’analisi il cui perdurante interesse affonda le proprie radici in una meditazione di lungo respiro sulla storia della Russia moderna. Il problema è quello di liberarsi da una concezione soggettivistica, etnica ed esasperata della propria "particolarità".
Il trauma della rivoluzione condizionava pesantemente, ad esempio, le riflessioni degli intellettuali russi; riferendosi all’ambiente degli émigrés russi in Francia dopo la rivoluzione d’Ottobre e alla visione che tale ambiente aveva elaborato rispetto alla situazione sovietica, Berdjaev tiene a sottolineare, non senza ironia, la necessità di un approccio diverso:
“Il comunismo è stato considerato, fino ad ora, da un punto di vista piuttosto sentimentale ed emotivo che intellettuale: atmosfera psicologica eminentemente sfavorevole alla sua comprensione. Fra gli emigrati russi, il comunismo solleva contro di sé la reazione sentimentale e appassionata delle vittime, che alla domanda – che cos’è il comunismo? – dovranno fatalmente rispondere: - il comunismo è la mia vita spezzata, è il mio doloroso destino”.
E' una posizione atipica per quegli anni, come atipica era la riflessione sul ruolo della Russia. Una riflessione che ripropone oggi il valore di una visione che tentava di superare, ante litteram, la logica dei blocchi e dello scontro di civiltà.

Come pensare la Russia

Come tutti i russi, anche in Berdjaev il punto di partenza è costituto dalla coscienza di una specificità irriducibile dell’anima russa. Nel 1918, riferendosi a quella che giudicava la natura particolarissima della rivoluzione Russa, lo stesso Berdjaev scriveva:
“Il popolo russo è incomprensibile per le genti dell’Occidente, che non possono arrivare a capire di più questa sua rivoluzione. Le loro nature sono fatte di un tessuto completamente differente”.

Tuttavia dopo il dramma della guerra e della Rivoluzione, la Russia è stata posta realmente di fronte al mondo intero e in esso deve esplicare la propria "missione", contribuendo con tale presenza a configurare diversamente l'assetto del mondo. E' una situazione simile, in un certo senso, a quella dei nostri giorni, alla Russia postsovietica e postmoderna: il crollo della barriera dietro cui viveva il mondo comunista ha di nuovo proiettato la Russia verso l'Europa. A parere di Berdjaev era l'Asia che sorgeva di fronte all'Europa dopo secoli di incomunicabilità e marginalità, ma era anche una parte profondamente intrinseca all'Europa stessa che emergeva con un'evidenza senza precedenti nel contesto occidentale. In questo senso, né l'occidentalismo né lo slavofilismo sono in grado di cogliere la natura e il significato più profondi del paese, proprio in quanto mirano alla separazione dei suoi due elementi la cui contemporaneità costituisce al contrario la sua propria e particolare essenza.

Bizantismo del rapporto della chiesa ortodossa con lo stato, settarismo e nichilismo delle correnti culturali russe più rappresentative, sono i principali responsabili dell'atteggiamento anticulturale che ha inciso negativamente e caratteristicamente sulla concezione russa dei rapporti internazionali.
Per Berdjaev la tradizionale visione russa dell'Europa si è rivelata inadeguata, oscillante tra il servilismo verso i modelli frequentemente deteriori proposti dall'Occidente (militarismo, imperialismo borghese, disuguaglianza profondamente insita nel capitalismo liberale) e la russofilia affetta da xenofobia culturale. Non si tratta infatti per il popolo russo di europeizzarsi acriticamente ma, aprendosi all'Europa, di universalizzarsi. D'altra parte, dal punto di vista politico, considerando il passaggio del paese attraverso l'immobilismo di diverso segno dell'autocrazia zarista e dell'impero sovietico, non sorprende constatare una "apoliticità" radicata nella società russa: “L'anima russa aspira sempre non allo Stato ma una sacra collettività”. Dietro l'iconostasi dell'identità collettiva dell'Oriente russo, la Russia finisce per diventare comunque la "Santa Russia".
Ma per un filosofo fautore di una positiva contaminazione culturale tra i due mondi, anche l'Occidente deve reimparare ad accostare la Russia, mettendo in discussione le proprie categorie tradizionali, pregiudiziali e superficiali
Grandi tentazioni di chiusura, grandi rifiuti, messianismi teologici o secolari di ampiezza globale hanno senz'altro afflitto la storia russa: la Russia all'inizio del nuovo secolo sembra dover cercare di nuovo la sua via e ripensare la propria identità.
Ma, ed è un'indicazione valida ancora oggi per chi in Occidente voglia avvicinarsi a comprendere più autenticamente il mondo russo e impostare più correttamente una relazione, essa non è, e non sarà mai, una dimensione modesta: "Non debole e piccola, ma forte e grande la Russia vincerà la tentazione di dominare il mondo".


 

 

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