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317 - 16.03.07


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La calma inquieta della Palestina

Neve Gordon


Il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas e il leader di Hamas Khaled Meshal sono andati alla Mecca dopo che più di 130 persone erano state uccise, centinaia ferite e un bruciante senso di urgenza aveva preso il sopravvento nelle strade palestinesi. Gli abitanti di Gaza sono stati confinati nelle loro case per giorni, questa volta non a causa di un coprifuoco israeliano o di un attacco aereo ma piuttosto per la paura di rimanere vittime del fuoco incrociato. La società palestinese sembrava essere sul punto di una guerra civile.
La pressione dal basso ha avuto un effetto e, nel giro di due giorni, i leader di Fatah e Hamas, attraverso la mediazione del re dell’Arabia Saudita Abdullah, sono riusciti a ottenere ciò che non erano stati capaci di raggiungere nel corso dell’anno precedente: un governo di unità. Migliaia di palestinesi hanno riempito spontaneamente le strade di Gaza per celebrare quello che sembrava essere un momento storico.
Mentre scrivo, gli scontri si sono in effetti placati, ma non è chiaro se la calma durerà. Da un lato, i punti dell’accordo devono essere ancora definiti e il diavolo spesso si annida nei dettagli. D’altro canto, quello che succederà non dipenderà esclusivamente dall’amicizia tra Fatah e Hamas.
La maggior parte degli esperti ha inteso gli scontri settari o come una lotta su chi controllerà il governo e le risorse palestinesi o come una manifestazione locale di un conflitto internazionale molto più ampio tra le forze fondamentaliste e quelle secolari nel mondo islamico. Tali interpretazioni, tuttavia, hanno offuscato il ruolo centrale che Israele e gli Stati Uniti hanno svolto.
Anche prima che Hamas vincesse le elezioni democratiche del gennaio 2006, a seguito delle quali il quartetto dei mediatori per il Medioriente (Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Nazioni Unite) ha tagliato gli aiuti ai palestinesi, la chiusura dei territori da parte di Israele aveva scatenato una crisi economica. Più del 60% degli abitanti palestinesi viveva al di sotto della soglia di povertà di 2 dollari al giorno e la Banca Mondiale riferiva che il 9% dei bambini soffrivano di malnutrizione acuta. Considerando che, nei territori, l’aiuto finanziario fornito ai palestinesi costituiva quasi un terzo del reddito nazionale lordo pro capite, l’imposizione delle sanzioni economiche è stata catastrofica.
La chiusura e le sanzioni non solo hanno provocato il caos nell’economia palestinese ma hanno anche aiutato a far precipitare gli scontri violenti tra le fazioni. In effetti, l’idea dietro le sanzioni che sia Israele che gli Stati Uniti hanno spinto altri paesi a imporre è di modellare i rapporti di potere con la società palestinese adottando uno schema che, per chiarezza, potrebbe essere chiamato “Piano Somalia”.
Per mesi l’Autorità palestinese non è stata in grado di pagare gli stipendi dei suoi 160mila impiegati. Questi lavoratori forniscono di che vivere a oltre un milione di persone, ovvero a quasi un terzo della popolazione. Circa 70mila lavorano per le numerose organizzazioni di sicurezza, la maggior parte delle quali è legata a fazioni politiche. Allo stesso modo degli impiegati di istituzioni civili, come i ministeri dell’istruzione e della sanità, sono profondamente arrabbiati perché non possono sfamare le proprie famiglie. Ma a differenza dei lavoratori civili, sono armati. In queste condizioni, non sorprende che sia scoppiata una lotta di potere. Risorse inadeguate, sanzioni economiche, migliaia di uomini armati in miseria e il sostegno straniero per certe fazioni sono, dopotutto, gli ingredienti di cui si nutrono i signori della guerra alla somala. Finora è questo il caso: il successo del governo di unità dipende dalle sanzioni economiche.
Ma qui viene l’inconveniente: il governo unilaterale di Israele non è davvero interessato a un partner che negozi e vede nell’unità palestinese una minaccia. Anche prima che i leader palestinesi tornassero a casa, Israele aveva lanciato una campagna diplomatica ben orchestrata per convincere il quartetto a mantenere le sanzioni. Contemporaneamente, il primo ministro Ehus Olmert aveva dichiarato che qualsiasi negoziazione futura si sarebbe ispirata a un approccio fondato su “tre no”: no alla divisione di Gerusalemme, no a un ritiro entro i confini del 1967 e, infine, no a una soluzione al problema dei rifugiati palestinesi. Di conseguenza, Israele non è disposta a discutere nessuna delle questioni di contenzioso che devono essere risolte.
Il dispiegarsi degli eventi ha anche preparato il terreno per rendere il summit del 19 febbraio a Gerusalemme privo di conseguenze. Nondimeno, il Segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice ha pronunciato alcune significative dichiarazioni nel corso della sua visita in Medioriente. Al giornale palestinese “Al Ayam”, ha detto che è improbabile che uno stato palestinese venga creato prima che il Presidente Bush termini il proprio mandato. E al quotidiano israeliano “Ha’aretz” ha aggiunto che il governo di unità palestinese non verrà riconosciuto – suggerendo che le sanzioni proseguiranno – fino a che non si atterrà alle tre condizioni di Israele: che il governo palestinese riconosca Israele, rinunci alla violenza e ratifichi gli accordi di Oslo e la road map. Se queste richieste sono legittime sotto molti aspetti, possono facilmente far parte dei negoziati piuttosto che diventare un’arma utilizzata per far precipitare la violenza interna e distruggere così la società palestinese.
Paradossalmente, la posizione di Israele è contraria ai suoi stessi interessi. Se gli scontri interni alla Palestina ricominceranno e si svilupperanno in una guerra civile conclamata, non ci sarà alcuna speranza di risolvere il conflitto tra Israele e i palestinesi. Bisogna esseri davvero miopi per non vedere come l’assenza di una leadership palestinese unita indebolisca tutti gli sforzi per determinare la pace a livello locale e regionale.

Traduzione di Martina Toti

La versione originale dell’articolo è apparsa sul numero del 12 marzo 2007 di The Nation

 

 

 

 

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