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317 - 16.03.07


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I vecchi di una volta ancora
col potere tra le mani

Elisa Giunchi


Quella che segue è l’introduzione al libro “Afghanistan. Storia e società nel cuore dell’Asia” (Carocci editore) da pochi giorni in libreria.


“I talibani facevano pendere il cadavere dell’impiccato per quattro giorni. Noi lo faremo per un periodo breve: diciamo, quindici minuti [...]
Anche le lapidazioni pubbliche continueranno, ma useremo pietre piccole”.
Giudice dell’Alta Corte, Afghanistan, dicembre 2001

Il 19 dicembre 2005, al termine di un faticoso processo di ricostruzione politica e istituzionale iniziato quattro anni prima, è stato inaugurato sotto i riflettori dei mass media mondiali il Parlamento afgano.
L’evento, definito enfaticamente dall’amministrazione Bush un “trionfo della democrazia” e la prima grande vittoria contro il terrorismo, rischia tuttavia di deludere le aspettative di chi, piuttosto semplicisticamente, aveva immaginato che potesse costituire una cesura totale e istantanea rispetto al passato. Il problema è che il passato è in larga misura seduto in Parlamento.

Tra i deputati neoeletti vi è Abdul Rab Rasul Sayyaf. Sebbene per
pochi voti non sia diventato portavoce della wolesi jirga, la Camera bassa, rimane comunque uno dei suoi esponenti più influenti. Dopo avere creato nel 1981 con fondi sauditi, per ovviare alla mancanza di seguito popolare, un partito volto a diffondere il credo wahhabita ed essersi successivamente alleato a Osama ben Laden, oggi Sayyaf partecipa alla ridefinizione democratica dell’assetto politico afgano, pur senza rinunciare a un programma oscurantista che ha molto in comune con quello del movimento talibano.

Vicino a Sayyaf siedono alcune giovani donne e alcuni intellettuali
progressisti, ma anche molti ex talibani, comandanti militari che si
sono macchiati di gravi crimini contro l’umanità e signori della guerra legati al narcotraffico, che dal 2001 è tornato a costituire la principale componente dell’economia afgana. Alla Camera bassa il blocco politico principale è costituito da un Partito islamista, l’Hezb-e islami, che aveva goduto dei finanziamenti sauditi e americani negli anni ottanta, quando gli imperativi della Guerra fredda mettevano in secondo piano qualsiasi altra considerazione, e che condivide l’oscurantismo sociale di Sayyaf. Con Sayyaf l’Hezb ha in comune anche l’indifferenza verso la popolazione civile: nei primi anni novanta le truppe di Gulbuddin Hekmatyar, il leader del partito, bombardarono ripetutamente la capitale, uccidendo migliaia di civili e distruggendo interi quartieri. Oggi il partito si è apparentemente allontanato dal suo leader storico, che si è unito alla guerriglia talibana, ma rimane il dubbio che l’Hezb tenti, con il pragmatismo che l’ha sempre caratterizzato, di rendersi presentabile e di controllare le istituzioni democratiche senza tuttavia rinunciare alla lotta armata guidata da Hekmatyar.

A destare preoccupazione sul futuro della democrazia in Afghanistan vi è anche la presenza nel sistema giudiziario post-talibano di figure ultraconservatrici, che in diverse occasioni si sono dichiarate contrarie a qualsiasi apertura democratica e di genere. Il caso di Abdul Rahman, l’afgano convertito al cristianesimo che è stato condannato nel 2006 per apostasia e poi liberato con un pretesto di natura tecnica, è sintomatico di una democratizzazione che rischia di essere solo di facciata. Così come lo sono i diversi casi di blasfemia portati in questi anni davanti ai tribunali contro intellettuali progressisti colpevoli di essersi dichiarati favorevoli a un approccio esegetico innovativo alle fonti del diritto islamico.

Hamid Karzai, che dal 2005 ricopre la carica di presidente e che, prima di allora, ha guidato il governo interinale e quello provvisorio, si è rivelato estremamente abile nel costruire compromessi con comandanti militari e uomini politici, signori della guerra e figure religiose, seguendo un modello di cooptazione e di manipolazione della segmentazione politica e sociale che ha una lunga tradizione nel paese.
Anche la nuova Costituzione, approvata nel 2004, è frutto di un compromesso che mira ad accontentare due raggruppamenti: da una parte gli sparuti elementi progressisti e, soprattutto, i paesi donatori, da cui dipende la ricostruzione del paese, e, dall’altra, elementi conservatori, che tramite le moschee controllano la società rurale.

Frutto di questi compromessi è, ad esempio, la dichiarazione contenuta nella Costituzione di volere rispettare sia gli accordi internazionali in tema di diritti umani sia i principi fondanti dell’islam, senza che si chiarisca chi li debba interpretare e secondo quali criteri. In un contesto in cui l’interpretazione è lasciata agli elementi ultraconservatori che dominano la magistratura, questa ambiguità di fondo rischia di bloccare ogni tentativo di dar via a una democratizzazione reale che, pur inserendosi in un discorso culturale autoctono, garantisca il pieno rispetto dei diritti umani e protegga i settori più vulnerabili. Insomma, il cambiamento rischia di risolversi, per tornare alla citazione iniziale, nella dimensione delle pietre da utilizzare per la lapidazione.

Karzai si è trovato ad affrontare anche gli interessi divergenti di altri paesi che, sfruttando rivalità interne all’Afghanistan, cercano di realizzare, o di contrastare, obiettivi geostrategici più ampi: basti menzionare qui la recente strategia statunitense di consolidamento della propria presenza in Eurasia tramite il controllo di una rete di basi militari, a cui si contrappone il tentativo delle potenze regionali, Cina, Russia e India in primis, di contrastare le ambizioni unipolari di Washington; il vecchio sogno di Islamabad di ottenere “profondità strategica” in funzione anti-indiana e di far valere le proprie pretese sulla disputa confinaria, a cui si contrappone la crescente presenza economica e diplomatica dell’India a nord della Durand Line; il tentativo, che risale agli anni ottanta, dell’Arabia Saudita di espandere il proprio modello religioso e, infine, quello, comune a numerosi paesi, dentro e fuori la regione, di controllare i mercati e le ricche risorse energetiche centro-asiatiche, aperti alla competizione internazionale in seguito alla disintegrazione sovietica. Si tratta, in fondo, di una riedizione aggiornata del “grande gioco” che nell’Ottocento contrapponeva Russia e Gran Bretagna e, nei secoli precedenti, aveva contrapposto altri grandi imperi che si contendevano il controllo su un territorio, quello afgano, situato all’“incrocio” di tre grandi aree, Asia centrale, Medio Oriente e subcontinente indiano. Se non fosse che oggi il quadro è complicato dalla scoperta di ricchi giacimenti di idrocarburi in Asia centrale e dal narcotraffico, un business che ha nell’Afghanistan, complici la fragilità dell’apparato statale e le sue connivenze con un’economia “criminalizzata”, il principale centro di produzione a livello mondiale.

Da quanto detto emergono alcuni ostacoli alla trasformazione politica in atto, ostacoli che hanno caratterizzato tutta la storia afgana: la polverizzazione del potere secondo legami identitari di natura etnica, clanico-tribale e regionale; la parallela debolezza dello stato centrale, costretto a cercare alleanze con le reti di potere locali e quindi a esporsi a compromessi che inevitabilmente annacquano le sue riforme, soprattutto in ambito sociale; l’interferenza, infine, di potenze piccole e grandi, pronte a inserirsi in giochi di potere interni per raggiungere obiettivi più ampi.

 

 

 

 

 

 

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